A Scutari, nell'Albania, nella stessa epoca in cui la Santa Casa di Nazareth veniva dagli angeli trasportata per l'aria a Loreto, apparve un'imagine della Madre di Dio, discesa non si sa se dal cielo o colà portata da ebrei fuggiti da luoghi remoti. Comunque fosse, fu chiamata «Madonna del Buon Officio» o del «Buon Consiglio». Ora avvenne che nel 1467 due pellegrini, che volevano fuggire dai Turchi e ritornare in Italia, si prosternarono dinanzi a quella santa imagine e le chiesero di proteggere il loro viaggio: con loro grande stupore videro allora levarsi al posto dell'imagine una nuvoletta bianca che verso sera prese la direzione di occidente. Essi la seguirono presso la spiaggia del mare Adriatico, ed avendo la nuvoletta proseguito il suo viaggio sopra le onde, i due pellegrini traversarono dietro a quella il mare a piedi asciutti, le tennero dietro sempre, finchè nelle vicinanze di Roma, disparve ai loro occhi. Avendo però appreso che in Genazzano era apparsa un'imagine della Madonna, vi si recarono e la riconobbero per quella vista a Scutari.

Da quel tempo la Madonna di Genazzano, detta del «Buon Consiglio» cominciò a fare miracoli; le venne costrutta una chiesa e di fianco un convento, dove i frati di S. Agostino s'impadronirono di questo santo tesoro, non meno produttivo della Madonna dei frati agostiniani di Roma, giacchè questa di Genazzano gode in tutta la campagna romana una fama pari a quella degli antichi oracoli pagani. Due volte all'anno, nella primavera e nell'estate, vien celebrata la sua festa, ed allora piovono le offerte in danaro ed in oggetti preziosi e siccome anche i più poveri recano il loro obolo all'altare della Madonna, si può dire che essa prelevi sulla campagna romana un tributo maggiore di quelli dello Stato. Mi fu detto che i doni più belli siano portati al santuario dalle molte confraternite sparse per tutta la campagna; ogni fratellone sborsa cinque baiocchi al mese alla cassa comune, in modo che vi sono delle confraternite che arrivano a raccogliere sino a cento scudi. Il reddito annuo del santuario si può approssimativamente valutare a 7500 scudi.

L'imagine è posta in una chiesa ben decorata e pulita, in una cappella illuminata da varie lampade, chiusa da un cancello di ferro: il quadro è quasi sempre coperto da un velo di seta gialla. Si dice che, portata dagli angeli, anche in quella chiesa non si sia mai posata sulla pietra e che resti sospesa nello spazio, sorretta da mani invisibili. Io l'ho vista più volte scoperta, ma non ho mai potuto comprendere in qual modo sia sospesa.

I pellegrini cominciano ad arrivare la vigilia della festa, ed allora il paese e i dintorni si animano e nell'aria echeggia senza posa il canto delle litanie. Le strade sono percorse da compagnie di pellegrini, che giungono in buon ordine, vengono dall'Abruzzo, da Sora, dal Liri, e per la maggior parte dalla campagna latina. Si direbbero rinnovate le feste antiche di Giove Laziale, tanti sono i visitatori, dissimili fra loro per costume e per dialetto. Vederli discendere dalle colline, sentendoli cantare l'«Ora», gli uni per la via, gli altri lungo il fiume a traverso i viottoli dei campi, vestiti di rosso, di verde, di turchino, tenendo in mano il lungo e ricurvo bastone del pellegrino, è in quel magnifico paesaggio uno spettacolo veramente degno dell'ammirazione dell'artista, del poeta e dello storico.

Il giorno in cui dovevano arrivare i primi pellegrinaggi sono uscito ad incontrarli a cavallo per godere completamente questa scena popolare, che aveva per me un interesse storico riportandomi al medio-evo. La comarca di Roma, a cui appartiene tuttora Genazzano, termina a due miglia dalla città, ed ha per confini un braccio del Sacco, che si traversa su di un ponte in pietra, ponte Orsino, famoso un tempo per le aggressioni dei briganti. Al di là comincia la legazione di Frosinone. In questo punto le colline scendono dolcemente verso il fiume ed agli occhi si presenta il quadro stupendo della pianura, dei monti Volsci, della Serra e delle alture di Olevano, ai cui piedi si stendono dei ricchi boschi. Il luogo era il più adatto per aspettare i pellegrini; qui entrano nel territorio del santuario, fanno breve sosta, e vi entrano ginocchioni cantando fervorosamente dei cori; poi traversano il ponte cantando e trascinandosi sulle ginocchia, in doppia fila, gli uomini da una parte e le donne dall'altra. Dirigeva i cori una vecchia, la quale alzandosi dopo aver traversato l'intero ponte in ginocchio, gridò con voce sonora un «Evviva Maria!» cui rispose unanime il coro. Quindi la processione si mise in moto di nuovo, e quantunque quel continuo canto dovesse stancare, v'era sempre un uomo od una donna che riprendeva la litania. Quel canto monotono ed uniforme, che è la più semplice espressione del sentimento religioso di questa gente e che si avvicenda come il movimento regolare delle onde, esercita una profonda suggestione su quella folla. Sembra quasi che la processione prosegua il suo cammino, cullata da quest'armonia melanconica, più leggera e più regolata e che il canto regoli i movimenti del corpo e le impressioni dell'animo, tenendo gli uni e gli altri costantemente diretti verso la meta del pellegrinaggio. Ho notato che le pause erano sempre brevissime e che allorquando negli intervalli i pellegrini cominciavano a tacere o a favellare fra loro, la conduttrice del coro riprendeva subito il canto.

Lo spettacolo di un pellegrinaggio produce sempre, anche su chi non appartiene alla religione di coloro che lo compiono, una grande impressione, soprattutto quando l'illusione non è turbata da piccoli inconvenienti inevitabili in una riunione di tanta gente. Questi inconvenienti si verificano meno nei pellegrinaggi del sud che in quelli del nord; la serenità del cielo, la temperanza e la sobrietà delle popolazioni del mezzogiorno, valgono ad allontanare molte cause dei mali del settentrione; l'ordine stesso in cui procedono le processioni, la bella foggia di vestire delle donne, il loro bellissimo portamento e la loro grazia naturale, esercitano una benefica influenza, anche su gli animi più vili, e tengono lontana ogni volgarità; ed infine la decenza e quel sentimento innato di rispetto, che è proprio di tutto il popolo italiano, vale più di ogni altra cosa ad impedire disordini. Fra tutte quelle migliaia di uomini e di donne che sfilarono davanti a me, sia nell'andata al santuario, come nel ritorno, in tanta diversità di genti, di dialetti e di costumi, io non ho notato mai un solo atto villano o volgare.

Bisogna anche ricordarsi che questo popolo, fortemente imbevuto di sentimenti religiosi, non crede nulla più importante e più solenne di un pellegrinaggio. Quando ha faticato e sofferto per dodici lunghi mesi quando mali e colpe di ogni sorta pesano sulla coscienza, allora prende per un paio di giorni il bordone del pellegrino, scende dai suoi monti selvaggi, abbandona il suo grave lavoro, lieto di muoversi una volta almeno, di sentirsi libero in compagnia dei suoi conterranei riuniti tutti per lo stesso fine. Scendono al piano costeggiando il Sacco, come i gru, che van cantando lor lai: lo spettacolo ha veramente qualche cosa di medioevale. Pensavo a quelle schiere di pellegrini che un tempo venivano a Roma per il giubileo e ripetevo fra me e me i bei versi del sonetto della Vita nuova:

Deh! peregrini, che pensosi andate,
Forse di cosa che non v'è presente;
Venite voi di sì lontana gente,
Com'alla vista voi ne dimostrate?

Camminavano in gruppi di dieci, venti, cinquanta, cento persone. Ve n'erano di tutte l'età: vecchi che si appoggiavano sul bastone, servito loro per cinquanta volte almeno su quella stessa via che ora percorrevano forse per l'ultima volta; nonne con i loro nipotini, floride fanciulle, giovani robusti, ragazzi e perfino bambini lattanti, portati dalle madri sulla testa. In una di queste processioni vidi passare una giovane sposa che portava sulla testa un cestino, entro cui giaceva un bimbo che sorrideva graziosamente, con gli occhi spalancati, quasi si beasse dello splendore del sole. La maggior parte delle donne recava in capo un paniere con le provvigioni od un fardello di vestiti, e colla loro varietà aggiungeva nuova bellezza allo spettacolo. Chi avesse potuto leggere nell'anima di tutti quegli esseri, vi avrebbe trovato l'innocenza accanto alla colpa, il vizio accanto al pentimento, il dolore e la virtù, tutto il bene ed il male che si avvicendano nel cuore umano.

E' come una grande e bella, ma seria e solenne mascherata, che si svolge in un magnifico quadro, con un succedersi continuo di nuovi costumi, di colori, di fisonomie diverse; le compagnie dei pellegrini si succedono le une alle altre, nei costumi dei loro monti, delle loro valli. Ve ne erano di Frosinone, di Anagni, di Veroli, di Arpino, di Anticoli, di Ceprano e persino delle napoletane di Sora.