Nella vigna della mia padrona, una veneziana da tutti stimata per la sua onestà, vive appunto in tali condizioni una famiglia di contadini composta di otto persone. Ho saputo che essa li aveva trovati e presi come mezzadri nel suo podere, poverissimi, e che aveva loro anticipato il denaro per vestirsi, comperare le masserizie e di che mangiare, ebbene, nonostante tutto ciò quei poveretti vivono in tanta miseria per l'eccessiva fatica ed il pessimo nutrimento, che sono stati colti tutti dalla febbre, ed è necessario soccorrerli ancora, perchè possano vivere. Solo dopo la vendemmia provano un po' di sollievo, sino a tanto cioè che dura il danaro ricavato dalla vendita della loro parte di vino.
Il vino eccita i nervi, ma non basta a nutrire i muscoli. Quello che beve il contadino è il vino peggiore, è un vinello; gli occorre dunque del pane, ed essendo il frumento troppo caro, coltiva piuttosto il granturco e si ciba di polenta. Come nella Lombardia e nelle Marche, la campagna del Lazio è coperta dalle belle piante di granturco; pare quasi che la natura abbia considerato le splendide pannocchie dorate come uno dei suoi doni preziosi e le abbia perciò ravvolte con nove involucri. Tutta la povera gente qui si nutre di polenta, sotto forma di pane, o sotto forma di focaccia, detta «pizza». Quando per la strada talvolta ho domandato a qualcuno: «Che cosa hai mangiato stamane?» mi son sentito rispondere: «la pizza». E se ho domandato ancora: «Cosa mangerai questa sera?» invariabilmente la risposta è stata: «la pizza». Ne ho mangiata parecchie volte io pure insieme coi contadini. E' così preparata: la farina vien ridotta a poltiglia; quindi viene stesa sopra una pietra liscia e fatta cuocere sopra carboni ardenti. Vien mangiata calda; tutta la famiglia si asside intorno al fuoco e prende parte al meschino banchetto. La sera mangiano dell'insalata di campo condita con un po' d'olio od una zuppa di cicoria, di cavoli od altri legumi cotti nell'acqua. Spesso l'olio manca, come è avvenuto quest'anno, in cui gli olivi, dopo aver dato l'anno scorso un abbondante raccolto, sono affatto spogli di frutti, ad imagine di ogni umana vicissitudine, in cui il bene si avvicenda senza tregua col male.
E' facile immaginarsi con quale ansietà questa gente segua le diverse fasi del raccolto del granturco. Verso la fine di luglio la pannocchia comincia a formarsi, ed allora ha bisogno di acqua. Quest'anno non piove: il calore è straordinario e la popolazione ne è costernata e rivolge preghiere al cielo per aver la pioggia. Tutte le sere hanno luogo processioni, che mi rammentano solennità pagane, quelle feste «rubigales» della Roma antica, nelle quali si portava in giro per la via Appia, votisque vocabitis imbrem, la pietra della pioggia; e non ho mai potuto osservare queste processioni senza stupore. E' veramente strano di ritrovarsi ai nostri tempi in mezzo ad un popolo che conserva l'ingenua credenza di poter sopprimere, modificare o accelerare con preghiere e canti lo svolgimento delle immutabili leggi della natura. Ogni sera le donne di Genazzano percorrono le vie del paese a due a due, con un fazzoletto rosso in testa, che scende a forma di velo sulle spalle, e che portano sempre allorquando entrano in chiesa: le precede il clero con l'imagine di un santo. Cantando e mormorando preghiere, arrivano alla piazza maggiore e quivi con un fervore che confina col parossismo, gridano più volte: Grazie, grazie, Maria! E questo grido, ripetuto da centinaia di bocche, echeggia nell'aria. «Et Cererem clamore vocant in tecta» (Virgilio). Ogni sera s'implora un nuovo santo, ma tutti sono sordi alle ingenue preghiere.
La mia padrona—che era una donna abbastanza colta per la sua condizione, e non possedeva inoltre nessun campo seminato a granturco—una sera, mentre eravamo a tavola e ad un tratto echeggiarono fuori le grida di Grazie, grazie, Madonna! mi disse: «Perchè seccare in questo modo i santi del cielo? Finiranno col noiarli tanto, che diventeranno cattivi e non faranno davvero più piovere!» Questa febbrile ansietà finì per commuovere me pure e cominciai a desiderare ardentemente la pioggia. Tutti i giorni andavo a visitare i campi di granturco, che andavano di male in peggio. Alla fine fu portato in processione S. Antonio da Padova; mentre l'imagine veniva ricondotta al convento di S. Pio, un frate dell'ordine di S. Agostino predicava sulla scalinata della chiesa, alla luce delle fiaccole. La strada era gremita di popolo e gli ascoltatori si erano arrampicati financo su gli alberi; il monaco che gesticolava, l'imagine del santo, le croci nere, le bianche sottane dei chierici, gli scialli rossi delle donne, la tremula luce delle fiaccole, gli alberi scuri sotto il turchino cupo del cielo, e tutta una popolazione implorante da Dio la pioggia, formavano una delle scene più pittoresche che abbia mai visto. Finalmente il terzo giorno il cielo si coprì di nuvole, cominciò a tuonare e cadde una pioggia di una violenza veramente tropicale.
Sembra però che gli dei, o i santi che li hanno oggi rimpiazzati, non concedano favori senza pretendere vittime. E così avvenne in questo caso: la pioggia fu accompagnata da un terribile ciclone, fenomeno stupendo che ebbi modo di osservare, perchè mi trovavo fuori a cavallo: una massa nera di nubi scese dai monti Volsci, avvolse la valle e devastò con la grandine una vasta estensione di vigneti. Da allora, quasi tutti i giorni, nel pomeriggio, scoppiò sui monti un uragano, accompagnato da tuoni e da lampi: al sopraggiungere di ogni nuovo temporale le campane di tutte le chiese venivano suonate a stormo. Un giorno tutto il paese fu sossopra; la popolazione si riversò nelle vie; si diceva che un fulmine avesse ucciso quattro persone e la notizia fu confermata. I morti furono portati nella casa di un contadino, dove furono sorvegliati per ventiquattro ore dalla polizia. Il giorno dopo giunse, cavalcando un asinello, il magistrato, seguito dal dottorino, di cui ho già parlato, e dal chirurgo incaricato di fare l'autopsia. Non vi era dubbio, i morti erano stati veramente colpiti dal fulmine. Nella notte, furono posti su di un carretto, coperti con un drappo nero e trasportati in paese; il clero, che portava dei ceri, precedeva il carro, e quindi seguiva la confraternita della morte, avvolta in grandi mantelli neri e con torcie a vento in mano. La scena aveva qualcosa di sinistro. La popolazione tutta ne attendeva il passaggio alla porta del borgo. Allorquando il corteo vi arrivò cantando il miserere, tutti alzarono le mani al cielo, gettando tali grida di angoscia e di selvaggio dolore, che l'animo più indurito ne sarebbe stato commosso. Infatti le vittime del fulmine sono considerate con una specie di orrore, perchè vengono credute colpite dall'ira divina e si dubita della loro eterna salvezza. I parenti degli uccisi, delle donne e dei ragazzi, si staccarono dalla folla. Una donna fu colta da tanta disperazione, che a stento gli astanti riuscirono ad impedirle di gettarsi sui feretri. I cadaveri furono portati nella chiesa l'un dopo l'altro e deposti per la notte sull'impiantito, mentre le stesse scene e le stesse grida di prima si ripetevano. Non dimenticherò mai quel quadro straziante.
Questo popolo esprime ancora i suoi sentimenti con un'ingenuità primitiva, e si può dire che viva ancora allo stato di natura.
I rapporti fra i due sessi in questi paesi richiamano sempre alla memoria i costumi orientali. Per principio, gli uomini non devono aver relazione che con gli uomini, e le donne con le donne. Sembrerebbe ridicolo che un marito passeggiasse offrendo il braccio alla moglie; ed una fanciulla crederebbe compromettere la sua reputazione se osasse fermarsi a parlare per strada con un giovane, e peggio ancora se si lasciasse accompagnare da lui. A gl'innamorati non è concesso che il «discorso» vale a dire un colloquio a gesti dalla finestra o sulla porta di casa, il «lenes sub noctem susurri» di Orazio. Sono in uso le serenate con accompagnamento di chitarra; spesso canti pastorali o le note dolenti della cornamusa rompono melodiosamente il silenzio della notte. Il popolo canta in modo meraviglioso dei semplici e lunghi stornelli che accarezzano dolcemente l'orecchio. E' un vero piacere udire nelle vigne le domande e le risposte di due innamorati che, senza tregua, come le cicale nell'estate, levano nell'aria un canto dialogato.
I matrimoni qui sono molto precoci: spesso un giovane di ventun anno sposa una fanciulla che ne ha quindici appena. Una lunga relazione, quello che dicono qui «fare all'amore» si ritrova più spesso nel popolo che nelle classi agiate e superiori, dove il matrimonio è ordinariamente un affare. Citerò un esempio, di cui sono stato testimonio. Un giovane abate di ventun anni, figlio di una ricca famiglia del luogo, desiderava abbandonare la carriera ecclesiastica e tornare allo stato secolare. Un bel giorno, un frate francescano di Civitella (qui i frati si cacciano in tutti gli affari delle famiglie) andò a trovare la madre del giovane abate e le disse: «Nel paese di Pisciano v'è una fanciulla di circa diciotto anni, che desidera maritarsi; ha mille scudi di dote ed appartiene ad una delle migliori famiglie della contrada. Se consentite a questo matrimonio, parlatene a vostro figlio». Il giovane abate accolse la proposta senza esitare, e, vestito del suo abito ecclesiastico, il domani montò a cavallo e andò a Pisciano per conoscere la ragazza. Si fidanzò subito con lei, e tornato a casa chiamò un sarto per farsi trasformare la sottana in un abito secolare; la sorella cucì in tutta fretta un paio di calzoni grigi per il giorno delle nozze, e siccome gli mancava una sottoveste, la madre mi fece chiedere in segreto di prestargliene una. Così vestito si presentò una seconda volta alla fidanzata nella casa di un contadino, dove il contratto di matrimonio fu subito firmato. Tre settimane dopo la sposa arrivò in una vettura, recando seco due grossi sacchetti pieni di monete, e tosto si celebrarono le nozze! Lo sposo prima della cerimonia non aveva visto che due volte, e ciascuna volta per pochissimo tempo, la compagna di tutta la sua vita. Fu preparata loro nella casa dei genitori del giovane una cameretta, o, per essere più precisi, non vi si pose che un letto colossale, e niente mutò nell'esistenza di quella gente.
A questo proposito, voglio accennare ad una strana usanza del Lazio. Una sera udii sulla piazza un rumore curioso ed assordante, prodotto da ogni sorta di strumenti che io però non riuscivo a definire; uscii e vidi tutti i ragazzi di Genazzano riuniti innanzi ad una casa, intenti a darvi una specie di concerto. Mai, neppure nelle università tedesche, io avevo sentito un complesso di suoni così discordanti: gli uni soffiavano in conchiglie marine ricavandone orribili fischi, un altro dava di fiato in un corno di bue, certi picchiavano con falci sopra zappe e padelle, alcuni agitavano a tutta forza pezzi di ferro vecchio di ogni specie legati insieme con una corda, un altro ancora faceva ruzzolare per terra una vecchia casseruola attaccata ad una funicella. Dieci o dodici monelli scampanellavano rumorosamente con quelle campane che si appendono al collo delle vacche. «Di grazia, chiesi ad un signore che assisteva ridendo alla scena, che significa questa musica infernale?» Mi rispose che in quella casa abitava un vedovo passato a seconde nozze e gli facevano la «scampanellata». Così si chiama questa barbara usanza dalle campane che di solito portano le vacche. In tutto il Lazio ogni qualvolta un vedovo od una vedova si rimarita, per tre sere si usa far loro un simile concerto. Durante il mio soggiorno a Genazzano ne sono stato spettatore, ed ho tre volte potuto vedere una folla di ragazzi, preceduta da un monello con una zucca appesa a foggia di lanterna ad un bastone, percorrere le strade, come un esercito di diavoli che avesse di notte invaso quel pacifico villaggio.
Perchè Genazzano è veramente un luogo pacifico; i suoi abitanti sono d'indole dolce ed anche più superstiziosi dei loro vicini; questo carattere deriva dall'importanza religiosa del paese che è un luogo famoso di pellegrinaggio, avendo oggi nel Lazio la sua chiesa l'importanza che ebbero nell'antichità il tempio della Fortuna a Preneste e il santuario d'Anzio. Ho assistito alla grande festa della Madonna di Genazzano, l'8 settembre; posso dunque parlarne con cognizione di causa. Prima però voglio accennare alla leggenda della sacra imagine, che ha grande analogia con quella della Santa Casa di Loreto.