«Perchè me lo chiedi, buona donna?».

«Perchè son certa che quello che stai facendo, è cosa cattiva, mi rispose essa alzando le spalle in segno di disprezzo; e soggiunse: ciò non sta bene». Vivamente stupito domandai alla donna per quale ragione io l'avevo tanto spaventata e se non aveva mai visto in vita sua un uomo leggere un libro. «Può darsi, mi rispose, ma ciò non sta bene, e chi sa poi quali siano le tue intenzioni...» e dette queste parole si allontanò gettando su me più volte sguardi timorosi e sospettosi.

Continuai a leggere, ma poco dopo mi alzai, riflettendo su quella bizzarra apparizione. La sera raccontai la cosa in casa. «Sapete, mi disse ridendo Annunziata, la mia albergatrice; quella donna ha creduto che voi foste un fattucchiero, un mago, e che foste occupato a lanciare col vostro libro in pergamena una maledizione sulla sua vigna». Risi di cuore per essere stato preso per un mago e per aver potuto trarre delle maledizioni contro i vigneti dalla Storia dei Papi del Platina.

Le viti si vanno a poco a poco riavendo, e siccome è il primo anno che sono colpite dalla malattia, i grappoli d'uva sono ritenuti, come dice questa buona gente, cosa santa. Durante il mio soggiorno a Genazzano furono nei dintorni uccise cinque persone solo per aver tentato rubare alcuni grappoli d'uva. A questo proposito voglio anzi narrare un fatto che dà un'idea del come qui sia amministrata la giustizia. Un ricco proprietario, cognato del priore o sindaco di Olevano, uccise un giorno sulla strada maestra un disgraziato che aveva rubato alcuni grappoli d'uva; compiuta questa bella impresa, si rifugiò in una sua vigna, contigua a quella della mia albergatrice. Alcuni suoi amici, siccome i figliuoli dell'ucciso avevano preso i fucili per vendicare il padre, si recarono armati dal proprietario per difenderlo. La giustizia intanto non si mosse e solo dopo varî giorni la vedova riuscì, per mezzo di protettori influenti, a scuotere il magistrato e ad aver la promessa che i birri di Olevano avrebbero arrestato l'uccisore: essi però anche allora non si mossero, perchè, si disse, erano stati comprati col denaro. Neppure i birri di S. Vito, nei quali la vedova riponeva maggiore speranza, fecero nulla.

Passarono due settimane. «Bella giustizia avete nei vostri paesi!» dissi una sera al farmacista di Genazzano, nella cui bottega, come in quella del suo collega, di Ermanno e Dorotea, solevansi radunare le persone più importanti del luogo. Il figlio dello speziale, padre della bella Sofia, allora mi rispose: «Ma che pensate mai, signore? Quell'uomo non fu mica ucciso, come si dice, dal cognato del priore; il nostro «dottorino» ed il chirurgo, hanno fatto l'autopsia del cadavere ed hanno trovato che l'infelice cadendo da un'altura si spezzò il fegato». «E' proprio così» soggiunse l'arciprete di Santa Maria del buon Consiglio. Io tacqui. «Non ne credete una parola, mi disse la mia albergatrice; quel disgraziato non si è affatto rotto il fegato, ma...», e col pollice e l'indice destro fece il gesto di chi fa scorrere del denaro. «Avete capito?» «Ho capito» risposi.

L'abbondanza di viti qui è straordinaria: per quanto l'occhio può spaziare, le vigne ricoprono tutte le ridenti colline della campagna. Le piante sono disposte in lunghe file, appoggiate a pali o sostenute da quelle canne resistenti che in Italia crescono nei luoghi umidi, o avviticchiate a piccoli olmi. Gli ammiratori di Virgilio sanno che fin dai tempi romani si soleva coltivare in queste terre la vite nei modi cui ho fatto cenno. Grande godimento è quello di poter leggere oggi in queste vigne le Georgiche di Virgilio, il capolavoro della poesia latina, libro stupendo non tanto per la forma della composizione, che è mediocre, quanto per la purezza, la precisione, la grazia inimitabile dello stile. Ho letto e riletto quei canti fra i campi di Genazzano ed ho dovuto riconoscere che tutti i consigli, le regole ed i precetti del poeta sono oggi pienamente osservati, di guisa che pare quasi che egli abbia descritto i modi di coltivazione attualmente in uso nella campagna romana.

La vigna è tutto in questa regione: essa riunisce in sè le tre divinità dei campi: Bacco, Cerere e Pomona. Infatti, fra le file delle viti si semina il grano, e qua e là vi si piantano gli eleganti mandorli, la più precoce delle piante del Mezzogiorno, che fiorisce alle prime brezze primaverili: il mandorlo è stato cantato in una delle Cento novelle antiche, dove è detto essere stato piantato presso la tomba di Narciso da Amore, quale simbolo degli amanti. Fra le viti cresce anche l'olivo, dalle foglie sottili che paiono luminose nella luce cangiante, assumendo una tinta ora argentea ora bronzea: vedendolo levarsi sul grano, vien fatto di pensare al pane saporito, per il quale somministrano l'olio. Altrove sorgono anche dei peschi, dei peri, dei meli, dei purpurei melagrani, dei noci, dei castagni e dei fichi, dai frutti dolci come il miele. Tutte queste piante porgono una ricca scelta di frutta in ogni stagione, di modo che quando una ha finito di dare i suoi frutti, un'altra pianta offre i suoi, mentre una terza li matura e li prepara. Avendo trascorso un'intera estate nella campagna romana, ciascuna di quelle piante mi ha pagato il suo tributo, ad eccezione dell'olivo, che è l'ultimo a maturare.

La mia albergatrice possiede tre vigne, una presso Palestrina, le altre due nei monti selvaggi di Olevano, a tre miglia da Genazzano. Là sorge su un'altura, solitaria, una casetta di contadini, con una veranda aperta, ornata di fiori, ombreggiata da vecchi fichi e castagni: di lassù lo sguardo spazia sulla catena maestosa della Serra e sulla pianura del Sacco. Quale godimento passare le ore della giornata in quella loggia a respirare l'aria pura e profumata e ad assaporare di quegli ottimi frutti! Quali scegliere fra di essi? L'imbarazzo è grande, data la varietà dei frutti, uno più squisito dell'altro. Lo stesso devesi dire dell'uva: la malattia ha risparmiato questa vigna, rinomata per tutta la contrada; i tralci piegano sotto il peso tanto che è stato necessario puntellarli con pali e sostenerne i grappoli con fili di ferro. Non ricordo di aver mai visto dei grappoli e dei chicchi d'uva di tale grossezza e se volessi paragonarli a qualcosa, passerei certo per esagerato.

V'è il moscatello dorato, trasparente sotto i raggi del sole, v'è l'uva nera e quella biancastra, che serve a fare il così detto «buon vino» e quella azzurra cupa, che fa il vino forte, rosso come il sangue. Mi son recato spesso a mangiarne e poi mi sedevo sotto un castagno ai piedi della collina, in mezzo ai mirti ed alle felci cantate da Virgilio, e, fra il profumo della menta e del serpillo, leggevo Orazio o qualche altro libro che avevo recato meco. La menta è propriamente una pianta caratteristica della campagna romana: tutti i campi intorno alla città eterna ne sono profumati. Quando poi mi trovo lontano di qui, in Toscana, o nell'alta Italia, e mi accade di vedere una pianticella di menta, il suo profumo mi richiama immediatamente alla memoria la campagna romana, e me la fa desiderare ardentemente.

In mezzo a tanta dovizia, chi vorrà credere che la popolazione sia poverissima? Osservando questa regione la si direbbe un vero Eldorado per i suoi abitatori; ma se vi si vive un po' a lungo si finisce per vedere che spesso in questo paradiso terrestre abita la miseria più squallida. Tutte queste frutta (si vendono qui venti fichi o venti noci, per un baiocco; e nelle buone annate un fiasco di vino per lo stesso prezzo) non bastano a nutrire il contadino; esso morrebbe di fame se non avesse la farina di granturco, che forma il suo cibo. La causa di questo doloroso stato di cose va ricercata nel regime agrario del paese. Innanzi tutto bisogna notare che ogni proprietario di terra deve pagare al principe Colonna, come tributo, la quarta parte di quello che il terreno gli rende. L'antico flagello dei latifundia è ciò che forma la miseria di questa popolazione; è vero che quasi ogni contadino possiede una piccola vigna, ma questa non è sufficente a mantenere la sua famiglia. L'usura poi non ha limiti; anche ai più poveri prende il dieci per cento. La più lieve disgrazia, una raccolta mancata, come avviene da alcuni anni in qua, basta ad indebitare il contadino trascinandolo nella miseria. Se egli riesce ad ottenere danaro e derrate a credito gl'interessi lo rovinano e l'avido usuraio attende il momento, in cui il piccolo proprietario per fame sia costretto a vendergli il suo fondo ad un prezzo irrisorio. I baroni ed i conventi si arricchiscono; i contadini sono ridotti alla sorte di loro vassalli e di loro mezzadri. Ho avuto più volte occasione di osservare fatti simili. La vendita ha generalmente luogo in questo modo: il contadino indebitato comincia col vendere la sola terra e si riserva le piante «gli alberi» sotto la quale denominazione sono comprese anche le viti, e continua a coltivarle ed a godere della metà e talvolta anche dei tre quarti del reddito. Trascorso però un anno appena il contadino si ripresenta all'acquirente offrendo di vendergli anche le piante ed allora diventa suo mezzadro, continua ad abitare il terreno con la sua famiglia, a coltivarlo pel nuovo padrone, ricevendo in compenso una parte dei prodotti, e siccome non di rado questi non bastano al suo sostentamento, ricorre ancora a nuovi debiti.