Ricordo ancora con un certo piacere il giorno in cui, andando alla scoperta di un luogo per le mie future passeggiate, ho percorso per la prima volta la via che mena a S. Pio. La strada bella e buona sale fra i vigneti ed i boschi; tutto ad un tratto la vista si apre a destra, e si scorgono terreni ondulati, coperti di viti, e l'ampia e tranquilla valle del Sacco, circoscritta da catene montuose, ed un paesaggio dall'aspetto superbo. A fianco della via sorge una piccola altura detta Fagnano, sulla cui pendice trovasi un masso voluminoso, ombreggiato da annose piante di olivo; su quest'altura mi son procurato spesso il godimento di leggere la Vita nuova di Dante o la Consolazione della filosofia di Boezio, riposando poi alla fine di ogni capitolo i miei occhi nel contemplare quel quadro sublime che si spiegava dinanzi a me. Di lassù si gode tutto meravigliosamente: sul primo piano dei lussureggianti boschetti; più in là un'ampia valle coperta di una cupa foresta, illuminata da un sole ardente; a destra ed a sinistra delle splendide catene di montagne. Quella a sinistra è chiamata Serra, dominata dalla piramide gigantesca del Serrone, da cui si staccano monti di minore altezza, persi tutti in un mare di verdura, interrotto qua e là da numerosi villaggi e castelli. Dalla Serra si staccano delle ridenti e fresche colline, seminate qua e là di fortezze feudali e di bianche borgate, brillanti sotto i raggi del sole. Sull'altro versante, altre colline formano come gli avamposti dei monti Volsci, le cui sommità seguono delle ardite curve e danno così un altro aspetto al paesaggio.
Su queste vette luminose e nelle nere valli, l'occhio distingue numerosi castelli, monasteri e villaggi che sembrano sospesi nell'aria. Da per tutto regna un silenzio solenne, imponente. I contorni delle cime sembrano scolpiti nell'azzurro del cielo. Dietro la Serra si scorge qua e là una punta nevosa, d'una dolce tinta violetta: è qualche vetta selvaggia dell'Abruzzo; più lontano ancora, in una nebbia d'argento, appaiono altre punte coperte di neve e nelle forme più svariate, alcune simili ad obelischi, altre simili a cupole: esse richiamano la fantasia verso regioni ancora ignote del paese dei Sanniti, o verso le sponde del Liri.
Chi potrebbe dipingere su una tela le bellezze di questo paesaggio, allorquando la tinta rossastra della sera viene ad avvolgere i monti con una porpora raggiante e l'ombra si stende su tutta la valle? La notte scende allora a poco a poco sulle meravigliose pendici della Serra e pare che s'impadronisca, l'un dopo l'altro, dei paesi per piombarli poi nelle tenebre più fitte. Gli ultimi raggi del sole sul tramonto fanno scintillare i vetri delle finestre di Serrone, di Roiate e di Piglio; quindi tutto diventa scuro, tutto scompare, ed anche il castello di Paliano si perde nelle tenebre. Un solo paese appare ancora di lontano, per gli ultimi raggi che vanno a morire sulle sue finestre; è posto sopra un colle e lo ricopre quasi tutto e per la sua estensione appare assai più importante di tutti quelli della campagna romana. Sin dalla prima sera l'ho riconosciuto, per la sua posizione, e non sono caduto in errore: è Anagni, la patria di Bonifacio VIII, che io ho salutato con i versi di Dante:
Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso,
E nel vicario suo Cristo esser catto.
L'impressione di un paesaggio diventa maggiore per il pensatore, allorchè vi sa ricollegare i ricordi storici e farvi rivivere qualche grande figura del passato: la valle latina che si stende ai nostri piedi è la chiave del regno di Napoli, è la strada militare percorsa dai popoli invasori del medio evo. I Goti, i Vandali, i Franchi, i Longobardi, Belisario, gli Ottoni, gli Hohenstaufen, i Saraceni, i Francesi, gli Spagnoli, tutti hanno dissetato i loro destrieri nelle acque del Sacco, tutti hanno traversato questi campi virgiliani, per riversarsi poi di là dalla valle del Liri, in quel paradiso che ha nome reame di Napoli.
Genazzano non è una città molto antica; risale al medio evo. Solo il suo nome, forse, rimonta all'antichità, giacchè si vuol farlo derivare dalla Gens Genucia, la quale qui possedeva il fundus Genucianus. Non è che dai primi del secolo xi che si ricorda in alcuni documenti il nome del castello di Genazzano, come proprietà dei Colonna di Palestrina. Questo castello fu dimora di un ramo di detta famiglia e le diede il nome. Si vuole anzi che il solo papa di questa famiglia sia nato appunto a Genazzano: fu questi Martino V, Ottone Colonna, eletto a Costanza nel 1417, sotto il quale ebbe fine lo scisma di Avignone. E' fuori dubbio, per lo meno, che questo illustre pontefice appartenne al ramo dei Colonna di Genazzano e che amò risiedere solitario in questo dominio della sua famiglia. Amava il paese e vi fece costruire delle chiese e probabilmente ingrandì anche il palazzo che i suoi nipoti, più tardi, abbellirono. Ai Colonna spetta pure il vanto di aver fatto costruire l'acquedotto, di cui ho parlato; e le pittoresche rovine dei bagni che stanno in un avvallamento del terreno, dinanzi alle porte della città, rivelano, per la grandiosità del loro stile, che autori ne furono i potenti baroni. Il loro palazzo o castello feudale era un tempo vasto e magnifico; oggi cade in rovina al pari di quasi tutti i palazzi della campagna romana.
Il cortile, d'un gusto severo, col suo duplice colonnato elegante e leggero, ricorda quasi l'epoca del Bramante: ora, però, fra quelle colonne si vedono statue di marmo mutilate, senza testa, ma che, nello stato miserando in cui sono ridotte parlano con maggiore eloquenza all'animo del visitatore che se fossero tuttora intatte. Esse sono in perfetta armonia con quel palazzo deserto, e mi hanno fatto tornare alla mente certe descrizioni di castelli feudali in rovina, lette nei romanzi di Walter Scott. Una volta i Colonna avevano fatto dipingere sulle pareti di una loggia i panorami delle città comprese nei loro vasti dominî: ora questi affreschi sono cancellati, come scomparsi sono i titoli ed i diritti dei loro signori. Unico abitatore, che percorre quelle sale vaste e abbandonate, simile ad un mago o ad un incantatore, è un vecchio medico dalla barba bianca, che vi ha stabilito la sua dimora e solo ne anima la profonda solitudine.
A Genazzano del resto non mi sono dato cura nè di antichità, nè di ricerche archeologiche, e mi sono invece abbandonato interamente al piacere di goder le bellezze naturali e di conversare con quella buona popolazione. Non volendo unicamente trascorrere il mio tempo ad ammirare l'azzurro del cielo od a parlare solo della storia delle famiglie, voglio ora discorrere, da campagnolo, dei vigneti ed accennare come qui si mangi e si beva. Il momento veramente non è il più adatto, poichè le viti sono ancora devastate dalla crittogama ed il granturco corre rischio di andare tutto perduto, non essendo da due mesi caduta una stilla d'acqua.
Un giorno, dopo aver percorso un sentiero selvaggio fra due siepi di rovi, sono arrivato in un vigneto, dove, in un luogo tranquillo e ombreggiato da bellissime piante di olivo, mi sono seduto e, tratto fuori un libro legato in pergamena, mi sono sprofondato nella lettura. Il cane della casa dove abitava, Moringa, mio compagno di passeggiata, fedele ed inseparabile che mi guidava sempre nei siti più belli, stava accovacciato ai miei piedi, quando ad un tratto cominciò ad abbaiare; alzai gli occhi e vidi alla distanza di cinque o sei passi una donna assai ben vestita, che mi fissava con segni di viva paura.
«Buon uomo, mi disse che fai tu costì?» (Nella campagna romana come nell'Abruzzo tutti generalmente si danno del tu).