Passando per questa rustica colonia la strada giunge ad un monastero, che sorge solitario fra verdi boschi di elci, castagni ed olmi: si chiama S. Maria di Paliano. Quindi bisogna attraversare per l'unico ed angusto sentiero la foresta che circonda tutta la collina. La discesa è così ripida, che difficilmente si riesce a farla a cavallo. Giunti in fondo, si trova una pittoresca e selvaggia pianura, che si stende fra la collina di Paliano e quella di Anagni. Qua e là si vedono disperse delle solitarie fattorie di pietra scura o qualche mulino presso un torrente che taglia il sentiero. Il paesaggio è animato da mandre di vacche e di pecore, ed il pifferaro che scende a Roma nella notte di Natale, appare qui nel suo stato naturale, e si odono gli strani accenti della cornamusa che il pastore suona, seguendo passo, passo il suo gregge, che si muove qua e là in cerca di erba, che la terra fertile abbondantemente gli offre.

Verso la fine di settembre i greggi di pecore discendono dai monti circostanti e si spandono, per passarvi l'inverno, nella pianura, arrivando fin presso le mura di Roma. Nel mio ritorno ne ho incontrato appunto uno che si dirigeva verso Roma: era così numeroso che ingombrava alla lettera tutta la strada, ed era diretto e sorvegliato da grossi cani dal pelo lungo, e da pastori a piedi ed a cavallo. Calcolai che fossero circa 3000 pecore, ma un pastore mi disse che erano quasi 5000 capi di bestiame che venivano dalla Serra e si recavano a Roma. I belati delle pecore e degli agnelli empivano l'aria dei mansueti lamenti che risuonano nella campagna di Roma in ottobre ed in novembre, sì che par di vivere in mezzo ad un grandioso idillio classico.

Intanto ci avviciniamo ad Anagni e ci troviamo ai piedi della collina, su cui sorge superba l'antichissima metropoli degli Ernici. Dinanzi a noi si apre una porta alta e maestosa, che reca in cima lo stemma della città: un leone sul cui dorso un'aquila affonda gli artigli.

Anagni mi ha sorpreso: abituato alle strade strette dei villaggi della campagna romana, ed alle loro case meschine, ho trovato qui delle lunghe file di fabbricati di bell'aspetto e dei palazzi che fanno pompa dello stile sfarzoso del xvii secolo e che danno al paese l'impronta di una certa agiatezza. Questo aspetto moderno mi sorprese ed io non riuscii a spiegarmelo che dopo aver studiato la storia della città.

Sono arrivato sulla piazza di Anagni, che ha la forma di un piccolo rettangolo, di cui i due lati più corti son formati da palazzi; delle case di semplice aspetto chiudono il terzo lato, un parapetto di pietre cinge il quarto che sorge sulla cresta della collina, di là si scorge la pianura del Sacco, attraverso la quale si svolge tortuosamente la via Latina che parte da Valmontone. Essa non tocca Anagni, ma gira intorno alla sua collina e passando per Ferentino e Frosinone, giunge alle sponde del Liri, di là da Ceprano. Il panorama che da questa piazza si gode, è così stupendo che impressiona anche chi abbia visitato minutamente tutta l'Italia, dalle Alpi sino al mare Jonio e al mare Africano. Si scorge la catena dei monti Volsci, i cui pendii illuminati dal sole si vedono così distintamente da poter contare le finestre dei villaggi che vi sono sparsi; ovunque si scorgono le città dei Volsci, che sono schierate lungo i monti: Montefortino, la gloriosa Segni, Gavignano, Rocca Gorga, Sgurgola; più in là, Morolo, Supino, Patrica, dietro la quale a forma di piramide si leva azzurro e maestoso il monte Cacume; e più lontano ancora le cime seguono le cime, poi altri paesi: qua Ferentino, dietro ad una collina Frosinone di cui si vede anche il castello, Arnara, Pofi, Ceccano, e qualche altro ancora che l'occhio abbraccia in un solo sguardo. Verso Roma si stende l'ampia pianura, coronata dai monti di Palestrina, visibile anch'essa a questa distanza. Si vedono anche i monti Laziali, di modo che da questo punto senza sforzo alcuno l'occhio abbraccia la maggior parte del Lazio.

Ben diverso invece è il paesaggio, se si guarda dal lato opposto della piazza, e soltanto allora si comprende la posizione di Anagni. La collina, sul margine estremo della quale è costruita la città, appare unita alla Serra, e si stacca da questa con una curva a forma di falce. La roccia è scura, ripida e brulla, e dal paese si sale in una regione selvaggia, dove è il villaggio di Monte Acuto, un erto e nero castello, che prende nome dalla vicina altura.

Nell'osservare questa posizione non ci si stupisce più che Anagni sia stata nel medio evo preferita da tanti papi come luogo di rifugio e di villeggiatura, essendo una cittadina nell'aperta campagna, posta su di un'altura che ne rende l'aria salubre, mentre le sue rocce e le alte mura la fanno un forte baluardo.

Del resto la città deve la sua importanza storica soltanto al medio evo. Sebbene sia stata capoluogo degli Ernici, forte tribù del Lazio, essa non ha avuto alcuna importanza al tempo dei Romani, e, dopo essere stata da questi soggiogata, rimase sempre una piccola città sottomessa. Anche oggi qualche rovina ci ricorda il dominio romano; qua e là si vedono avanzi di mura ed a nord della città una fila di archi giganteschi che si appoggiano sull'erta scoscesa della collina. Questo caratteristico monumento dei tempi romani offre una vista imponente. Non esistono più tracce dell'antica rocca, la quale molto probabilmente occupava il punto dove oggi sorge il duomo. Neppure esistono in Anagni mura ciclopiche, come se ne vedono a Ferentino ed a Segni.

Solo verso la fine del xiii secolo Anagni acquistò importanza, avendo avuto la rara fortuna di vedere in un secolo quattro de' suoi cittadini ascendere al seggio pontificio. Il primo fu Innocenzo III, Conti (1198-1216), il secondo Gregorio IX, Conti (1227-1241), poi Alessandro IV, Conti (1259-1261), ed infine Bonifacio VIII, Gaetani (1294-1303).

Anche prima però la città era preferita da papi; sin da quando Roma si era ordinata a governo repubblicano, parecchi pontefici si rifugiarono dentro le mura di Anagni. Quivi morì nel 1159 Adriano IV, Breakspeare, l'unico inglese che abbia portato la tiara, sottraendosi alle pressioni del senato romano per il ristabilimento della repubblica: ivi pure si rifugiarono l'illustre suo successore Alessandro III ed il successore di questi, non meno famoso, Lucio III.