Trovai anche qui, come altrove, che il presente ha maggior diritto alla nostra attenzione che non il passato, perchè alla vista dello stupendo paesaggio che si stendeva dinanzi ai miei occhi dimenticai subito la storia di Bonifacio. Di lassù si scorge una selvaggia regione sassosa, di aspetto severo, sulla quale sorge solitario un tempio dorico, di costruzione moderna, che è il camposanto di Anagni. Più in là si leva maestoso il bruno monte Acuto. Salendo per pochi passi la collina si scorge alla distanza di sei miglia al più una rupe grigiastra e selvaggia, sulla quale, in triste abbandono, sorge un cupo villaggio. «È Fumone!» mi disse una donna che passava; e soggiunse con disprezzo: «Quando Fumone fuma la campagna trema». Non avendo compreso questo proverbio, gliene chiesi il senso, ma la donna non mi seppe rispondere che questo: «Guardate, guardate come è misero! Là vi si muore sempre di fame!».[4] Quello era dunque Fumone, dove fu rinchiuso Celestino V, l'unico Papa che abbia abdicato, di cui tutta la storia è un romanzo, quanto tutto il medio evo.

Qui debbo ricordare un curioso incidente. Avevo tratto di tasca, per osservare Fumone, un cannocchiale guarnito in metallo lucido, quando per caso lo rivolsi su un giovanetto che stava sulla strada, a poca distanza da me. Il ragazzo gettò un grido e fuggì in preda allo spavento. Al suo grido accorsero uomini, donne e fanciulli, domandando cosa fosse accaduto: questa scena mi ha ricordato quell'altra ridicola di Genazzano, dove con un semplice libro sparsi il terrore come mago.

Abbiamo ormai visto e parlato di tutto ciò che v'è di notevole in Anagni, e possiamo lasciare questa città. Ogni interesse per essa cessa con Bonifacio, se non termina con lui anche la sua storia, poichè dopo di allora, due sole volte Anagni è ricordata, e cioè nel 1378, allorquando, dopo l'elezione di Urbano VI, i cardinali francesi avversari del partito romano, vi si rifugiarono per eleggervi un antipapa dando origine al grande scisma, e nel 1556, allorquando i soldati del duca d'Alba la distrussero durante la guerra della campagna.

Questa rovina spiega il suo aspetto moderno. Ora è una città morta di 6000 abitanti, fieri ancora delle loro memorie, dei loro Papi e delle loro famiglie patrizie. Fra queste se ne contano ancora dodici, le cosiddette dodici stelle di Anagni, ed ancora esistono quelle dei Gaetani e dei Conti, i più antichi di stirpe. Nuove famiglie si sono aggiunte a queste, fra le quali mi è grato ricordare la gentil famiglia degli Ambrogi.


I MONTI ERNICI
(1858)