Qui vediamo dinanzi a noi mura colossali di cui ogni pietra non è un grosso pezzo quadrato, ma un vero macigno di forma irregolare, e se ci domandiamo meravigliati con quali mezzi si siano potuti collocare tali massi gli uni sugli altri, si arriva ancor meno a comprendere come sia stato possibile incastrarli gli uni negli altri, in modo da non lasciare il minimo interstizio, producendo l'effetto di un gigantesco mosaico lavorato con la massima precisione.
La tradizione attribuisce questo genere di costruzione degli antichissimi tempi latini, ai tempi di Saturno, e li sbalza addirittura fuori del periodo della civiltà storica. Però la scienza, che in Italia si occupa tanto di ricerche intorno agli Indo-Germanici e ai Pelasgi, è costretta a confessare di non saper nulla intorno a quei popoli che hanno costruito quelle opere colossali. La loro vista sola basta a convincerci che una razza che potè costruire tali mura, doveva già possedere un'importante cultura e leggi ordinate.
La vicinanza tra di loro di queste città ciclopiche sparse per tutto il Lazio dimostra che in tempi antichissimi esistette in questa regione un gran numero di repubbliche o comuni autonomi di cui ignoriamo le scambievoli relazioni, ma dalla costruzione di tali immense fortificazioni possiamo dedurre come esse fossero continuamente in guerra fra loro, ed esposte soprattutto alle invasioni dei malviventi per le loro posizioni isolate e malsicure. Se si volesse stabilire una proporzione esatta fra la forza degli uomini e le dimensioni delle loro opere, si dovrebbe supporre essere stati giganti coloro che costruirono quelle mura, o che le assaltavano con nemico furore, ma queste costruzioni appartengono al periodo delle opere colossali, con le quali s'iniziò la civiltà umana presso tutti i popoli ed in tutte le parti del mondo, finchè poi dalla grandezza materiale salì a quella che con mezzi perfezionati produce opere belle ed artistiche. Non si dovrebbero far risalire queste opere ciclopiche a tempi remotissimi; forse furono costruite nel Lazio dopo la fondazione di Roma. Non è molto grande il passo che separa queste costruzioni di massi irregolari da quelle più regolari degli Etruschi e dei Romani.
Si usciva dalle mura di questo Campidoglio dell'antica Alatri per una porta principale tuttora esistente: un'immensa costruzione in pietre disposte orizzontalmente; oltre a questa vi è un'uscita secondaria e, nel muro esposto a mezzogiorno, vi sono tre nicchie quadrate che fanno supporre vi fossero collocate le statue degli Dei, mentre si può ragionevolmente ritenere che un ciclopico avanzo nel centro del castello fosse l'altare su cui erano offerti i sacrifizi solenni.
Fino al 1843 queste mura erano mezzo sepolte fra le macerie e le piante rampicanti e non vi era una strada che permettesse di farne il giro. Una visita di Gregorio XVI fece nascere negli Alatrini la felice idea di liberare da quegli ingombri quell'impareggiabile monumento della più remota antichità. Duemila uomini lavorarono dieci giorni per sgombrare i rottami, e così l'Acropoli fu non soltanto liberata dalle macerie che la deturpavano, ma provvista di una strada che ne fa il giro e si chiama via Gregoriana. In quel tempo furono pure riaperte la porta principale e la salita che conduce alla piazza del castello, che è larga e bene spianata ed ora è cinta da un parapetto di pietra, che s'innalza sopra le mura ciclopiche, e, siccome non vi è altra costruzione che il duomo, vi si gode liberamente un'ampia vista del paesaggio montuoso. Il colpo d'occhio è splendido ed affascinante per la sua estensione e bellezza, ed io non tenterò nemmeno descriverlo od anche soltanto accennare alla linea dei monti che, nel luminoso cielo turchino, si stendono sopra l'amena campagna. In tale quiete perfetta, anzi in quella completa solitudine, in quei luoghi misteriosi, testimoni di un'antichissima civiltà, si prova vivamente l'impressione del sublime. Non parlerò nemmeno del piccolo duomo che sorge solitario da un lato della piazza con un bizzarro campanile ed una facciata che appartiene al secolo xviii. Una larga gradinata di pietra conduce alla porta della chiesa. Purtroppo nell'interno tutto è rimodernato, e con dispiacere dovetti riconoscere che, anche nei luoghi più remoti del Lazio, la falsa ambizione dei preti e dei comuni ha guastato, restaurandole, le venerate reliquie dell'antichità. La mania di seguire la moda che distrugge a poco a poco i costumi nazionali, si attacca dovunque, anche ai fabbricati, che rimoderna con facciate senza stile, e ne guasta l'interno con puerili pitture dai colori stridenti come nella Roma moderna, dove per mancanza di gusto si gareggia coi Siciliani.
Girai per le strade di Alatri e la città mi piacque sempre più. Essa è circondata da giardini abbastanza ben coltivati, e nell'interno una vita vivace ed operosa rivela un'agiata condizione economica e, siccome in tutti questi luoghi dalla qualità del pane e del vino, come alimenti principali, si può con ragione dedurre quali siano le condizioni economiche del paese, mi persuasi che gli Alatrini non soffrono miseria. Non mi ricordo di essere stato importunato ad Alatri da nessun mendicante, come succede nella Sabina e nei monti Albani, dove essi vi seguono a frotte. Però i prigionieri domandano l'elemosina dalle finestre del loro carcere, spettacolo che, del resto, si può avere in quasi tutti i dintorni di Roma. Mentre il nostro rigoroso sistema di prigionia usa d'isolare più che sia possibile i carcerati dal resto del mondo, murandoli anzi nelle loro celle, come se fossero appestati, qui la tolleranza meridionale concede loro molta libertà.
Nelle città del Lazio udivo spesso i prigionieri cantare le più allegre canzoni dietro le loro inferriate, o rispondere ai ritornelli cantati nella strada o li vedevo raccontare a gesti storie che un forestiere non poteva certamente capire. Ora persino la questua è loro permessa in carcere. Questi delinquenti, spesso condannati all'ozio per lievi mancanze, sporgono fuori dell'inferriata una lunga canna cui, per mezzo di un filo, è assicurata una borsetta. Si vedono sempre due, tre, quattro di queste borse in movimento, ed i prigionieri sembrano dei pescatori i quali colla più grande tranquillità d'animo tengono la loro canna in mano per tirarla su quando il pesce ha abboccato all'amo. Così le borsette vuote dondolano nell'aria e, se qualcuno passa davanti alle prigioni, canna e borsetta gli calano immediatamente davanti al naso ed il carcerato chiede vi si metta una moneta per amore della Madonna. Gradisce anche un sigaro, che fumerà con piacere dietro le sbarre di ferro, ma se gli riesce di carpire due baiocchi manderà subito a comperare del vino o ciò che desidera. Non potevo trattenermi dal ridere osservando questa classica arte di mendicare e ripensavo sempre alla leggenda che racconta come Belisario domandasse l'elemosina ai passanti dalla finestra della sua prigione. Questa favola dimostra, se non altro, quanto sia antica questa tolleranza, e forse anche negli antichi tempi romani i prigionieri sporgevano dalle finestre del loro carcere canne simili a queste.
Partii da Alatri per recarmi a visitare la famosa grotta di Collepardo, di cui avevo sentito tanto decantare le bellezze. Un vero sentiero di montagna conduce lassù, perchè alla distanza di poche miglia dalla città la natura del terreno cambia assolutamente carattere, ogni coltura scompare e si giunge alla montagna attraversando la selvaggia solitudine d'ignude rocce calcaree di color rosso.
Un carbonaio del piccolo villaggio alpestre di Collepardo, che aveva deposto il suo carico ad Alatri, e che avevo incontrato per caso, fu il mio compagno e la mia guida attraverso quei monti e, quantunque il suo rozzo dialetto fosse un po' difficile per me, ascoltavo volentieri i suoi racconti sulla vita povera ma contenta che conduceva nel suo paesello.
Le rupi erano sempre più erte e scoscese, la valle si andava facendo più romantica e selvaggia, eravamo giunti al torrente Cosa, che scorre impetuosamente attraverso quei monti. Le sue acque di una tinta verdognola come quelle dell'Inn nell'Engadina, abbondano di trote.