Questo torrente si può chiamare l'unica vena di vita della montagna, perchè la sola angusta striscia di coltura in quel deserto di rupi si trova sulle sue sponde. Dopo un rapido corso si getta nel Sacco e con esso finisce nel Liri.

Risalendo il Cosa, al punto in cui esso si apre con violenza la via per una stretta gola ai piedi di un'erta massa di rupi, giace Collepardo. Non si può immaginare nulla di più malinconico. Un gruppo di misere casupole di calcare, disposte in fila, interrotte solo da una bizzarra chiesa: un muro nero e sgretolato le circonda, nuova prova che anche questo miserabile paesello non era al sicuro dalle rapine del nemico.

Pochi giardini, con scarsi alberi d'ulivo e vigneti danno un'idea dell'estrema povertà del luogo, perchè meno il piccolo piano su cui è posto Collepardo, tutt'intorno non si vedono che rupi.

Il buon carbonaio m'invitò a salire in casa sua, cosa che feci ben volentieri perchè, altrimenti sarei stato imbarazzato a trovare alloggio: mi accomodai alla meglio in quella misera stanza per passarvi le ore più calde della giornata. Nel frattempo giunsero alcuni signori di Velletri a cavallo per vedere anch'essi la grotta, così mi accadde ciò che avevo desiderato molto, perchè essendo in compagnia mi sarebbe stato possibile osservare quella meraviglia alla luce delle torce.

La grotta è posta molto al disotto di Collepardo; vi si scende per un ripido sentiero; laggiù il torrente Cosa rumoreggia in una stretta gola e, per un poco, la strada segue le sue sponde ombreggiate da piante di castagno e d'ambo i lati sorgono imponenti pareti di roccia. A sinistra s'innalza il monte Marginato che stende nell'aria la sua imponente massa, gettando un'ombra cupa e profonda sulle acque che gorgogliano con forza tra le pietre. A destra sorge un'altra rupe non meno scoscesa, ricca di vegetazione, nella quale appunto è scavata la grotta. Anche l'entrata promette qualche cosa di straordinario. Una nera gola si apre fra scure masse di pietra, ed una corrente d'aria gelata pare scaturisca dalla più grande profondità.

Ci coprimmo bene prima di entrare. Le guide ci avevano preceduto colle torce accese, e le leggiere nuvole di fumo che salivano su dalle fessure della parete esterna ci avvertirono che esse erano già dentro la grotta. Ho visto molte caverne nei monti e, in generale, non sono molto propenso ad ammirare questi scherzi della natura; perciò entrando nella grotta di Collepardo non mi ripromettevo nulla di straordinario. Ma nonostante le mie prevenzioni, confesso che mi fece molta impressione specialmente per la sua grande ampiezza. Si compone di due parti principali, come due immense sale che, in mezzo, sono separate da una parete mezzo rovinata. Le pareti sono nere o giallo-scure come il pavimento, sparso di grosse rocce sulle quali ogni tanto bisogna arrampicarsi, e dalla volta irregolare del soffitto pendono stalattiti delle più svariate forme, mentre altre bizzarre figure isolate o in gruppi pare che sorgano dal suolo stesso incontro a voi. Le figure più strane si sono formate nella parte posteriore della grotta e per farcele vedere meglio, le guide ci fecero aspettare un poco per illuminarla bene prima che vi entrassimo. Molti uomini e ragazzi si erano messi in piedi qua e là colle loro torcie, e per di più avevano acceso in diversi punti grossi mucchi di stoppa. Quando gettai lo sguardo nella sala così illuminata essa offriva certamente uno strano spettacolo. Ora pareva di entrare in un tempio egiziano sostenuto da nere colonne tra le quali fossero sfingi ed idoli scolpiti. Ora invece sembrava di girare in un bosco di palme o di altre fantastiche piante di pietra. Dalle pareti pareva pendessero lancie, sciabole e rigide armature di nani e giganti. Tutto ciò si animava alla luce delle fiaccole che facevano risaltare alcuni gruppi, gettando un'ombra profonda sugli altri. A volte le nuvolette di fumo, errando qua e là formavano come un velo; i gufi ed i pipistrelli, disturbati nella loro quiete, svolazzavano nell'aria umida gettando grida selvagge. Queste grotte non si possono descrivere, perchè ognuno le vede in modo speciale e le popola di fantasmi diversi, secondo l'immaginazione individuale. Naturalmente le più notevoli di queste stalattiti hanno un nome ma mi è rimasto impresso soltanto quello dei così detti «Trofei dei Romani». Senza dubbio la grotta di Collepardo contiene un seguito di sale simili a queste e si estende profondamente nella montagna, ma ancora non vi è modo d'inoltrarvisi.

In questa regione vi sono molte grotte scavate nella pietra calcare, che un tempo saranno forse servite di rifugio a qualche eremita. Anche nell'anno 1838, presso Collepardo, in una grotta del vicino monte Avicenna, abitava un eremita.

Nel settembre di quell'anno si presentò là un giovane francese, a nome Stefano Gautier, e disse di aver seguito un'ispirazione celeste che lo aveva chiamato in quella solitudine per condurvi una vita da anacoreta. Lo straniero si stabilì in quella grotta, dove gli portavano da mangiare e da bere. Pregava e portava cilizi; lo si vedeva spesso a Collepardo, a Veroli e nella Certosa di Trisulti, dove visitava le chiese e discorreva coi frati. La sua condotta era irreprensibile, anzi passava per santo, quantunque fosse ancora molto giovane. Gautier aveva già trascorso due anni in quel l'eremitaggio, quando un giorno gli sbirri circondarono il suo rifugio, e lo arrestarono, conducendolo con loro. Nessuno conobbe la causa di questo arresto e non si potè sapere nulla di preciso del suo destino; si seppe solamente che il santo era stato consegnato nelle mani della giustizia francese e corse voce che egli avesse preso parte ad uno degli attentati contro la vita di Luigi Filippo.

La natura ha riunito molte cose notevoli intorno a Collepardo, perchè solo a poca distanza dalla grotta delle stalattiti, vi sono le famose sorgenti d'Italia, il pozzo di Santulla, proprio sulla via che conduce alla Certosa. Volevo giungere a questa Certosa prima di sera per chiedere ospitalità ai frati. Dopo una cavalcata di mezz'ora in mezzo agli orti e su di un sassoso altipiano, mi trovai ad un tratto sull'orlo di una cavità circolare che mi rammentò vivamente le grandi latomie di Siracusa. Questa misteriosa fonte ha una circonferenza di 1500 passi, discende ad una profondità di 150 piedi circa e nel fondo lascia vedere una foresta di un verde cupo di arbusti e piante rampicanti che al più leggero soffio della brezza si agitano mollemente come le onde di un lago.

Il sole dall'alto del limpido cielo lasciava cadere delle striscie di luce in quella profondità e vedevo delle bianche farfallette svolazzare allegramente qua e là fra le piante di quello strano bosco sprofondato laggiù. Tralci fioriti coprivano i rami di questi alberi che, a quanto si assicura, sono alti fino trenta piedi, e pure visti dall'alto sembrano piccoli arboscelli. Quella splendida fioritura cresciuta a quella profondità, i selvaggi sentieri che si confondevano come un laberinto nell'oscura boscaglia, lo svolazzare delle farfalle nate laggiù, seducevano la fantasia che si figurava in quel magico boschetto sotterraneo un paradiso di fate ed un giardino di delizie per Oberon e Titania.