Chi non ha mai attraversato le paludi Pontine per recarsi per la via Appia a Terracina e crede che siano delle putride e nauseabonde maremme, s'inganna. Vi sono, è vero, terreni paludosi e stagni in quantità, ma nascosti da boschi, nei quali errano cinghiali, istrici, cervi, bufali e buoi quasi selvaggi. Nei mesi di maggio e di giugno la regione pare quasi un mare di fiori. Nell'estate, invece, sembra il Tartaro; la pallida febbre vi regna sovrana, facendo strage dei poveri pastori e degli operai che vi guadagnano miseramente il pane.
Più ci si appressa al mare e più i boschi si allargano, e da Norba si vedono distintamente sino al capo Circeo. Si seguono dalla foce del Tevere, da Ostia, da Ardea, da Nettuno sino a Cisterna e Terracina. In mezzo a quei boschi vi sono dei tratti liberi, dove vengono raccolti gli armenti e dove abitano i coltivatori, come, per esempio, Conca, Campo Morto, Campo Leone, Tor del Felce ed altre località. Là, nell'interno, dove i boschi cessano, esistono delle vaste praterie, e più in là dei campi coltivati, e quindi la via Appia, restaurata da Pio VI. Lungo il suo percorso attraverso la pianura marittima abbiamo scorto Cisterna, il villaggio più importante della regione paludosa, anticamente chiamato Tres Tabernae, e For'Appio, anticamente Forum Appium.
In nessun secolo si è riusciti a prosciugare le paludi pontine. Giulio Cesare ne concepì l'idea, ma morì prima di aver cominciato i lavori. Gli imperatori romani, prodighi nelle costruzioni di qualunque genere, non se ne curarono mai; ed è curioso notare che fu un re barbaro, erede e conquistatore di Roma, Teodorico il Grande, che fece ristabilire la via Appia e prosciugare una parte delle paludi pontine presso Terracina. Esistono tuttora in questa città due iscrizioni, ove è ricordata l'opera memoranda del re goto. Fra i papi, fu Sisto V, questo romano pratico e di carattere energico, che per primo riprese i lavori e due secoli dopo Pio VI continuò l'opera sua facendo ricostruire la via Appia, scavare a fianco di questa un grande canale, ed altri secondari, trasformando inoltre una parte delle paludi in terreni coltivabili: egli fu veramente un benefattore per una parte della regione marittima.
Dalle rovine ciclopiche di Norba discendemmo a Ninfa, che è a' suoi piedi, proprio dove cominciano le paludi; vi si arriva per una comoda ma tortuosa discesa, oppure attraverso il ripido pendìo del monte. Noi preferimmo quest'ultima via, e dovemmo saltare di roccia in roccia facendo rotolare i ciottoli in basso.
Così giungemmo a Ninfa, la leggendaria città rovinata, mezzo sepolta nella palude, con le sue mura, le sue torri, le sue chiese, i suoi chiostri e le sue case coperte di edera. Il suo aspetto è più incantevole di quello di Pompei, le cui case sembrano spettri o mummie sventrate, faticosamente strappate alla lava vulcanica. Sopra Ninfa invece si muove, al soffio del vento, un mare di fiori; ogni muro, ogni chiesa, ogni casa è rivestita d'edera, e su tutte quelle rovine oscillano i purpurei stendardi del dio trionfante della primavera.
Si prova un'inesprimibile emozione nel penetrare in questa città d'edera, nel percorrere le sue vie deserte, nascoste quasi sotto l'erba e i fiori e nell'errare fra quelle mura dove il vento scherza fra le foglie. Non un rumore turba l'alta sua pace, all'infuori del grido del corvo che ha posto dimora sulla torre del castello, del mormorio delle limpide acque del Ninfeo, del sussurro dei giunchi in riva allo stagno e del canto melodioso e dolce delle erbe, agitate dalla brezza.
I fiori coprono le vie e vanno, come in processione, salgono sulle chiese in rovina, si arrampicano ridendo sulle finestre cadenti, barricano tutte le porte, invadono le case, dentro le quali dimorano gli Elfi, le Fate, le Naiadi, le Ninfe e tutto il mondo incantato della favola. Le gialle camomille, le malve, i narcisi odorosi, i cardi dalla barba grigia, che debbono esser qui vissuti un tempo come monaci, i candidi gigli, personificazione delle pie monacelle che vissero un giorno tra queste mura; le rose selvagge, l'alloro, il lentischio, le alte felci, le rampicanti clematiti, i rovi, il caprifoglio, i garofani rossi che sembrano Saraceni incantati, i fantastici capperi che spuntano dalle fessure dei muri, le fucsie, il mirto, la menta aromatica, le ginestre dorate, ed infine l'edera oscura che ha tutto invaso e che ricopre le rovine in verdi cascate; tutto questo mare di fiori e di profumi rapisce i sensi, conquide l'anima e fa deliziosamente sognare.
Le mura della città sono ancora in piedi; esse circondano Ninfa con una larga cintura e son rivestite completamente d'edera; solo qua e là sbuca fuori dal verde qualche merlo corroso o qualche torre a metà diroccata. Le porte sono esse pure invase da piante selvatiche, da rovi e da edera; sembra quasi che i fiori di Ninfa abbiano voluto barricarle contro l'invasione d'un nemico esterno, come un tempo lo furono contro i Saraceni o i mercenari di Federigo Barbarossa e poi contro quelli del duca di Alba e dei Colonna. Ora la distrutta città ed i suoi fiori non sono minacciati più che dal fulmine e dalle bufere, che si scatenano dalle paludi pontine.
Esistono ancora tutte le piazze, tutte le strade fiancheggiate dalle case cadenti ed invase dall'edera; talune, che conservano l'aspetto di palazzi di architettura semigotica, appartennero certo alle famiglie più ricche e più illustri del luogo. Le più curiose a vedersi però sono le chiese; sono ancora in piedi i ruderi di quattro o cinque di esse. Non ho mai veduto rovine più poetiche, e difficile sarebbe voler descrivere quei campanili in parte rovinati, con le loro finestre ad arco oppure tonde, o divise in mezzo da una colonnina, con le loro cornici medioevali ad ornato, tutti guarniti di edera e coperti di fiori variopinti; tutti quegli avanzi di vôlte, di navate, sepolti in un mare di lussureggiante vegetazione. Tutte quelle chiese sono antiche ed appartengono ai secoli xi e xii, se pure non sono di costruzione anteriore perchè il loro stile è quello della semplice forma di basilica. Nelle loro deserte navate ora pregano i fiori ed invece del profumo dell'incenso l'atmosfera è impregnata dall'olezzo delle rose. Sulle pareti, nelle tribune rovinate, qua e là si scorgono ancora, fra l'edera, alcuni avanzi di affreschi: vi sono martiri con la palma in mano e con gli strumenti del martirio a lato. Le loro pallide figure, circondate da svanite aureole d'oro, coperte dalla dalmatica e con la ricca stola, fra il verde ed i fiori dalle mille tinte, sembrano irritate nel vedere i figli di Flora, la dea pagana, celebrare un culto sacrilego nelle chiese abbandonate. Non risuonano più quelle vôlte delle litanie monacali; più non vi s'ode che l'estivo ronzio degli scarabei, e le anacreontiche canzoni amorose del grillo. Gli scarabei ed i fiori sono i soli signori di quei templi e più non li abbandonano.
Nel Mezzodì della Francia fu sporta un giorno lagnanza a S. Bernardo che una chiesa costrutta di recente ed appena consacrata, fosse stata invasa dalle mosche. S. Bernardo esclamò: «Io le scomunico», e quando i messaggeri tornarono nella chiesa trovarono tutte le mosche morte. Sarebbe però ben difficile ad un santo liberare le chiese di Ninfa dai fiori, e per quanto quei poveri martiri si mostrino imbronciati, tra non molto l'edera li seppellirà interamente. Di molti di essi non si scorge più che un lembo di veste, sul quale sta scritto in caratteri latini il nome del santo: fra gli arbusti si possono ancora leggere i nomi di S. Sisto, di S. Cesareo o S. Lorenzo. Quando entrai nell'ultima chiesa, rimasi estatico. Invece dell'antico pavimento in mosaico bizantino, trovai un tappeto di fiori e di erba, e sull'altare, dove un tempo stavano le reliquie dei santi, vidi una rigogliosa vite dell'India, co' suoi grappoli rossi ed azzurri. Gli altari di Cristo non potrebbero essere meglio infiorati!