Decidemmo di andarvi la sera, allorchè la dolce Selene sarebbe sorta dietro i ruderi ciclopici dell'antica Norba.
All'albergo facemmo un buon pranzo e dopo un breve riposo, traversammo il paese. Norba è il nome volsco primitivo di questo villaggio, trasformatosi poi, non so quando, in Norma. Ho trovato adoperato quest'ultimo per la prima volta nelle cronache del secolo viii, all'epoca cioè della donazione dei due possessi, appartenenti allo Stato, di Nymphas et Normias, donazione fatta dall'imperatore greco Costantino V al papa Zaccaria. E' dunque molto probabile che da quest'epoca l'antico paese volsco di Norba sia stato abbandonato e nella sua vicinanza sia sorta l'attuale Normia o Norma[8].
Le rovine dell'antica Norba sono a poca distanza da Norma e consistono in ruderi, tuttora notevoli, della rocca e delle mura, ciclopiche che la circondavano. Anche qui la rocca sorgeva sopra una rupe isolata, forte per natura, che scendeva a picco dalla parte delle paludi pontine. Era di forma quadrata, e la circondava una doppia fila di mura. Vi si può ancora entrare per una antica porta, di forma rotonda, simile ad una torre od al pilastro di un ponte, alta circa 36 piedi. Le mura misurano dai 40 ai 50 piedi di altezza ed offrono un insieme più imponente di quelle di Segni. Esse circondano l'altura calcarea che è stata spianata sulla cima; vi si scorgono tuttora fondamenta di costruzioni ciclopiche, appartenenti forse una volta ad un tempio od a qualche altro monumento pubblico.
Se si cerca rappresentarsi ciò che poteva essere una costruzione di questo genere, se un tempio cioè, od un'abitazione, in proporzione con le ciclopiche mura, bisogna concludere che doveva essere, in ogni modo, una cosa grandiosa, ma severa e cupa. Come architettura doveva avvicinarsi al Tabularium di Roma che appartiene ad un dipresso al periodo dell'architettura volsca ed etrusca. Sarebbe, infatti, errore credere che le così dette costruzioni ciclopiche rimontino ai tempi leggendarî. Come ho già notato ad Alatri, non è necessario far qui che un passo per ricollegarle a quell'epoca della storia romana che porta il nome di Servio Tullio.
Una piccola cisterna antica ed alcune stanze e grotte sotterranee: ecco quanto rimane dell'antica Norba, oltre agli avanzi dell'acropoli e delle mura, di cui ho parlato. Sono rimasto sorpreso di non trovarvi dei sepolcri o dei loculi scavati nella roccia, come se ne vedono da per tutto nelle città etrusche e siciliane; in Sicilia, soprattutto a Siracusa, a Leonzio, ad Agrigento e ad Enna, ve ne sono innumerevoli.
La popolazione di Norma dà all'antica città il nome di Civita la Penna; io però non sono riuscito a spiegarmi donde questo nome abbia avuto origine. La denominazione sembra spagnola, perchè Pegna o Peña in spagnolo significa appunto rupe. Questo nome, del resto, si conviene benissimo a Norba, che, secondo la leggenda, sarebbe stata costruita da Ercole.
In tempi posteriori la città parteggiò per Mario e fu quindi stretta d'assedio da Emilio Lepido, seguace di Silla. Emilio Lepido con un tradimento riuscì a penetrare nella ciclopica rocca, ma gli abitanti, esasperati, rifiutarono di arrendersi e preferirono, come quei di Numanzia, trovare la morte tra le fiamme delle loro case. Da allora in poi, a quanto sembra, la città è rimasta un cumulo di rovine; per lo meno Plinio la trovò tale.
Dall'alto delle rovine della cittadella il panorama della marittima è stupendo. Si distingue nettamente la spiaggia del mare, da Porto d'Anzio sino al capo Circeo ed a Terracina, e più lontano ancora si scorgono Ostia, Pratica ed Ardea ed un'infinità di torri che solitarie si ergono lungo la riva come tanti obelischi. Queste torri sono state costruite a partire dal ix secolo, quando cioè, i Saraceni cominciarono ad apparire sulle coste italiche. Ancora oggi tutta l'Italia e le sue isole sono circondate, come da una cintura, da queste torri pittoresche: ciascuna è custodita da alcuni artiglieri, che sorvegliano dei vecchi e curiosi cannoni, postivi già da qualche secolo. Lamoricière, il nuovo generalissimo del Papa, ne ha ora ritirati gli artiglieri e li ha chiamati a Roma, ed ha anche fatto togliere da quelle piattaforme le vecchie colubrine che da centinaia d'anni tenevano aperte le loro bocche sul mare. Ora, invece dei Saraceni, sono i seguaci di Garibaldi che tentano sbarcare su queste spiagge.
Ho visto una di queste torri brillare a qualche distanza sul mare: era il celebre castello d'Astura. Più in là, ad un miglio distante da questa, ho scorto un'altra torre, Foceverde, così chiamata da un torrente che, uscendo dal bosco selvaggio e paludoso, si versa nel mare. Una terza torre sorge più lontano, presso un lago, circondato da folte piante, le cui acque, illuminate dai raggi del sole, splendono come oro liquido. Una grande, profonda pace regna sul lago insieme con un silenzio di morte. Non vi sono che uccelli marini che svolazzano senza posa, qualche pescatore, pallido per la febbre, intento a ritirare nella sua barchetta le reti, e qualche povero diavolo che, mezzo nudo, va pescando le sanguisughe. È questa la torre ed il lago di Fogliano, un tempo chiamato Clostra Romana. Lucullo vi possedeva una villa e vi allevava le murene. Il Ninfeo, il torrente, che abbiamo visto correre attraverso alle rovina di Ninfa, va a gettarsi appunto nel lago di Fogliano, ed io potei seguirne tutto il corso, attraverso le paludi pontine.
Più lontano ancora si scopre il lago dei Monaci, poi quello di Crapolace, infine il gran lago di Paola con la sua torre, e non lontano da questo il capo Circeo, che il mare sembra circondare da ogni lato.