Subito dopo Segni principia una verde e folta foresta. Noi vi cavalcammo allegramente, perchè le foreste in Italia sono abbastanza rare: non c'è bisogno di dire quanto a me, cittadino tedesco, sia apparsa gradita, ricordandomi la patria lontana. Non ho ritrovato qui però gli abeti neri del Natale a me familiari, ma invece stupendi olmi, quercie ed alcuni pini. Il pino risuona come un arpa allorchè il vento scherza con le sue fronde; il suo suono ha qualche cosa di delizioso, come un canto di spiriti.

La strada era ancora fangosa, ma essendo a cavallo abbiamo fatto a meno di guazzarvi dentro come quelle povere fanciulle e quei ragazzi che abbiamo visto trascinarsi a piedi scalzi pel bosco in cerca di funghi, fatti spuntare nella notte dalla pioggia. Un silenzio profondo regnava in quella solitudine, interrotto solo qua e là dai colpi di qualche spaccalegna. Non abbiamo incontrato che un merciaio, il quale, a fianco del suo muletto carico di mercanzia, si recava a Cori. Il merciaio ambulante doveva traversare faticosamente la cima di quei ripidi monti, per giungere alla città. Il commercio tra Segni e Cori non dev'esser dunque molto attivo.

Dopo un paio d'ore di cammino, prima attraverso i boschi, poi, a misura che si saliva più in alto, sopra le nude rocce, arrivammo al punto culminante della nostra via e, dato ancora uno sguardo al Lazio che si stendeva sotto i nostri piedi, cominciammo lentamente a discendere il versante opposto, senza riuscire ancora a vedere nè il mare, nè la Marittima, sorgendoci sempre davanti un'altura, intorno a cui bisognava girare. Fra questa e i monti di Segni si stende un'ampia e bella distesa di praterie, solcata da torrenti, detta Colle Mezzo. E' stato un vero godimento camminare, ora a cavallo, ora a piedi, per distrarci, su quel molle e verde tappeto.

Tornammo poscia a salire, attraverso una bella e fitta foresta, nella quale cavalcammo per più di due ore. Questo succedersi di montagne e di valli, queste gole profonde e cupe, cosparse di tronchi abbattuti coperti di muschio, simili ad eroi vinti, quelle praterie color verde carico, dove pascolavano delle mandre, quegli arbusti in fiore, quei sentieri incassati, entro i quali i raggi del sole scherzavano, tutto ciò ci ricordava ad ogni passo le montagne del nostro paese. Prima di aver visitato il mezzogiorno, mi ero sempre immaginato che solo in Germania e nel Nord in genere si trovassero vere foreste; quando però sono più tardi tornato in patria, ho perduto presto questa superba illusione. Ciò che manca alle nostre foreste settentrionali sono i cespugli, le piante rampicanti e la lussureggiante flora del mezzogiorno.

Come è splendida questa foresta dei Volsci! Non avevo mai visto prima d'allora una solitudine più poetica! Sembra veramente la dimora delle silfidi e degli elfi, e si direbbe che il vecchio Saturno, con la sua bianca barba, vi si debba trovare nascosto in fondo a qualche tenebrosa caverna. Vi ho ammirato dei meravigliosi fenomeni di vegetazione, dei faggi le cui cime si perdevano nell'azzurro del cielo: essi avevano esattamente la tinta delle rocce coperte di musco, in mezzo alle quali si levavano. Si sarebbe detto che ne fossero una continuazione organica.

Siamo scesi da cavallo in un luogo veramente delizioso e ci siamo distesi sull'erba. La nostra colazione è stata frugale; dei cespugli di spine, coperte di nere more, ci han fornito il dessert. A poca distanza da noi era uno stagno d'acqua verdastra, circondato da erbe e da giunchi che pareva immerso nei sogni. Una passeggiata serale, quando i raggi della luna vengono ad inargentare la cima degli alberi e gli elfi cominciano a danzare in circolo sull'erba fiorita, deve essere una cosa deliziosa.

Finalmente giungemmo al termine della foresta, sul versante sud-ovest del monte, ed io provai l'impressione di un uomo condotto con gli occhi bendati dinanzi ad uno spettacolo meraviglioso, cui sia stata d'un tratto tolta la benda. Dinanzi a me apparve luminosa ai nostri piedi la pianura marittima, le paludi pontine, pervase di varie e strane tinte, più lontano il mare, dorato dal sole, le isole di Ponza, perdute in mezzo alle onde brillanti; il capo Circeo, la torre solitaria d'Astura, la Linea Pia e il castello di Sermoneta. Uscendo dalle ombre della foresta, l'aspetto di questo panorama è uno dei più belli che l'Italia presenti. Su di me ha prodotto un'impressione così forte che non ho trovato sul momento, e neppure ora so trovare, parole atte ad esprimerla. Mi si era vantata assai a Roma la bellezza di questo colpo d'occhio e mi si era detto che non avrei potuto trovare nulla di più bello della traversata dei monti Volsci e della vista di lassù delle paludi pontine e del mare; nulla di più vero. Io consiglio vivamente a tutti quelli che visitano i paesi romani, questa magnifica escursione.

Dopo sei ore di cammino, giungemmo al piccolo villaggio di Norma. Esso sorge sopra un altipiano, a fianco di una scoscesa montagna, presso i ruderi ciclopici dell'antica Norba. Norma, Norba, Ninfa sono qui come degli esseri favolosi. I loro nomi risuonano da ogni lato ad ogni istante e svegliano nella mente un mondo fantastico di miti e leggende. Norma, Norba, Ninfa, Cori, Sermoneta, come questi nomi melodiosi parlano alla fantasia!

Allorchè entrammo nell'albergo di Norma e l'albergatore ci condusse nella nostra stanza, mi affacciai alla finestra e tutta la superba bellezza della pianura marittima si offerse a' miei occhi. Subito sotto di me, ai piedi del monte, scorsi una cerchia di mura coperte di ellera in mezzo alle quali si levavano delle curiose collinette, che sembravano fatte di fiori. Qua e là sorgevano pure antiche torri rovinate, rivestite tutte di musco, ed in mezzo a questa bizzarra cerchia di mura sbucava fuori un argenteo ruscello che attraversava poi le paludi pontine e, quasi striscia di luce, si perdeva in un lago presso il mare. Attonito domandai all'albergatore che cosa fossero quella strana cerchia e quelle collinette in fiore. «Ninfa, Ninfa», mi rispose.

Ninfa! Era, dunque, la Pompei del medio-evo, la città dei sogni, immersa nelle paludi pontine!