Lassù, sopra un'altura, da dove si domina tutto il Lazio, si levano la rocca ed il tempio dell'antica Segni, di cui rimangono pochi avanzi, fra i quali notevole è una piccola cisterna circolare, situata presso il seminario. Gli abitanti della città hanno fatto di questo luogo la loro passeggiata favorita; essi vanno a spasso lungo le ciclopiche mura, sul punto più alto della montagna, fra quei blocchi di pietra, coperti di musco e di fiori selvatici. E' difficile trovare una passeggiata più originale di questa, a tanta altezza. La montagna scende a picco e di domenica vi ho trovato delle signore, elegantemente vestite in abito di seta e col ventaglio che sembravano voler signoreggiare su tutto il Lazio; poichè di lassù lo sguardo abbraccia un vasto panorama di pianure e di monti popolato da innumerevoli città, ricche tutte di memorie storiche o leggendarie. Il panorama si stende da Roma, che si scorge confusa fra le nebbie nella pianura, fino ad Arpino, patria di Cicerone, che biancheggia sui monti azzurri del regno di Napoli.
L'aria v'è fina, quasi cruda. Essa agita di continuo le rose selvatiche e le piante di ginestra, che crescono fra le rocce. Tutto ricorda tempi antichissimi, primitivi di fiera e selvaggia natura, e l'animo ne rimane profondamente turbato.
Sono salito più in alto, per arrivare alle famose mura ciclopiche che, come in tutte le città del Lazio, circondavano qui la rocca, cadendo a picco sul pendio del monte. I loro massi stanno tuttora connessi gli uni agli altri, come se l'opera fosse stata compiuta ieri soltanto: qua e là si aprono piccole porte di stile etrusco. In fondo ad un lungo muro esiste ancora la famosa, pittoresca porta ciclopica, ad arco ottuso, formata da enormi massi quadrangolari. L'aspetto gigantesco di queste mura, la tinta cupa che il tempo le ha dato, le piante selvatiche che le ricoprono, la grandiosità del monte a cui si appoggiano, producono un'impressione che la parola non sa descrivere.
Oltrepassata questa porta, mi sono trovato sul versante opposto del monte, dove sparisce la vista del Lazio. Esiste colà pure una grandiosa cisterna circolare, scavata nella pietra, che ha 30 piedi almeno di diametro. Vi ho trovato delle donne intente a lavare i loro panni. Mi è capitato più volte di vedere nelle città volsce siffatte grandi ed antiche cisterne, che sono veramente una loro caratteristica.
Gli abitanti di Segni hanno anche un altro luogo di passeggiata, nella valle, di fronte alla porta della città: essa conduce prima ad un convento, nascosto fra le piante, e poi sale per le montagne. Vi abbondano castagni giganteschi, quercie ed olmi; qui vi è solitudine e incantesimo romantico, quanto ne desidera il cuore.
Era venuta la sera e gli abitanti di Segni erano accorsi colà in gran numero. Qui le classi superiori si vestono già secondo la moda francese, ma il popolo è rimasto fedele al suo costume montanino. Nel basso Lazio le donne portano dei fazzolettoni rossi; nella pianura i colori sono più vivaci e più vivaci sembrano essere gli spiriti, perchè la vita v'è più facile che sui monti severi e selvaggi, avvolti nelle nubi. Qui le donne portano degli scialli di lana di color turchino cupo, e la tinta di questi scialli, o mantiglie, come si chiamano in Sicilia, m'è sembrata armonizzare con tutto il paesaggio di Segni. Il turchino ed il nero sono i soli colori che ho visto indosso a quella gente.
Per quanto sia grandiosa e bella la posizione di Segni, non sarei capace di passarvi un'estate. Quelle nere pietre, quella natura melanconica e demoniaca avrebbero ben presto reso silenziose le Muse. Inoltre vi soffia quasi sempre un vento terribile; in estate tutti i giorni sulle montagne vicine si accumulano delle nubi che si rovesciano poi ad un tratto su Segni.
Del resto sono riuscito a trovare un buon alloggio in questo luogo; l'unico albergo della città è pulito ed i prezzi vi sono moderati, come lo sono generalmente sempre nei paesi di montagna. Vi ho mangiato delle pesche squisite di un colore giallo bianchiccio pallido, e bevuto del vino eccellente, sebbene un po' aspro. Di questo vino fa menzione anche Marziale in questi versi:
«Potabis liquidum Signina morantia ventrem:
Ne nimium sistant, sit tibi parca sitis,
Quos Cora, quos spumans inimico Signia musto».
Era mia intenzione trovarmi a cavallo il domani, al levar del sole, col mio compagno, il celebre acquerellista Müller, per salire sulla cresta dei monti, traversare l'antica foresta dei Volsci ed arrivare al vetusto paese di Norba; ma il cielo cominciò a coprirsi di nubi, e poi il tuono rimbombò sui monti e l'acqua infine scese a dirotto. Disperavamo già di poter fare la nostra gita, quando ad un tratto Giove Pluvio si mise a sorridere. Subito saltammo a cavallo e, preceduti dalla nostra guida, ci ponemmo in marcia. Il vento faceva turbinare le nubi bianche, spazzandole dal cielo, come barchette a vela: era uno spettacolo incantevole e grandioso.