Il possibile incontro di questi animali ci dava assai pensiero; appena giunti nei boschi, li vedemmo numerosi sulla spiaggia. Lasciati liberi, percorrono sempre la stessa strada e sempre nelle stesse ore; al mattino escono dalla foresta e vengono al mare, per bevervi l'acqua salata, quindi o si sdraiano sulla sabbia o pascolano lungo la costa; vi passano tutte le ore calde e quando sulla sera comincia la temperatura a rinfrescarsi, si muovono e pascolando lentamente sulla riva s'inoltrano nei cespugli sino a che non arrivano nel fitto dei boschi, dove trascorrono la notte, per scendere il mattino appresso nuovamente al mare.
Alla vista di tutti quegli animali, rimanemmo alquanto perplessi. Era impossibile passare di là, perchè avrebbero potuto tagliarci la via, molti essendo proprio in riva al mare; proseguire lungo la spiaggia era pericoloso, perchè sarebbe stato necessario passare in mezzo ad essi e qualche animale furioso avrebbe potuto inseguirci nella direzione del capo Circeo: pensammo se non fosse stato più prudente tenerci vicino alla macchia e questo partito ci sembrò il migliore.
Scendevano intanto sempre nuovi branchi, la qual cosa ci fece argomentare che ve ne dovevano essere ancora nei boschi, e se ne scorgevano infatti fra i cespugli di mirto. Ad un tratto scorgemmo due magnifici tori, dalla fronte splendente, arrestarsi e fissarci: allora prudentemente, pian, piano, ci avviammo verso il bosco ed in poco tempo ci trovammo nel fitto degli alberi. E' impossibile figurarsi dei boschi più adatti per i briganti che questi di Astura: non sono già formati da alte quercie, ma da fitte macchie di sugheri, di olivi selvatici, di lentischi, di rovi neri, di mirti, coperte di piante rampicanti, di edera bellissima, che forma delle volte, quasi moschea boschereccia, impenetrabili ai raggi del sole ed alla pioggia. Vi erano dei cespugli di mirto di un'altezza straordinaria e tutt'intorno un odore di selvatico, che penetrava i sensi.
Il terreno non è piano, ma accidentato, percorso da piccoli ruscelli, in molti punti paludoso; vi abbondano gl'istrici, le tartarughe e le serpi; noi vi trovammo spesso delle penne di galli selvatici, avanzi del pasto di qualche aquila: ciò dava ancora maggior risalto alla cupa poesia di questa riviera.
Ci riuscì alla fine di scansare i branchi dei bufali e dei tori e quando ne incontravamo qualcuno in ritardo ci arrestavamo e restavamo silenziosi e tranquilli finchè non fosse passato e dopo aver superato rivi, fossi e siepi, sboccammo finalmente di nuovo sulla spiaggia e ci fermammo per riposarci piacevolmente all'ombra di un muro, cui era addossato uno steccato destinato a racchiudere una mandra. Anche questo muro era certo, come lo dicevano chiaramente alcune vestigia di mosaico, un resto di qualche villa romana.
Rimaneva un'ora sola di strada per giungere ad Astura, e nel camminare lungo questa triste spiaggia, mi colse quella profonda malinconia che nasce nel vedere cosa che rammenta una grandezza scomparsa. Non è solo il ricordo della tragica fine del giovane Corradino e della stirpe degli Hohenstaufen, che può qui rattristare l'animo, specialmente di un tedesco; v'influisce anche e per molta parte l'aspetto della contrada stessa. Vorrei poterla descrivere con le parole, come il mio compagno di passeggiata l'ha saputa riprodurre nelle sue tele che spero saranno presto note a tutti. Sarebbe bene che un qualche istituto artistico della Germania pubblicasse un album degli Hohenstaufen.
Il luogo dove ci eravamo fermati era circoscritto dalla parte di terra dalle paludi pontine, su cui imponenti si ergono i monti Volsci che scendono al mare; e dalla parte del mare dal capo Circeo che, simile ad un'isola, si perde nell'azzurro del cielo. Sulla spiaggia sorge, ad un dato punto, una piccola cappella abbandonata e deserta e pochi passi più in là emerge dalle acque il castello di Astura, un piccolo quadrato di mura merlate, con in mezzo una torre. La cappelletta e il castello sono gli unici edifici che sia dato vedere in questa vasta solitudine. Per quanto si volgesse da ogni parte lo sguardo, non si scoprivano che due ombre nere sui merli del castello e due vecchi pescatori seduti contro il muro, taciturni e quasi annientati dal calore del sole fulgente che stavano intrecciando una rete di giunchi per i pesci, mentre la loro barca si dondolava sulle onde.
Correvano gli ultimi giorni del 1268 quando, perduta la battaglia di Tagliacozzo, giungevano su questo lido, fuggiaschi e pieni di terrore, il giovane Corradino, il principe Federigo d'Austria, il conte Galvano Lancia con i suoi figli, insieme coi due conti della Gherardesca, parenti dell'infelice Ugolino che i versi di Dante hanno immortalato. Venivano da Roma dove, come narra il cronista Saba Malaspina, avevan cercato rifugio dopo la sconfitta, e dove era rimasto Guido da Montefeltro, quale vicario del senatore Arrigo di Castiglia. Corradino era giunto colà «senza pompa alcuna, non come capo di un esercito, ma come uno che abbia tutto perduto e che non cerchi che di salvarsi di nascosto, e quasi fuori dei sensi» (latenter ingreditur mente captus). Ma in Roma erano giunti dal campo di battaglia anche i suoi nemici, Giovanni e Pandolfo Savelli, Bertoldo e molti guelfi con l'intenzione di sollevare la città, cosicchè gli amici avevano consigliato al giovanetto di non indugiare a cercare scampo nella fuga. Si diresse con i suoi compagni verso il mare, con l'idea di recarsi a Pisa ed ivi imbarcarsi per la Sicilia; cercò una barca e la ottenne dagli abitanti del villaggio di Astura, dove s'imbarcò e salpò. Ma avutane notizia Giovanni Frangipani signore di Astura e riconosciuto dai gioielli che Corradino aveva regalati, essere i fuggitivi personaggi ragguardevoli, salì su di un'altra barca, li raggiunse a forza di remi e li ricondusse nel castello. Invano Corradino supplicò che lo lasciasse fuggire coi suoi, che non lo volesse consegnare nelle mani di Carlo, avido di sangue; invano gli ricordò la gratitudine che doveva alla casa di Svevia, avendo i Frangipani ottenuto grandi feudi dall'imperatore Federigo ed essendo stato da questi lo stesso Giovanni creato cavaliere; invano Corradino promise ampia ricompensa e si dichiarò pronto anche a sposare la figliuola di Frangipani. Il signore di Astura era titubante e commosso forse dalla gioventù, dalla grazia, dalla sventura di Corradino, incerto, come dicono i cronisti, da qual parte avrebbe potuto trarre maggior guadagno, se da Corradino o da Carlo d'Angiò; quando dinanzi al castello arrivò Roberto di Lavena, capitano delle galere angioine che ingiunse al Frangipani di consegnargli i prigionieri. Narra Saba Malaspina che il Frangipani fece condurre i poveri fuggiaschi in un altro castello vicino, per non essere costretto a consegnarli a Roberto contro sua volontà e prima che questi avesse soddisfatto al pagamento della pattuita ricompensa; ma quest'altro castello non è nominato.
Intanto arrivava dalla parte di terra, con fanti e cavalli, il cardinale Giordano di Terracina, governatore per la Santa Sede della contea della Campagna; egli pure richiese la consegna dei fuggiaschi.
Il vile traditore, intascato il denaro di Giuda, consegnò gl'infelici che aveva ospitato, nelle mani dei loro acerrimi nemici. Furon condotti a Napoli, prima attraverso i boschi e i monti di Palestrina, poi traverso le meravigliose campagne poco tempo innanzi percorse vittoriosamente. Il 29 ottobre la mannaia troncava la testa di Corradino per la prima, poi quelle di Federigo, dei valorosi conti della Gherardesca, del generoso Galvano Lancia, fratello di quella bella Bianca che aveva partorito Manfredi a Federigo il Grande e per ultimo quelle de' suoi giovani figli, Galeotto e Gherardo che erano stati poco prima strangolati nelle braccia del padre.