E' cosa degna di nota che in Italia anche i più piccoli paesi sembrano quasi altrettante repubbliche, diverse per usanze, per tipo, per foggia di vestire. Si potrebbe dire che ogni castello, ogni villaggio forma una popolazione a sè. Bisogna vedere le donne di Nettuno in un giorno di festa per potersi fare un'idea precisa della bellezza e dell'eleganza del loro costume nazionale. Nei giorni di lavoro non sono che i minimi particolari quelli che indicano la moda del paese, come, ad esempio, la foggia di portare i capelli, divisi in mezzo al capo e lisci, senza trecce nella parte posteriore, rattenuti da un nastro verde per le ragazze, rosso per le donne maritate e nero per le vedove; basta dunque vedere una donna per saper subito se sia nubile, maritata o vedova.
Ho assistito qui a due feste, a quella di S. Giovanni ed a quella di S. Luigi. Nella prima ho visto una processione con musica, per le vie; la croce era completamente coperta di garofani e tutti portavano fiori. Vi prendevano parte donne e fanciulle, ed era veramente uno spettacolo stupendo vedere per quelle cupe strade tante belle figure e così splendidi abiti. Ecco in che consiste il costume delle donne di Nettuno: in capo portano una specie di fazzoletto a striscie d'oro e d'argento che sporge sulla fronte; una gonnella di seta o di velluto color rosso scuro, ricamata sul fondo in oro o in argento, scende loro dai fianchi, e sopra questa portano un corsetto di broccato, ugualmente ricamato sul petto e sulle maniche. Anelli, orecchini, braccialetti di oro e coralli dànno ancora maggior risalto alla bellezza della persona ed all'originalità del loro costume. Il colore dei vestiti è a volte verderame o violaceo, o anche nero o azzurro scuro. Pare anzi che l'eleganza e la bellezza di questo costume nobiliti il portamento delle donne; io le ho viste infatti passeggiare per le piazze del loro paese in rovina con l'incendere maestoso delle romane e di quelle certo non meno belle: parecchie con un profilo greco nobilissimo, tutte con capelli corvini ed occhi scintillanti, atti a soggiogare il cuore più duro. Allorchè i mortaretti, che formavano quasi una ghirlanda su un antico muro, sono scoppiati, i cannoni hanno sparato, ed ho visto tutte quelle donne con i loro abiti rossi ed oro, avvolte nei vortici di fumo di quell'artiglieria popolare, mi è sembrato di trovarmi dinanzi ad un Olimpo, popolato da divinità ideali.
Però, anche senza il loro costume festivo, son belle del pari le donne di Nettuno. Si vedono ogni giorno, in gruppi numerosi, lavare patriarcalmente i loro panni alla fontana pubblica; non attaccano mai discorso con gli stranieri, sono timide come gazzelle, e rispondono appena, solo con gli occhi bassi, al saluto.
La festa di S. Luigi ha un altro carattere; è una festa popolare, e mi ha ricordato il mio paese natio. Sulla piazza del mercato era stato innalzato qualcosa di simile ad una forca ornata di fronde; dalla trave superiore pendeva, legata ad una fune, una pentola oscillante; dei giovani a cavallo agli asini dovevano, correndo, cercare di far destramente con un bastone un foro nelle pareti della pentola; ma la colpissero o no, questa si rivoltava e bagnava il cavaliere, fra le risate generali degli spettatori. Colui che riusciva a colpire la pentola riceveva in premio due paoli da un prete che esercitava le funzioni di giudice del campo. Quando la pentola fu rotta ed il giuoco terminato, ebbe luogo la tradizionale tombola. Il premio consisteva in una pezza di stoffa in cotone, che pendeva da una finestra. Un ragazzo estraeva i numeri, che venivano spesso annunciati coi nomi proverbiali che loro si sogliono dare, ed eran motivo di nuove risa. Sempre però si rideva con quella naturalezza e quella convenienza che sono doti caratteristiche e preziose del popolo italiano, di natura civile ed educato.
Così vivono e si divertono i cinquecento abitanti di Nettuno, in certo modo separati dal resto del mondo, fra il mare, le paludi pontine e le strade poco frequentate che portano da una parte ad Anzio e dall'altra a Velletri. Nettuno però possiede campi e giardini, somministra il vino che si beve ad Anzio, ed ogni giorno invia a questo porto un carro di pane bianco, perchè là si fa solo del pane grossolano. Ho bevuto a Nettuno del vino squisito, cosa non facile in questi anni in cui il dio Bacco è travagliato da fatale malattia. Un cittadino del luogo ci volle un giorno condurre nel suo tinello, come qui chiamano la cantina; è sceso segretamente in un nascondiglio sotto il suolo e ne ha tratto fuori uno stupendo vino rosso, quale non ne avevo più bevuto da Siracusa in poi.
Sulla spiaggia di Nettuno ogni coltivazione cessa oltrepassata appena la città, cominciando quasi subito, in tutto il loro squallore, le paludi pontine che si estendono fin verso Terracina. Non più abitati sulla riva, solo sorgono qua e là, solitarie, alla distanza di circa due miglia l'una dall'altra, le antiche torri medioevali. L'aspetto di questa solitudine, di questo deserto, di questa mancanza di coltivazione è grandemente imponente. Pare quasi di non trovarsi più sulle classiche coste d'Italia, ma nei deserti dell'India o dell'America. Il frangersi continuo delle onde, lo scintillare del sole estivo sulla bianca, piana, monotona spiaggia, il cupo bosco infinito che accompagna per qualche centinaio di passi il mare, lo stridore dell'avvoltoio e del falco, il volo dell'aquila, che altissima si libra sulle ali in larghe spire, il calpestio ed il muggito dei tori selvaggi, l'aria, le tinte, l'aspetto delle cose e degli elementi dànno veramente qui l'impressione di un mondo deserto e selvaggio.
Il 28 giugno, il pittore ed io partimmo lungo questa spiaggia per recarci ad Astura, distante circa tre ore di cammino. Il mattino era di una limpidezza straordinaria, il mare tranquillissimo ed il capo Circeo, avvolto in una tinta rosea, davano al quadro un aspetto del tutto omerico. A Nettuno comprammo vino e pane e quindi proseguimmo la nostra strada. Ci fermammo a far colazione su di un vecchio tronco d'albero, presso una carboniera e provammo un piacere simile a quello di Ulisse, quando si assise al banchetto apprestatogli da Circe nel suo palazzo. Era veramente delizioso gustare un buon sorso di vino in quella profonda pace, su quell'omerica spiaggia, dinanzi all'azzurro di quel mare, tinto in rosa all'orizzonte.
Fino a questo punto tutto era andato benissimo, ma giunti là dove il bosco scende fino al mare, cominciammo ad avere dei timori. Non erano già i banditi che ci davano pensiero, ma le mandre di tori e di bufali che vagano colà completamente liberi, non sorvegliati da pastori. Tutta quanta la spiaggia fino a Terracina è coperta di numerose mandre di tori, di buoi, di vacche, dalle corna lunghissime, di quella forma tutta classica della campagna romana e che si vedono scolpite nel Partenone, attorno all'ara del sacrificio. Le loro corna sono lunghe quasi tre piedi, molto divergenti, arditamente contorte, grosse, chiare, di bel colore.
Quasi in tutte le case del Mezzogiorno si vedono queste corna, tenute come amuleti contro il «malocchio» e piccoli cornetti vengono portati dai principi alla catena dell'orologio e pendono dal collo dei ragazzi dei pescatori.
I buoi sono selvaggi e grandemente pericolosi; il solo pastore li può governare, stando a cavallo, con la sua lancia; più pericolosi ancora sono i bufali. Questi vivono a branchi e vagano solitari e liberi come i cinghiali; frequentano volentieri gli stagni e le paludi e nuotano con grande agilità. Quando si attraversano le paludi pontine o il bassopiano di Pesto, si vedono molti di questi mostri neri e selvaggi immersi negli stagni, dai quali stendono fuori talvolta, sbuffando, solo le tozze teste. Il bufalo cammina sempre col capo chino a terra e guarda sospettoso dal basso in alto. Non si serve delle sue corna, che sono come quelle del montone rivolte indietro, ma rovescia a terra con la sua fronte di bronzo l'uomo che insegue, quando l'abbia raggiunto; quindi gli pone il ginocchio sul petto e lo calpesta fino ad ucciderlo. I pastori domano questi pericolosi animali con la lancia; passano loro attraverso il naso un anello ed allora li attaccano al carro e se ne servono per trasportare grandi pesi, voluminosi blocchi di pietra, o tronchi d'albero giganteschi. Col latte della bufala vien fatta la provatura, che è una specie di cacio molto difficile a digerirsi. La carne del bufalo è poco stimata, perchè dura; la comprano gli ebrei poveri del ghetto che non ne mangiano generalmente altra. I bufali abbondano nelle paludi pontine, nella squallida riviera di Cisterna, di Conca e di Campomorto, covo della febbre, dove perfino l'assassino non viene ripreso, quando vi si sia rifugiato. Gli uomini che custodiscono queste bestie menano una vita misera, sono febbricitanti e di poco inferiori agli indiani della Prateria.