Che aggiungere, quando avremo detto che anche su Caligola, successore di Tiberio, Astura esercitò la sua malefica influenza? Quivi Caligola sbarcò prima di morire. «Si trovò—dice Plinio—un piccolo pesce, chiamato remora, appeso all'albero maestro della galera che portava Caligola da Astura ad Anzio e ciò venne considerato come presagio della sua prossima fine».
Astura mala terra, maladetta! Noi pure, innocenti viaggiatori, doveva costringere a precipitosa fuga, a noi pure doveva far provare ambasce di morte.
Lasciando Astura, decidemmo di prendere, invece della strada lungo il mare, quella attraverso la foresta, di cui avevamo sentito vivamente lodare la selvaggia bellezza. Non conoscendola, prendemmo con noi un soldato del piccolo distaccamento, un bel giovane robusto e forte che doveva servirci per alcune miglia di guida e prestarci nello stesso tempo aiuto, non già contro i briganti, ma contro i tori ed i bufali. Per un certo tratto camminammo lungo la spiaggia, dove potemmo vedere dei tori neri tanto maestosi che Giove non avrebbe potuto averne dei migliori, allorquando trasse in mare la bella Europa. Poco dopo ci trovammo in mezzo alla foresta. Camminavamo per ampi sentieri, fra odorosi cespugli di mirto, sotto la volta di gigantesche quercie, rallegrati da mille effetti della luce del sole che volgeva al tramonto. Il bosco presso Astura è molto bello. Pensavo alle mie spiaggie natie, alle loro alte quercie diritte, fra i tronchi delle quali si può scorgere l'azzurro del mare; tutti i miei pensieri erano rivolti al passato. È bello aggirarsi là per quei boschi, spiando la comparsa dei cervi e dei caprioli, quando sbucano dai cespugli e vi contemplano con curiosità, alzando il loro capo coronato dalle lunghe corna. Qui invece balza talvolta fuori da un cespuglio la nera testa di un bufalo o di un toro e talora attraversa il sentiero un lungo serpente variopinto. La vegetazione è di una bellezza e rigogliosità tropicale; l'edera raggiunge qui le proporzioni di un albero e si abbarbica alle quercie le circonda le avvinghia, come i serpenti Laocoonte e pare quasi voglia soffocarle in un vigoroso amplesso e strapparle al suolo; sale su tutti i rami e giunge sino alla cima, lassù dove hanno ricetto gli uccelli selvatici della foresta.
Camminammo in tal guisa per alcune miglia, assorti sempre nella contemplazione di quello stupendo spettacolo. La nostra guida di Astura, là dove il bosco cominciava a farsi men fitto, ci lasciò, dopo averci indicato il sentiero della macchia, al di là della quale dovevamo trovare il mare. Lieti e felici continuammo a camminare fra i mirti e gli olivi selvatici, quando tutto ad un tratto ci trovammo di fronte ad un centinaio di tori. Ci fermammo subito: uno dei tori a sua volta si arrestò stupito; alzò la testa, ci contemplò con gravità maestosa, poi si staccò dal branco e ci venne incontro. In quell'istante il mio compagno chiuse il suo maledetto ombrellone bianco da pittore e subito il toro furiosamente spiccò un salto e tutta la mandra lo seguì. Una nube di polvere si levò tosto nel bosco e noi ci demmo a precipitosa fuga, guardandoci ogni tanto indietro. Era un orribile e bello spettacolo il vedere quegli stupendi animali correre avvolti in una nube di polvere!
Riuscimmo ad arrivare nel fitto della macchia e, con le mani insanguinate pelle spine, ci cacciammo nei cespugli, da dove potemmo vedere, fra la polvere, il luccichio delle corna dei tori, mentre si udiva sotto i loro piedi lo strepito dei rami infranti.
Non vidi mai il terrore meglio scolpito sopra un volto umano come allora su quello del mio compagno e il mio spavento non era punto minore. Finalmente tutto tornò silenzio intorno a noi: la mandra furiosa aveva proseguito la sua corsa verso il mare. Riprendemmo la nostra strada per la foresta e, spiando continuamente se i tori riapparivano, uscimmo alla fine dal bosco e sbucammo sulla libera spiaggia. Credo di non aver sentito mai un'eguale soddisfazione nel rivedere il mare e mi toccava proprio provare ad Astura, sulle tracce di Corradino, quali siano le ambasce di una fuga precipitosa, col pericolo della morte alla gola. Si sarebbe detto che uno spirito maligno, il demone di quel luogo maledetto, avesse destato in me tante dolorose memorie e avesse voluto darmi un'idea precisa di quanto ivi soffrì il povero Corradino. Gli animali selvaggi furono però più compassionevoli verso di noi che non gli uomini per Corradino.
Proseguimmo la nostra strada e ci fermammo di nuovo per riposarci sulle rovine del palazzo romano, dalle quali il melanconico castello appariva ancora più bello e più espressivo nell'incerta luce del tramonto. La vista di numerose mandre che coprivano la spiaggia sin quasi a Nettuno, c'impensierì di nuovo: ve n'erano alcune sdraiate in riva al mare, altre salivano per ritornare, come è loro abitudine, al bosco, perchè cominciava la frescura della sera. Passammo innanzi a cento e cento corna gigantesche, ma gli stupendi animali non ci fecero alcun male perchè noi ci tenevamo rasente al mare, al disotto di essi; apparvero infine due bei butteri, i primi che avessimo incontrato, a cavallo, che galoppavano, con la lancia in pugno, lungo la riva, e la loro vista ci rinfrancò.
Felicemente raggiungemmo Nettuno e di qui, con un senso di compiacenza, contemplammo la strada percorsa ed il castello di Astura che a quella distanza, a quella dubbia luce emergeva come un cigno sulle onde del mare.