Furono sue industrie un tempo i vasi d'argilla e d'alabastro. Queste fonti di guadagno sono scomparse, pure la popolazione non mi è sembrato soffra grande miseria. Si trova nel paese un albergo, molto primitivo ed anche un caffè; avrei dovuto pernottarvi, se avessi voluto poi salire sulla vetta del promontorio, ciò che era mio desiderio, non tanto per visitare le antiche mura che si additano come resti del tempio di Circe, quanto per godere l'incantevole panorama. Dicono che di lassù, a 1900 piedi, quando l'aria è limpida e chiara, si vede il convento di Camaldoli che domina Napoli, e la cupola di S. Pietro di Roma.

Da San Felice si può comodamente salire sulla vetta del monte per sentieri rocciosi, fra folti cespugli: ci vogliono però alcune ore. Mi ero proposto di fare il giro intorno a tutto il capo, ma dovetti abbandonarne l'idea, perchè dalla parte del mare le rocce cadono a picco, non lasciando sentiero possibile sulla spiaggia. La distanza da San Felice fino al punto in cui la parte interna del capo trova di nuovo il mare, presso il canale di Paola, è di tre miglia ed eguale lunghezza ha il capo: la sua larghezza non è certo invece più di un miglio.

Lasciando San Felice presi dapprima un breve sentiero, assai comodo e agevole, poi scesi per il declivio della roccia giù al piano boscoso e giunto ai piedi del capo, potei ammirarlo in tutta la sua forma. E' una grandiosa piramide, la cui vetta, nella sua estremità, si ripiega in alto, dal lato occidentale. Fin verso la cima è coperto di quercie e di cespugli, fra i quali qua e là spiccano masse rossastre di acute roccie. Le pareti s'innalzano spesso perpendicolari e sembrano sorreggere un tetto. Tutto il capo sembra un tetto spiovente; ma vi si distinguono dieci monti che portano nomi speciali. Nelle spaccature delle rocce crescono i palmizi nani. Molte palme che adornano il Pincio sono appunto cresciute sul capo Circeo.

Nella mia passeggiata ho attraversato un boschetto di mirti, lentischi ed eriche, che crescono qui arborescenti, ed ho visto alte quercie da sughero, sempre verdi e quercie tedesche. La quercia nordica, che da noi comincia assai tardi a inverdire, in questo clima è uno degli alberi più precoci. Le trovai, già perfettamente coperte di fronde, lungo il canale della Linea Pia, mentre l'olmo ne era quasi spoglio. Il bel bosco sul capo porta il nome di Selva Piana: numerosi greggi di pecore e armenti di giovenchi vi pascolano e danno al placido paesaggio un carattere solennemente idilliaco.

Per voler trovare ora su questo capo un luogo dove immaginare la valle e il palazzo della melodiosa dea Circe, è necessario pensare alla piattaforma stessa di San Felice o a questo gradevole e ameno declivio.

Qui troviamo, se non vere e proprie valli, almeno dei larghi fianchi montuosi dove è possibile collocare idealmente il castello incantato di Omero, colla sua ombrosa solitudine e insieme il suo aperto orizzonte. Qui cresce un'inesauribile flora. Vi crescerà forse anche la salutare erba Moly che Mercurio somministrò al paziente Ulisse:

bruna
N'è la radice: il fior bianco di latte.

Ma siccome anche l'eroe dice essere difficile che creature mortali possano coglierla, così i botanici dovranno rinunziare a scoprirla senza l'aiuto di un Dio.

La fantasia popolare non ha del resto stabilito alcun luogo come dimora di Circe, e la leggenda è rimasta qui più per il nome della maga Circe che per la favola stessa: essa non è che artistica ed archeologica. Qui si son fatti il concetto di una maga Circe come di una Loreley che attirasse e facesse arenare le navi. Mi hanno raccontato che essa era stata alfine sfidata da una nave straniera tutta di cristallo, sulla quale la maga non aveva potuto esercitare potere alcuno e che anzi era stata presa, rinchiusa nella nave e portata via. Da allora se ne erano perdute le tracce e credo che la potenza immaginativa di questo buon popolo lavoratore non sia andata oltre nella bella leggenda di Circe. La mia guida mi narrava con soddisfazione un fatto accaduto durante il suo soggiorno in San Felice ad una sentinella di guardia alla torre del Fico; a questa sentinella, di notte, era apparso un cane dagli occhi di fuoco ed aveva tracciato intorno a lei circoli magici.

Nell'uscire dallo splendido bosco, avevo alla mia destra il lago di Paola, a sinistra la spiaggia del mare e sopra, all'estremità del capo, una graziosa torre, la torre di Paola. Il lago appariva come un grigio e melanconico specchio d'acqua fra rive piane, un vero lago di maremma che s'internava per parecchie miglia dentro terra. Stavano sulle sue rive due chiesette chiamate San Paolo e Santa Maria della Surresca. In tempi remoti, il lago era unito al mare e formava una baia: ora la comunicazione è ristabilita per mezzo di un canale. Lucullo vi aveva una villa e famosi vivai. Anche nel medio evo fu luogo di pesca e di caccia all'anitra (l'anitra selvatica si chiama qui folaga) e solo per opera del tempo l'antico canale è andato in rovina. Innocenzo XIII fece costruire il casino e la chiesa che stanno ancora sul canale, sebbene abbandonati e quasi rovinati ed altre case anche fece costruire sulla sponda del lago, per i pescatori e ispettori e per magazzini. Oggi uno speculatore di Sperlonga ha preso in affitto la pesca del lago per la modesta somma di lire 7500 annue. L'ardente sole del mezzodì fiammeggiava sul lago plumbeo nella profonda e selvaggia solitudine delle paludi e dei boschi: appena gli alti giunchi e i tamarischi della riva si movevano; non una barca appariva sulla superficie tranquilla; questa quiete fosca e solenne aveva qualche cosa di favoloso.