Mentre i della Rovere possedevano Sora, nacque colà un uomo illustre, Cesare Baronio, l'ultimo uomo di grandi meriti di questa contrada. Per quanto incantevoli, melodiose e pittorescamente irradiate dal sole, le sponde del Liri, ombreggiate da lunghe file di pioppi, non produssero mai un genio poetico, un Orazio, un Ovidio, un Ariosto; produssero invece famosi uomini di guerra e grandi oratori, e veramente per i retori è questo un ambiente favorevole alla creazione delle immagini e dei tropi per l'inesauribile eloquenza di questa natura.

Cesare Baronio nacque il 31 ottobre 1538. Lo si può considerare come il Muratori della Chiesa, di cui scrisse gli annali dalla nascita di Cristo all'anno 1198. Nel 1588 fu pubblicato il primo volume della sua opera, in cinque parti, compilata con i materiali degli archivi vaticani, lavoro veramente gigantesco, cui si può ricorrere utilmente, in molte parti, come a fonti originali, specialmente per i primi e più oscuri secoli del medio evo; ma libro di cui convien far uso con molta prudenza, poichè a quell'epoca gli studî storici non erano così innanzi come lo divennero in seguito è quindi opera informata a spirito illiberale ed ingiusto, frutto cioè di uno dei periodi più ardenti della reazione cattolica contro la riforma. Dagli oratori suoi compaesani Baronio non prese nè il sale attico, nè l'urbanità, nè lo spirito di discussione filosofica, nè la purezza della lingua. Non gli fa difetto però una certa ampollosità ciceroniana ed una certa maestosità che risalta ancora maggiormente accanto alle opere del Rainaldo, del Laderchi e del Theiner, suoi continuatori. Egli fece i suoi primi studî a Veroli, poi a Napoli e a Roma dove fu discepolo di quel santo assai originale che fu Filippo Neri; visse anche, come monaco, nell'Oratorio da questi fondato in S. Maria della Vallicella. Fu cardinale e dopo la morte di Clemente VIII, poco mancò che non ottenesse la tiara; ma, punto ambizioso, volle che fosse collocata sulla testa di Leone XI de' Medici, amico suo. Morì due anni dopo, il 30 giugno 1607. Venne sepolto nella chiesa dell'Oratorio di Roma. Il Baronio rimarrà sempre una gloria della storia ecclesiastica e la sua gigantesca opera sarà sempre meritevole di ammirazione.

Voglia ora il lettore gettare ancora uno sguardo su quell'altura di dove abbiamo preso le mosse e dove si scorge sempre Veroli. Chi non conosce, o non ha mai udito parlare di un'opera italiana intitolata «Del beneficio di Cristo?» Pubblicata nel 1542 in Venezia in grande quantità di copie, diffusa in molteplici traduzioni, dopo trent'anni era divenuta già irreperibile, tante erano state le mani che ne avevano fatto ricerca per consegnarla alle fiamme. Udimmo, pochi anni fa, che inaspettatamente se n'era scoperto un esemplare in una biblioteca di Cambridge e venne di poi ristampata in Inghilterra, in Germania e in Italia. Aonio Paleario di Veroli fu l'autore di quel celebre scritto ed io voglio porlo a fronte di Baronio, suo contemporaneo e quasi suo concittadino, essendo nati in località distanti appena due ore l'una dall'altra. Paleario non morì cardinale; dopo di aver trascorso tre anni nelle prigioni dell'Inquisizione, fu tratto alla forca e bruciato nel 1570.

Non si riesce oggi a comprendere come un uomo abbia potuto essere giustiziato per aver intrapresa, con la coscienza di un santo, la giustificazione della dottrina di Cristo. Leggendo oggi, dopo alcuni secoli quello scritto soave e pio, fondato unicamente sui precetti dell'Evangelo, vien quasi fatto di dubitare se sia proprio vero che per esso l'autore abbia potuto essere condannato al rogo da cristiani.

In quel tempo venne anche giustiziato Carnesecchi, amico di Clemente VII. Era il tempo dei riformatori italiani di Giovanni Valdez, di Bernardino Ochino, di Vergerio, di Paolo Ricci, di Antonio Flaminio; il tempo in cui anche cardinali come il Contarini, il Morone, il Polo, venivano citati innanzi l'inquisizione. Le fiamme del rogo che arsero Aonio, eccitarono lo zelo di Baronio ed i suoi annali della Chiesa ne risentono, perchè scritti alla loro luce.

La città di Sora e tutti i paesi del confine napoletano rigurgitavano di soldati, perchè all'intorno si stava stendendo un cordone militare. Sulla piazza erano disposte artiglierie da montagna; lancieri correvano al galoppo per ogni dove e poco dopo il mio arrivo giunse da Capua il settimo reggimento di linea che riempì tutte le strade di baionette. Trovai che la fanteria aveva molto migliore aspetto della cavalleria ed osservai, particolarmente tra gli ufficiali, dei bellissimi tipi di uomini. Tanto la cavalleria però, quanto la fanteria erano vestite di una tela di un colore tra il bigio e il turchino che faceva assai brutta figura. Il luccicare di tutte quelle baionette, quelle fisonomie abbronzate, gli abiti coperti di polvere, la ressa alla porta delle caserme, le grida di comando, davano l'idea di una piccola guerra. Così io qui m'imbattevo nella questione romana. Quelle truppe erano avviate verso gli Abruzzi. Nel pensare a un nemico, esse non potevano concepirlo che nelle persone di Vittorio Emanuele o Garibaldi. Correvano le notizie più strane, più contraddittorie, gli uni assicuravano che Garibaldi si trovasse di già negli Abruzzi, gli altri che i francesi fossero in marcia verso Ceprano. La completa segregazione di Napoli, la mancanza di giornali, di ogni mezzo di pubblicità, favorivano la diffusione di tutte queste voci, tanto più che tutti quegli apparecchi accennavano positivamente a probabilità di guerra.

Proseguendo il mio viaggio, incontrai truppe in ogni luogo e durai fatica a prestar fede a miei occhi, quando, nel tornare da Arce, presso il ponte di Ceprano, trovai gli avamposti stabiliti sulla strada come se il nemico fosse già alla frontiera. I romani ridevano di cuore di tutto quell'apparato guerresco.

«Non vi potete fare un'idea—mi si diceva in Ceprano—della paura che i napoletani hanno di Garibaldi; giorni sono abbiamo avuto qui una festa religiosa e, come si usa dappertutto, abbiamo sparato i mortaretti e lanciato dei razzi; sapete di che cosa furono capaci questi napoletani? Dettero il segnale d'allarme con gli squilli delle trombe ed il rullo dei tamburi in Arce e Isola». «Che cosa ve ne pare—mi disse un'altro—di questi napoletani? Se potessimo disporre di cinquecento uomini soltanto, arriverebbero senza ostacoli a Napoli, ma bisognerebbe che fossero buoni parlatori; sapete!».

Quest'ultima frase, prettamente italiana, ci dà una giusta idea della natura delle persone.

Le truppe intanto avevano occupato i loro quartieri ed io mi misi in cammino per recarmi alla patria di Mario. Il carretto che mi portava correva a precipizio ed anzi, presso il ponte, gittò a terra una donna. Gridai, ma fortunatamente la poveretta si rialzò subito e il mio vetturino continuò a sferzare, bestemmiando, il suo ronzino. Per andare da Sora ad Arpino, conviene ripassare per Isola; prendemmo colà due signori di Arpino che lungo la strada furono molto loquaci, forse perchè evitai di parlare di politica; ma appena giunti in città, fecero, prudentemente, le viste di non aver veduto mai il forestiero.