Così Isola come Sora sono paesi industriali e la buona strada che li congiunge è fiancheggiata da opificî, da villini e da giardini. E' un'oasi di meravigliosa coltivazione sorta dal principio di questo secolo; e rallegra il trovare finalmente in queste regioni, tanto belle e tanto trascurate, lo spettacolo dell'attività umana.
Mi recai, al chiarore della luna piena, a Sora che dista appena un'ora di strada, su di uno char-à-banc, come si chiamano qui i curricoli napoletani, con parola francese, poichè l'uso di questi carretti a un cavallo comincia già qui e come a Napoli il povero ronzino vien spinto al galoppo a furia di frustate. La luce della luna rendeva ancor più bella quella strada, di per sè già così suggestiva e tutte quelle costruzioni moderne, poichè la prosperità di Sora e d'Isola non risale che al principio di questo secolo; essa produce oggi una profonda impressione in chi viene dalle provincie romane, dove tutto è antico, dove tutto appartiene al papato, alla storia, dove le cupe ed oscure città sorgenti sui monti risalgono ai tempi di Giano e di Evandro.
Le fabbriche attuali, per lo più di carta, costruite grandiosamente e secondo i migliori sistemi moderni, debbono la loro origine ai francesi del tempo di Murat e principalmente a un certo Le Febvre che, venuto qui povero, trovò sulle sponde del Liri un vero Eldorado, riuscendo a trarre l'oro puro dalla forza delle sue acque. Lasciò a suo figlio queste fabbriche ed alcuni milioni. Il re di Napoli, credo Ferdinando II, accordò a questa famiglia il titolo di conti, titolo che essa invero aveva ben meritato; poichè una contrada poco coltivata deve al talento inventivo di quello straniero la sua ricca vita che non scomparirà più, anzi probabilmente aumenterà.
La vista di quanto possa l'umana attività riesce sempre di grande soddisfazione, anche dove frequenti ne sono gli esempi, come in Inghilterra, in Germania, in Francia; ognuno immaginerà quindi l'impressione che suscita in chi visita il regno di Napoli, dove, purtroppo, una tale attività è rara.
La cartiera Le Febvre del Liri e l'altra del Fibreno, sono due grandi edifici. E' un piacere vedere quella folla di operai intenta a fabbricare, direi quasi a fondere la carta; giacchè tutta quella pasta liquida scorre quasi fosse un denso fiume di latte e passando su cilindri riscaldati, si svolge in una bianca striscia senza fine, pronta ad accogliere il pensiero dello scrittore. Iddio ha certo creato il mondo ad un dipresso come il signor Le Febvre crea la carta, abbandonandolo alle dispute degli uomini. E' impossibile vedere scorrere quel candido fiume senza pensare a tutti i molteplici usi ai quali serve questa maravigliosa materia che domina la vita e che si chiama carta. Quella striscia bianca che si svolge dinanzi ai nostri occhi vedrà poi la luce, stampata coi prodotti del genio o della stoltezza, nelle scienze o nelle arti, o sotto forma di giornali, di cambiali autentiche o falsificate, di carte costituzionali, di partecipazioni di lutto o di gioia, di sentenze di morte, di trattati di pace, di opere drammatiche, di passaporti, di opuscoli politici destinati a far rumore, come in questi giorni Le Pape et le Congrès, di carte da gioco, di fotografie, di lettere amorose e in tante altre forme che uniscono o separano la vita!
Presso Isola fui ospitato in una villa, il cui cortese proprietario mi condusse nel parco del Conte, parco che può gareggiare benissimo con quelli delle ville romane. Certo, i principi Doria o Borghese potrebbero invidiare al conte Le Febvre l'abbondanza delle acque che non devono essere procurate con l'arte, poichè un braccio del Fibreno attraversa il suo bosco, precipitandosi dapprima di scoglio in scoglio con piccole cascatelle e allargandosi poi in un placido e delizioso laghetto. Le sue sponde sono ricche di splendide piante, di ameni prati; vi sono viottoli ombrosi, angoli solitari, fiori in abbondanza; questo parco è, in una parola, un piccolo Tivoli, è un paradiso delle Ninfe, dove sarebbe un vero incanto passeggiare, riposare, leggendo e fantasticando liberamente.
Arrivai a Sora, città vescovile e la prima del regno di Napoli da questa parte, prima delle dieci della sera e trovai alloggio in un buon albergo. In questo luogo vicinissimo allo stato della Chiesa vidi chiaramente come il confine politico diventa ben presto anche confine dell'uso e della lingua. Il cameriere mi offrì una lista di cibi, i cui nomi a Roma sarebbero apparsi incomprensibili, e non mancò di darmi del don.
Il mattino dipoi trovai che Sora è un paese moderno, discretamente pulito, con buone strade e tutt'altro che privo di industrie e di commercio. Sora è posta sul Liri che svolge le sue acque verdastre fra alti pioppi, simile in ciò ai fiumi della Germania. Un ponte di legno lo attraversa; le sue rive hanno luoghi deliziosi e la sua campagna è fertile, ben coltivata svariatamente a giardini ed a vigne, attraversata da buone strade che portano ai paesi vicini.
Sora è situata in perfetta pianura, nella valle del Liri, circoscritta a distanza dai monti. In qualche punto il piano si restringe ed esce dalla catena un contrafforte. Immediatamente sopra la città si erge un monte di forma piramidale, alto, ripido, di aspetto severo, di roccia nera, selvaggio e nudo; sulla sua cima stanno le rovine pittoresche dell'antica rocca, chiamata Sorella, rovine non meno cupe del monte. Sora riposa tranquilla e idillica all'ombra di questa piramide naturale, tutta moderna di aspetto, sebbene sia un'antica città volsca che non ha mai mutato nome. Essa col tempo divenne sannitica, quindi latina, infine romana. Nel periodo romano vi nacquero i tre Deci e il famoso Attilio Regolo e ne sortì la gente Valeria, alla quale appartenne l'oratore Quinto Valerio; e poi Lucio Mummio: nomi sufficenti ad illustrare la città.
Durante il medio evo anteriore si trova ricordata Sora quale città di confine, più volte sorpresa e saccheggiata dai duchi longobardi di Benevento. Probabilmente allora era bizantina. Posseduta quindi da varî duchi di razza longobarda, finì per passare in potere dell'imperatore Federigo II che la distrusse. Più tardi appartenne ai conti d'Aquino, divenuti signori della maggior parte del territorio fra il Liri ed il Volturno. Carlo d'Angiò nominò conte di Sora un Cantelmi, parente degli Stuart ed Alfonso d'Aragona eresse Sora in ducato di cui primo signore fu Nicolò Cantelmi. Ma i papi frattanto non avevano mai cessato di aspirare alla signoria di questa bella regione e la ottennero sotto Pio II che conquistò Sora per mezzo del suo capitano Napoleone Orsini. Re Ferdinando I di Napoli confermò il possesso, ma Sisto IV ne privò la Chiesa nel 1471, investendone suo nipote Leonardo della Rovere, allorquando questi sposò la nipote del re. Più tardi, nel 1580, Gregorio XIII acquistò Sora dal duca di Urbino per suo figlio don Giacomo Buoncompagni: pochi furono i nipoti in Roma che ricevettero così cospicuo dono. Il territorio rimase in potere dei Buoncompagni-Ludovisi fino alla fine del secolo xviii. In questo tempo tornò al regno di Napoli, e di quello splendore del nepotismo romano non rimase in Roma che il palazzo di Sora e il titolo di duca di Sora, titolo che ancor oggi porta il figlio primogenito del principe Ludovisi-Piombino.