Solo la chiesa è di stile gotico; le altre parti del monastero sono invece di vero stile romano. Il cortile è un ampio quadrato, con archi semigotici, interrotti a metà da due colonne: in complesso è tutt'altro che bello. La sala del capitolo è abbastanza strana: il suo gotico pare volgere allo stile moresco, la volta è sostenuta da quattro fasci di otto colonne sulla cui estremità ottangolare poggiano gli archi a sesto acuto, partendo dal mezzo della parete ove terminano con un fantastico capitello. L'alternarsi poi di pietre bianche e nere accresce l'originalità del colpo d'occhio.
Vidi solo pochi monaci che passeggiavano silenziosi su e giù e non mi volsero mai la parola. Un frate laico mi recò una brocca d'acqua e sentendo che venivo da Roma mi chiese che cosa vi fosse colà di nuovo e dove si trovasse in quel momento Garibaldi. Il nome longobardo di questo prode capitano del popolo risuonava sopra ogni bocca al confine del regno di Napoli, come tanti secoli prima vi risuonarono quelli, parimenti longobardi, dei duchi Garibaldo, Grimoaldo, Romualdo e Gisulfo di Benevento. La figura di lui, popolare anche colà dove provocava timori anzichè speranze, pareva avere un'influenza veramente magica e non dovevo tardare ad averne la conferma nel napoletano.
Nel medio evo correvano per la Campagna i nomi di Nicolò Piccinino, di Fortebraccio da Montone, di Sforza d'Attendolo e di altri capitani di ventura, divenuti famosi per cento scorrerie, battaglie e conquiste di città. In realtà però non erano che audaci briganti e le loro gesta guerresche furono per l'Italia peste obbrobriosa: l'eroe popolare di oggi, Garibaldi, ha invece consacrato la spada e la vita al riscatto della patria sua.
Montai nuovamente a cavallo, per continuare il mio cammino, quando il sole al tramonto tingeva con le sue più belle tinte i monti di Arpino. Dal monastero al confine napoletano non v'è più di un'ora di strada. Fa sempre un particolare piacere trovarsi in un paese di confine. Là dove i popoli, gli stati confinano, si trova un carattere intermedio, una certa vivacità di spiriti: gli abitanti dei confini generalmente stanno in guardia, gli uni contro gli altri, mentre gli uomini che vivono nel centro degli stati diventano facilmente indolenti, ai confini sono sempre irrequieti, mobili, avidi di novità, furbi e infidi, perchè sempre in contatto coi forestieri. Un nuovo orizzonte si apre davanti ai loro occhi, li spinge ad investigare, a paragonare, li rende proclivi al biasimo, alla critica. Il passaggio da uno stato ad un altro produce sempre una singolare incertezza; per questo la dea Fama abita più volentieri al confine, come nella vita sospetto e invidia sono per lo più demoni bastardi di un confine morale.
Non tardai ad arrivare alla dogana romana, solitario casolare lungo la strada, dove le guardie di finanza ammazzavano il tempo fumando il loro sigaro. Di là, dopo aver percorso una strada attraverso ad un terreno coltivato a vigneti, giungemmo al vero confine, segnato da una semplice pietra. Il dio Termine congiunge qui pacificamente il territorio di Roma e quello di Napoli, non divisi neppure da un fosso.
A breve distanza dal confine sorge il primo villaggio del napoletano, Castelluccio e poco al disotto di questo, quello amenissimo d'Isola, che giace in una vaga isola del Liri. Folti gruppi di alberi in una valle ombrosa annunciano la vicinanza del fiume; graziose ville, opifici industriali, sorgono in mezzo al verde e la campagna, mirabilmente coltivata, mostra la fertilità e la ricchezza che hanno sede generalmente dove sono grandi corsi d'acqua. E sopra questi ricchi campi, in una regione ondulata, s'elevano belli e maestosi, a poca distanza, i monti di Sora. Questo tratto di paese, illuminato dal sole cadente, mi ricordò la Conca d'oro di Palermo; ha comune con essa la seria maestosità delle montagne e la fertilità delle pianure; se non che, invece del mare, si vede in questi campi il Liri o Garigliano[11] che scende rumoroso dall'Abruzzo, come il giovane Apollo e disseta romani e napoletani, per aprirsi poi il cammino tra i monti Volsci e scender placidamente alla riva del mare.
Quando si varcano i confini della sacra repubblica di S. Pietro per entrare nel Regno non bisogna aspettarsi piacevoli impressioni, poichè bisogna confessarlo, gli abitanti dello stato pontificio conservano anche oggi tracce dell'antica grandezza romana, hanno un non so che di grave, di riflessivo, di misurato, una disinvoltura ed una franchezza di contegno, una facilità di parola, una certa generosità di tratto, ereditate dai tempi antichi. La costituzione stessa dello stato della Chiesa, dove il potere assolutamente monarchico, poco traspare, la mancanza di un governo civile accentrato e quella, non abbastanza apprezzata dai romani, di un esercito permanente, le franchigie municipali garantite per anni ed anni, da trattati e da statuti locali (annullati la prima volta dalla repubblica francese e più tardi, sotto la restaurazione, dal cardinale Consalvi), finalmente la mancanza di una dinastia ereditaria; tutte queste cose contribuirono a mantenere, fino ad un certo punto, negli stati della Chiesa sentimenti repubblicani. Entrati nel territorio napoletano invece tutto muta aspetto ed il cambiamento non torna certo a vantaggio di quest'ultimo! La natura grave dei romani scompare ad un tratto; il dialetto diventa barbaro e incomprensibile; gli uomini appaiono meno forti, meno generosi ed invece più importuni, ma al tempo stesso paurosi. Vi abbondano soldati, poliziotti, spie e doganieri di un governo sospettoso, malsicuro, illiberale; nessuno qui può parlare come la pensa, cosa poco piacevole per un napoletano.
Ad Isola v'è una bella cascata d'acqua, una splendida vegetazione, praterie freschissime; ma trovai anche la dogana. Dovetti farvi una lunga fermata e perdervi del tempo per colpa di sei poveri volumi. Eccettuato un Orazio, tutti gli altri erano libri di storia medioevale, libri innocentissimi, come ognun vede: ma gl'impiegati di dogana non ne comprendevano il titolo. Lamentarono, a dire il vero, con me la morte di Humboldt, quasi fosse riuscita dannosa alla cultura intellettuale di Napoli; lodarono l'istruzione della Prussia, dove le opere filosofiche sono familiari a tutti; ma conclusero che i miei sei volumi erano merce di contrabbando, che dovevano spedirli al capoluogo, all'ufficio superiore, dove mi sarebbero stati certo restituiti dopo un paio di giorni. Non potei fare a meno di far loro notare che altrimenti si faceva nella mia Germania, dove si cerca di agevolare agli studiosi il modo di viaggiare e non si creano loro imbarazzi e aggiunsi che trovavo addirittura barbare le loro leggi di dogana. Mi rallegrai meco intanto di aver avuto la precauzione di non recare a Montecassino i miei manoscritti, perchè altrimenti avrei corso il rischio di perdere il frutto del lavoro di qualche anno. Tale è la sorte che in questo beato regno può toccare ad uno straniero che viaggi occupandosi tranquillamente di gravi studî sul medio evo. Quale proibizione più assurda, più barbara di questa dell'introduzione dei libri? Finalmente mi fu possibile persuadere l'impiegato, in fondo persona gentilissima, a lasciar passare i miei poveri volumi senza mancare affatto al suo dovere. Per giustizia accennerò ora quanto più liberale sia il governo pontificio: allorquando feci ritorno da Montecassino con gli stessi libri, con altri che mi aveva donato don Luigi Tosti e coi materiali raccolti e con questa merce di contrabbando mi presentai al ponte di Ceprano, l'impiegato della dogana pontificia non fece che gettarvi sopra un rapido sguardo e con gentilezza somma, mi disse: «Passate pure, signore».
Avendo così perduto un tempo prezioso, non potei quasi vedere Isola al tramonto del sole, perchè già la notte scendeva. Questo paesetto giace in una bella isola del Liri, ombreggiata da molte piante. All'estremità dell'isola le acque del fiume, dal colore dello smeraldo, si precipitano impetuose come da una cascata. Sopra all'isola sorge una rupe, alta circa 80 piedi, sulla cui cima torreggiano le rovine di un antico castello. Si ode da lungi il rumore delle acque e avvicinandosi, la vista è rallegrata e dal fiume stesso e dai molteplici canali che vi si versano, dopo aver irrigato giardini, popolati da stupendi platani e pini e ricchi della meravigliosa vegetazione dei paesi meridionali quando sono bagnati dalle acque.
Qui il fiume è già ingrossato, perchè poco sopra riceve il tributo del Fibreno; nè serve solo a rendere fertili i campi, poichè dà moto anche a parecchie fabbriche di panni e di carta che danno lavoro a varie migliaia di operai e diffondono così il benessere e l'agiatezza nella regione.