Più volte avevo udito parlare di questo convento e mi era anzi stato vantato con quello di Fossanova, come il più bello di tutto il Lazio; soprattutto come una vera meraviglia di architettura gotica; ora finalmente me lo trovavo di fronte, mole grandiosa di severi edifici, dalla tinta grigia, sorgenti solitari sul sottostante altipiano, tra i quali emerge il vertice della chiesa del monastero. Tutto questo è circondato da un cortile con una porta maestosa di stile romano che dà accesso ad un porticato, che ricorda assai l'arcus deambulatorii dei ricchi monaci medioevali; accanto scorre un ruscello, l'Amaseno, ombreggiato da melanconici pioppi: tutto ha l'aspetto di un deserto silenzioso e arso dal sole.

In genere i monasteri al dì d'oggi hanno un non so che di desolato, di morto, come di cosa che non risponde più all'indole dei tempi. Qui invece nulla è mutato; l'atmosfera morale di vari secoli addietro, sopravvive; i monaci continuano a salmodiare, a pregare, a tacere, a lavorare come in passato, rivestiti degli stessi abiti, negli stessi locali, con la stessa monotona uniformità. Tutto è andato mutando nella storia del mondo, ma fra i monaci di Casamari nulla è cambiato; ad essi basta che durino la chiesa, i vescovi e il papa in Roma. Nulla nei dintorni ha un aspetto diverso dall'ieri: Veroli, Pofi e San Giovanni sussistono tuttora come una volta, con le loro chiese e i loro santi e i pellegrini continuano come prima a battere alla porta del monastero. Essi non hanno più da temere i Saraceni, nè i baroni rapaci, nè i condottieri; vivono però in continua angustia per la rivoluzione, che finirà col tornar loro più fatale dei Saraceni e dei masnadieri medioevali, poichè da quelli non avevano da temere che l'incendio o il saccheggio, mentre da questa dipenderà la loro esistenza. Inoltre i beni dei monasteri sono diminuiti e con ciò resta inceppata l'azione esteriore alla Chiesa. In realtà un tal convento è come una cronaca in pergamena dove le vecchie miniature rivivono come fantasmagorie.

Il nome di Casamari è stato erroneamente spiegato in casa amara e così erroneamente lo spiega pure il Westphal, nella sua opera sulla Campagna romana, alludendo alla regola severa dei fratelli della Trappa, cioè dell'assoluto silenzio prescritto ai monaci che vi abitano.

Sembra invece più giusto farlo derivare da Casae Marii, case di Mario, perchè la badia fu eretta in un fundus Marii, ossia in un antico possedimento del famoso eroe di Arpino.

Così vuole la tradizione e così pure afferma il Rondinini, che scrisse: «Monasterii S. Mariae et Sanctorum Joannis et Pauli de Casaemarii brevis historia, Romae, 1707».

Il monastero venne fondato da alcuni abitanti di Veroli nel 1036. Primi ad occuparlo furono i benedettini. Ma nel 1152 Eugenio III v'installò i cistercensi che posseggono anche il bello e vicino convento di Trisulti; Federico II con un atto del 1221, datato da Veroli e che tuttora esiste, confermò i monaci di Casamari nel possesso de' loro beni; ma i suoi soldati distrussero il monastero allorchè l'imperatore la ruppe con Roma.

La storia di Casamari non offre nessuna particolarità: non fu che il solito continuo succedersi di guerre, di distruzioni, di ricostruzioni, alle quali andarono più o meno soggetti del pari tutti i monasteri. Nessun personaggio illustre uscì dalle sue mura. Casamari non ha avuto una storia propria come la vicina Fossanova, di cui il Muratori pubblicò una cronaca. Non ha avuto neppure le ricchezze di Trisulti, sebbene possegga ancora vari beni nella Campagna romana. Il suo maggior vanto consiste nella sua meravigliosa chiesa, di cui fu iniziata la costruzione nel 1203, proprio quando l'architettura gotica cominciava a venire introdotta in Italia.

Entrando nel cortile che precede la chiesa provai un disinganno: la facciata cui si accede per un ampia gradinata, il vestibolo a foggia di porticato, promettevano assai poco. Trovai in questo vestibolo una statua di Pio VI e una lapide in onore di Pio IX, per aver questi ristabilito il patrimonio del monastero. Ma appena entrato nella chiesa provai una grata sorpresa trovandomi in un tempio a tre navate, vasto, di proporzioni armoniche, bello, chiaro, ad archi a sesto acuto, con il coro separato solo da una cancellata, il tutto di una semplicità elegantissima.

L'armonia dell'architettura, la semplicità dell'edificio, la tinta tranquilla del travertino, lo stile gotico del mio paese, non potevano produrre in me impressione migliore; il mio occhio, abituato da vari anni alle basiliche di Roma col loro soffitto piatto ed alle chiese a cupola sovraccariche di ornamenti di tempi posteriori, non poteva a meno di trovare nel gotico uno stile architettonico nuovo, svelto, imponente per la fusione della ricchezza con la semplicità, dell'arditezza con la grazia, della forza con la sveltezza, per l'armonia di tutte quelle parti che concorrono a costituire un complesso bello, raro e sorprendente. Abituato a vedere chiese piene di sculture, di ornati barocchi e pesanti, di pitture, d'iscrizioni, di tombe, di altari, questo tempio, dove nulla era di tutto ciò, mi parve bello, semplice, veramente fatto per l'esercizio del culto di una religione pura ed immateriale.

Nessun'imagine, nessuna nicchia, nessuna cappella, un unico altare sotto un tabernacolo a cupola, il tutto come nelle antiche chiese cattoliche tedesche trasformate in templi protestanti. Casamari pareva appunto una di quelle. Non ricordo di aver visto mai in Italia altro edificio di stile gotico di così bella semplicità. La navata centrale ha sette archi a sesto acuto, sostenuti da fasci di colonne; al quinto arco trovasi la cancellata che separa il grazioso coro; al di là non v'è nessun ornamento bizzarro, nessuna statua; soltanto dietro il cancello, a fianco dell'altare, due grandi vasi, con piante di amaranto in piena fioritura che fanno un bell'effetto in quel luogo semplice e imponente.