Le sponde del Liri.
(1859).
Invito il lettore ad un'escursione attraverso il paese latino, da Veroli a Casamari, da Isola a Sora e ad Arpino, da Arce ad Aquino, da San Germano[10] a Montecassino, proprio mentre l'Italia centrale pullula di armati, mentre le Romagne hanno scosso il giogo pontificio, mentre gli animi tutti sono preoccupati dalla questione romana.
Questa regione è la continuazione del Lazio; il Liri divide con confini naturali la Campania in due parti: quella romana è solcata dal Sacco che si getta appunto nel Liri sotto Ceprano ed è propriamente la campagna romana; l'altra metà, magnifica pianura fra l'Appennino ed i Volsci, è la Campania napoletana, dove scorre il Liri. Essa si estende veramente fino a Capua, ma i monti la circondano di fronte a San Germano e la separano così dalla Campania felice. A Montecassino mi fecero osservare un giorno di lassù il castello di S. Pietro in Fine, e mi spiegarono questo nome con: in fine Latii; se non che l'erudito don Sebastiano Calefati mi fece riflettere che in fine poteva anche significare: al confine della giurisdizione della diocesi di Montecassino. Non intendo però entrare in una disquisizione geografica; scendiamo piuttosto tranquillamente da Veroli, per arrivare sulle rive del Liri in una bella giornata di ottobre, mentre un sole tepido splende sui campi tingendo i monti de' più bei colori dell'autunno, mentre dinanzi ai nostri occhi si stende la classica campagna attraversata dal fiume, il cui bel nome risveglia i pensieri più gentili, più soavi e diffonde un alito poetico per queste contrade.
Uscendo dalla porta dell'alto paese di Veroli e camminando lungo le sue mura mezzo rovinate, prima di scendere nella pianura, per la prima volta mi si spiegò dinanzi la regione che volevo percorrere. Alla mia destra erano i campi di Ceprano, il ponte ove Manfredi fu tradito e più in là la catena azzurra dei Monti Volsci; alla mia sinistra i monti maestosi di Sora, volti verso gli Abruzzi e pieganti verso il Liri. Ma ciò che sopra ogni cosa attrasse la mia attenzione fu la vetta di un monte, o per dir meglio la linea bianca che lo coronava. Era Arpino, la patria di Cicerone e di Mario. Produce profonda impressione il vedere per la prima volta, e per di più in modo confuso e ad una certa distanza, un luogo che segna due grandi epoche e di cui ci è noto il nome sin dall'infanzia. Mi ritornarono così alla memoria infiniti particolari dell'età giovanile: il mio pensiero si riportò ai banchi della scuola dove ci veniva spiegato Cicerone, si riportò allo stesso volume stracciato e stampato su cartaccia grigia delle sue orazioni ed al tuonante ed indimenticabile Quousque tandem Catilina? Ed ora mi trovavo proprio dinanzi alla patria di Cicerone, dinanzi a quell'Arpino che non avrei sperato o sognato di veder mai.
Non essendovi altra strada carrozzabile all'infuori di quella sotto Casamari, e tutta questa regione latina non avendo altro mezzo di comunicazione con i paesi finitimi se non la Via Latina che porta a Capua, dovetti scendere di cavallo per percorrere lo scosceso sentiero che va fino a Veroli.
Tutti i borghi all'intorno, per la massima parte più antichi di Roma, appartenendo all'epoca di Saturno sorgono su colline rocciose, neri e cupi d'aspetto, rimasti da secoli e secoli quali erano un tempo. I conti e i feudatarii del medio evo vi avevano fabbricato in ognuno il loro castello che sorge tuttora, abbandonato e deserto, dimora dei soli gufi. Il colono vi coltiva anche oggi, soggetto ad un principe romano o ad un convento, la vite, l'olivo, il granturco e la sua condizione, per quanto non sia più servo della gleba, non è in fondo affatto mutata. Per il Lazio, regione saluberrima, non vale la ragione dello spopolamento dei dintorni di Roma, l'influenza cioè della malaria. Fa impressione percorrere una contrada che da lungi appare come un paradiso e poi non è che un deserto pittoresco, coltivato solo qua e là a granturco, un deserto di aridi campi, popolati unicamente di ginestre e di asfodeli, su cui i falchi svolazzano con ampi cerchi. Si rimane stupiti di non trovare una popolazione florida e ricca, città fiorenti ed al vedere solo qua e là gruppi di meschini abituri sulle alture. Gli abitanti del Lazio, bella, buona e forte razza di uomini, sono rimasti in uno stato assolutamente primitivo; il loro modo di vivere, i loro costumi, i loro bisogni non subirono mai la menoma variazione e se uno de' loro antenati tornasse oggi al mondo, non troverebbe forse al suo paese altro di nuovo all'infuori dell'uso, del tabacco, dei fiammiferi e della polvere da sparo. Tutti quei castelli conservano sempre i loro nomi: Veroli, Pofi, Arnara, Bauco (Babucum), Ripi, risalgono alla più remota antichità. Li troviamo menzionati nei documenti del ix e x secolo coi loro nomi attuali, con le stesse chiese, con i loro conti e giudici, per lo più di stirpe longobarda; non saprei citare un sol luogo di fondazione posteriore.
Il sole del pomeriggio splendeva ancora ardente su quegli aridi campi, quando entrai in un'orribile strada, in un sentiero, a malapena praticabile per i muli che conduceva al monastero di Casamari. Passai dinanzi ad un casolare solitario dove si era fermata una comitiva di gente venuta da Veroli, fra cui alcune ragazze, vestite per bene che stavano danzando e scherzando: tutto ciò produceva in quella solitudine una gradevole sensazione; si sarebbero potute paragonare ad uno stormo di garruli uccelletti in una cupa foresta. Proseguii quindi per una buona strada fiancheggiata da olivi e da vigneti ben coltivati, il che rivelava un possesso tenuto con un sistema di coltura molto diverso da quello dei dintorni. Presto ne scoprii la ragione; incontrai una compagnia di pellegrini che tornavano dal celebre convento di Casamari, gli uomini col bordone in mano, le donne portando sulla testa panieri di provvigioni, vestiti tutti nella pittoresca foggia dei monti latini.