Ci arrestammo un istante ad un miglio dalla spiaggia. La barca sembrava davvero un guscio di noce sul flutto irrequieto, ora avendo come sfondo l'orizzonte da un lato ed i monti dall'altro, ora sprofondandosi nelle liquide valli. Questa gita mi fece molto piacere, perchè non temo il mare agitato e non soffro punto il mal di mare. I rematori vogavano faticosamente, ma con arte consumata sapevano ora evitare, ora utilizzare abilmente le onde più grosse e più alte. Allora capii veramente che cosa fosse una barca equilibrata e la nostra poggiava fissa e sicura sui suoi quattro remi, che insieme sembravano servirgli come braccia e come ancora. Era assai difficile avanzare e dopo più di due ore di lotta ci trovammo di nuovo di fronte a torre Badino.
Questa torre ed un casino lì presso indicano il luogo dove il Portatore, un braccio del canale pontino, si versa nel mare. Vi sono stati costruiti dei moli. I pescatori risolsero di mettersi sotto vento ed invece di continuare il faticoso viaggio, arrivare così a Terracina per il canale.
Alla foce del Portatore l'agitazione delle onde alte e grigie era assai forte: la nostra barca ne risentì la violenza con un forte beccheggio, ma presto, oltrepassato un ponte levatoio, ci trovammo in uno specchio d'acqua più che tranquillo, morto, nero, stagnante. Da quello entrammo nella Linea Pia che conduce direttamente a Terracina.
La Linea Pia è fiancheggiata da alti olmi, e sulle sue rive cresce la più ricca flora di gigli acquatici che abbia mai visto. In alcuni punti il canale era impaludato, o era completamente coperto di piante. A causa di questo tre marinai dovettero scendere dalla barca e tirarla dalla riva con una fune, a forza di braccia.
Per quanto ad ogni stagione la Linea Pia venga sottoposta ad un ripulimento, essa è invasa di nuovo prestissimo dalla flora palustre. Il metodo per pulirla è semplicissimo: si caccia qua e là per il canale una frotta di bufali e si fa loro calpestare l'erba. Queste bestie si sforzano naturalmente di liberarsi e di guadagnare la terra ferma, non perchè temano l'acqua, essendo al contrario animali di palude, ma perchè la fatica necessaria per strappare e pestare le piante così intrecciate, stanca anche la loro possente muscolatura. Ma i butteri che li accompagnano, li respingono nel pantano colle loro lunghe lancie, ed altri tormentatori stanno dietro sui sandali e fanno lo stesso con delle aste puntute. Il giorno dipoi vidi, sulla via Appia, presso la stazione di Mesa, questa selvaggia scena palustre: è impossibile immaginare qualcosa di più singolare di quei mostri neri ammassati nel canale che, simili a un branco di cavalli del Nilo, agitano le loro teste possenti con le corna piegate all'indietro, sbuffano fuor dell'acqua, mentre faticosamente avanzano nuotando e calpestando.
Quanto più ci avvicinavamo a Terracina, tanto più il canale diveniva animato. Molti sandali tornavano carichi dalla città e su molti di essi sedevano uomini civilmente vestiti che sembravano passeggeri ed erano forse proprietarii di terre vicine.
Scendemmo dal battello al ponte, presso il grande ospedale militare ed io mi recai subito alla riva accanto all'albergo, per sapere qual fine avesse fatta la gigantesca tartaruga. Essa stava distesa su un carro a due ruote, legata con funi e accuratamente avvolta in scorze d'albero, quasi si fosse voluto preservarla da un raffreddore. Molta gente stava ad osservarla attentamente. Il guscio robusto era di un bellissimo color bruno con macchie nere; la testa pareva quella di un'aquila e perfino la bocca aveva la forma di un becco. Viveva ancora e guardava gli astanti con occhi spalancati pieni di stoica indifferenza; sembrava quasi volesse dire: «Tu sei una creatura più abominevole di me, o uomo, e cento volte più crudele e vorace del pescecane, tu che strappi alle profondità dei mari i suoi abitanti per seppellirli nel tuo stomaco, nella grande voragine e abisso del mondo vivente!» Nella notte la tartaruga doveva essere spedita al suo destino, cioè a Piperno, fra i monti Volsci, dove sarebbe stata poi venduta come cibo di magro.