L'antica rocca dei Volsci sorge su una rupe alta, scoscesa, dove ancora ne rimangono le vestigia, attorniate da mura ciclopiche, mentre la città moderna si stende sul pendìo del monte. La disposizione di tutti questi paesi è identica; in alto la rocca, al disotto la città. Nella rocca si rifugiavano nel medio evo gli abitanti della città e delle campagne, quando erano minacciati dalle scorrerie degli Ungheri e dei Saraceni dell'Africa. Non è possibile percorrere le sponde del Liri, soprattutto la ridente pianura di Aquino, senza ricordare il terrore che vi portarono una volta i Saraceni. Per ben trent'anni essi funestarono le contrade fra il Garigliano o Liri e Minturno, facendo scorrere per la Campania, la Tuscia e la Sabina, saccheggiando e distruggendo i monasteri di Montecassino, di S. Vincenzo al Volturno, di Subiaco e di Farfa, riducendo in cenere gli archivi e le biblioteche, perdita questa irreparabile. Solo nell'agosto del 910 poterono esser cacciati, da una lega italo-bizantina, per opera dell'energico papa Giovanni X, e un papa si ornò della gloria di essere stato il salvatore d'Italia.
Al disotto di Arce vi è una dogana, denominata le Muratte; ivi mi fu chiesto il passaporto, ma fortunatamente non mi fu visitato il bagaglio. Avevo però preso la precauzione, con l'aiuto del mio auriga, un giovane arpinate molto svelto, di nascondere accuratamente nella carrozza un libro, ed il manoscritto del mio giornale di viaggio che cavammo in trionfo fuori dal loro ripostiglio non appena la dogana fu oltrepassata. Da ogni parte si vedevano truppe che non disdicevano su questo antico teatro di guerra; nel vederle il mio pensiero correva sempre più a ricordare gli eventi storici di queste stupende contrade, poichè qui appunto ha principio il territorio storico dell'Italia meridionale. All'inizio del medio evo era ripartito in tre gruppi, gli stati longobardi di Benevento, Salerno e Capua; il dominio bizantino delle Calabrie e le repubbliche marittime, di Napoli, Amalfi, Gaeta e Sorrento. Tutte queste regioni passarono in seguito in possesso dei Normanni. Mentre tutti questi diversi elementi, longobardi, greci, imperatori germanici, papi, repubbliche, saraceni, erano fra di loro in continua lotta, la storia dell'Italia meridionale diventa veramente un caos. L'inferno di Dante non può dare che una debole idea di tutti gl'intrighi, le passioni, i delitti che si muovevano in questi stati, in queste corti. Purtroppo la storia di quei tempi manca ancora, essa è un labirinto. Montecassino ne possiede sempre molti elementi nelle sue collezioni di diplomi, particolarmente riguardanti Gaeta. La rinomata opera di Giannone, pregevolissima per ciò che riguarda l'ordinamento civile, e quello della giustizia, non sempre è esatta nel rimanente e non corrisponde più all'attuale progresso della scienza.
Arrivammo al ponte sul Melfa che ha conservato l'antico suo nome e che è ancora, in ottobre, quasi asciutto nel suo ampio letto bianco e sassoso. Si pretende che esso abbia segnato una volta la linea di confine fra gli stati della Chiesa o ducato di Roma e il ducato longobardo di Benevento; ma la cosa è tutt'altro che certa; sembra anzi assai più probabile che allora, come oggi, il Liri dividesse i due stati. Stavano accampati vicino al fiume, attorno ad un mucchio di fieno, dei soldati di cavalleria.
Poco dopo passato il ponte, comincia l'estremo Lazio, la bella campagna di Aquino e di Pontecorvo, irradiata dal sole, ed attraversata dalla magnifica strada che porta a Capua. Alla sua sinistra si leva la catena degli Appennini, di cui si scorgono la vetta del Cimarone ed i borghi di Castello, di Rocca Secca, di Palazzuola, di Piedimonte; più in là sorge il monte Cairo, mèta della nostra gita. Già si scorgevano gli edifici grandiosi e le cupole di Montecassino, l'Atene del medio evo, faro della scienza nella cupa notte di quei tempi. Colà Paolo diacono scrisse la sua storia dei longobardi.
A destra della pianura apparivano le cime azzurre dei monti Volsci, di natura identica a quelli di Segni e di Gavignano, e poi S. Giovanni Incarico, Pontecorvo, il piccolo territorio pontificio già possesso di Bernadotte e più lontano Oliva, Rocca Guglielma ed altri villaggi. Il Liri qui corre ai piedi dei monti, attraversa campi deliziosi che sembra non voler lasciare mai, perchè allunga la sua strada con mille sinuosità; ad ogni passo accoglie il tributo di un ruscello o di un torrente e le sue acque risplendenti ai raggi del sole, sono veramente meravigliose. Con qual diletto non dovettero soggiornarvi i Saraceni! Certo essi non trovarono mai sponde più amene nè sul Guadalquivir, nè sul Sebeto, nè sul fiume Ciane. Molti popoli dopo l'epoca romana funestarono questo paradiso: i Visigoti con Alarico ed Atalulfo, i Goti valorosi di Totila e di Teia, gli Isauri, gli Unni, i Sarmati, i Greci; le orde terribili di Leutari e di Bucellino, i docili Longobardi che finirono coll'occupare tutte queste terre, col coltivarle e farle rifiorire, gli Arabi, gli Ungari, i Normanni, i Francesi, gli Spagnoli, i Tedeschi; tutti si accamparono qui e vi combatterono; tutti apparvero in questa Campania felice, chiave del regno di Napoli.
Più lontano noi scorgiamo anche i monti di fronte a S. Germano, su cui sorgono Rocca d'Evandro (propriamente Bantra), S. Elia, S. Pietro in Fine, sui quali emerge l'alto Aquilone. La maggior parte di questa bella pianura apparteneva alla diocesi di Montecassino e parecchi di questi paesi, di queste città, debbono al monastero la loro esistenza.
Questa parte estrema del Lazio non ha la severa grandiosità della campagna romana; le sue tinte sono più calde, più dolci, più meridionali, infine, la sua coltivazione è assai più rigogliosa, nè vi sono tante colline.
Essendo giorno di fiera a S. Germano, incontrammo per strada molti contadini, vestiti come nella valle del Sacco e ciociari coi sandali. Le donne però, anzichè il busto portavano un morbido panno con nastri sulle spalle e due vesti di cui quella superiore fatta a grembiale: questo modo di vestire fa una graziosa figura.
Qui, invito il lettore ad abbandonare la strada di Capua ed a piegare a destra, verso Aquino che giace in mezzo alla pianura. E' piacevole attraversare la linea recentemente ultimata fino a questo punto della strada ferrata di Capua che non può venire ancora esercitata poichè, se il governo napoletano si affrettò a compierla sul suo territorio, quello pontificio è ancora arretrato sul suo, avendo appena oltrepassato Albano.[12]
In un quarto d'ora, attraverso a campi coltivati a granturco, si giunge ad Aquino. Questa città, importante ai tempi dei Romani, è ora un borgo lungo e stretto, su cui emerge solo un campanile. La sua posizione, su di un ruscello, non ha nulla di speciale, senonchè bellissimi per ricchezza e per frescura di vegetazione sono i suoi dintorni e stupendo è il panorama che vi si gode. Esistono ancora presso il paese alcune rovine della città romana, avanzi di porte, di mura, reliquie dei templi di Cerere e di Diana; in complesso però nulla di notevole. Presso il ruscello sono le rovine di una chiesa del secolo xi, S. Maria Libera, basilica a tre navate, sulla cui porta si scorge ancora una Madonna in mosaico, opera bizantina ben conservata. Vicine le une alle altre sorgono così le rovine dell'Aquino romana e dell'Aquino medioevale; a queste due epoche appartengono le celebrità della città.