Aquino si può vantare di aver dato i natali a uno dei meno famosi imperatori romani, a Pescennio Nigro che vi nacque in umile condizione come Mario. Prode soldato, si distinse quale generale in Siria; dopo l'uccisione di Pertinace vestì la porpora, ma la dovette cedere presto all'africano Settimio Severo che lo sbalzò dal trono e lo fece prima imprigionare, poi decapitare. Maggior gloria procurarono ad Aquino due altri suoi figli. Sono due tipi che rappresentano due epoche e che si possono l'uno all'altro contrapporre, come le rovine di un tempio romano a quelle della basilica di S. Maria Libera. Quale maggior contrasto, infatti, di quello che passa tra Giovenale e S. Tommaso d'Aquino, fra il grande poeta satirico della corruzione pagana di Roma ed il più grande filosofo della sacra teologia scolastica, che ebbe il nome di Dottore Angelico? Si direbbe che questi due personaggi tanto diversi abbiano voluto sorgere entrambi in Aquino, nel modo stesso che la corruzione pagana di Roma richiedeva la rigenerazione cristiana.

Giovenale ci trasporta con le sue satire in quelle condizioni di Roma, preparate da Mario e consolidate dalla stirpe Giulia dopo la caduta della repubblica, in quella Roma, pantano sanguinoso, putrida palude morale, menzogna in tutto, dove ogni cosa era appestata, in quella Roma fisicamente e moralmente ammalata, tutta da comprare; dove patrizi e cittadini si affollavano famelici attorno ad un despota onnipotente, terribile come il fato; dove pensiero, parola, penna, erano avvinti in ceppi; dove unica libera era l'adulazione; dove non vi erano che idee servili, libidine di piacere ed una mostruosa prostituzione della natura; dove in quella folla lasciva e tormentata dalla voluttà e dalla paura, alcuni spiriti stoici, concentrati in sè stessi, davano sfogo alla loro nausea morale con la satira e con la storia, non appena lo consentiva un despota più temperato degli altri.

Giovenale nacque in Aquino; poco però si sa della sua vita, come di quella della maggior parte dei poeti dell'antichità, il che, del resto, non torna davvero a loro danno. Le loro persone assumono così quasi l'aspetto di un mito. Nessun erede, parente o amico indiscreto, pubblicò la loro corrispondenza; nessun giornalista descrisse con scrupolosa esattezza il loro aspetto esteriore nei più minuti particolari, non li accompagnò passo passo nella loro vita, partendo dalla culla; non tenne conto delle loro virtù, dei loro vizi, dei loro errori, dei loro debiti presso ebrei e cristiani e d'ogni altro loro imbarazzo. Due pagine bastano, alla vita oscura di Orazio, di Virgilio, di Ovidio; della morte di Eschilo e di Euripide, non rimane che una tradizione favolosa; l'arguto Terenzio scomparve tranquillo in qualche angolo dell'Ellade, presso la palude Stimfalica.

Di Giovenale, solo da un suo verso, si sa che nacque in Aquino. Venne esiliato in Egitto o in Scozia? Dove morì? Nessuno lo sa. La sua lunga vita, ora rattristata, ora allietata dai regni di Claudio, di Nerone, di Galba, di Ottone, di Vitellio, di Vespasiano, di Tito, di Domiziano, di Nerva, di Traiano e di Adriano, fu spettatrice dei più grandi avvenimenti; vide sul trono del mondo una serie di demoni feroci, ed una di genî buoni; vide tempi in realtà miserrimi, a torto detti felicissimi.

E' difficile quindi immaginarsi quale idea dovette farsi della vita, quali impressioni dovette provare un uomo di mente e di cuore che potè vedere l'aspetto truce di un Nerone, e la fisonomia serena di un Tito.

Se egli non avesse visto quella doppia serie di imperatori, se invece di essere nato sotto Claudio, fosse nato ai tempi di Tito, forse non avremmo le sue satire; ma le impressioni di gioventù dettero la direzione al suo spirito; in fondo poi la società romana dei tempi di Tito era sempre quella stessa dei tempi di Nerone. Povero Giovenale condannato ad essere il poeta della sua età! La sua lingua, la sua narrazione già oscura, difficile, serrata come quella di Tacito, sotto il peso dell'atmosfera romana, sotto la stretta della sua amarezza, dovettero esercitarsi sopra argomenti ai quali non sarebbero stati adatti nè il marmo, nè l'argilla, ma il fango. Chi può leggere le sue satire sugli uomini e sulle donne di Roma senza provare un senso di ribrezzo? Chi può non compiangere un ingegno eletto come il suo, condannato a cercare le sue ispirazioni in quel pantano della società romana dei suoi tempi? Facit indignatio versum, qualemcunque potest.

Giovenale fu paragonato (e con qualche verità) a Tacito, il suo più grande e più nobile contemporaneo; ma lo storico di quell'epoca aveva almeno la coscienza di chiamare il dispotismo davanti ad un tribunale supremo, sempre pronto a pronunciare le sue sentenze. Ma che cosa può confortare il poeta satirico, il pittore della impudicizia nel ribrezzo che deve provare a descrivere la generale corruzione dei suoi tempi? Eppure, quanto non è superiore un Giovenale ai romanzieri ed ai drammaturghi dei tempi nostri, più lascivi, ma più deboli di Petronio, i quali descrivono il vizio coi colori più dolci e sentimentali e ci dipingono vili meretrici come tipi ideali?

Teniamoci fortunati noi tedeschi, almeno per ciò che non possediamo nella nostra letteratura un Giovenale, nè un Sue o un Dumas, ma possiamo porre ancora corone non contaminate sul capo di Schiller, il poeta generoso della libertà e dell'ideale umano.

Ambedue quei romani, Giovenale e Tacito, lamentarono la perduta libertà repubblicana; ambedue disperarono dell'avvenire che non appariva loro diverso da un abisso, e Giovenale ancora più di Tacito. E di fronte ad essi già sorgeva, da loro conosciuto, ma non compreso, anzi disprezzato quale setta giudaica, il cristianesimo, ideale tuttora velato di una umanità ringiovanita. E i Germani, di cui Tacito ammirava la schietta naturalezza e la semplicità eroica, dovevano poi abbattere in Roma il dispotismo e la menzogna.

Il cristianesimo... Siamo sulle rovine di Aquino e tra i ruderi di S. Maria Libera, appare un santo illustre, il Dottore Angelico. Veste l'abito dei domenicani, porta un fascio di libri sotto il braccio, è di statura alta, asciutto, ma cammina curvo, ha una testa potente e voluminosa, viso abbronzato e rugoso, però molli carne, quae acumen ingenii et excellentiam indicaret.