Le pareti sono coperte di stucchi e mostrano resti di antichissima pittura. Tali sono le principali curiosità del chiostro; ma non vogliamo dimenticare la parte superiore, da dove si gode una vista superba della rupe gigantesca sulla quale questi santuarî sono costruiti. Essa cade a piombo, e sembra volersi precipitare sul chiostro; ma fortunatamente si trova là effigiato il santo che con la mano stesa, come per trattenerla, sembra esclamare: Fermati, o rupe; non danneggiare i figli miei! Quando sono entrato nel cortile ho trovato appollaiati ai piedi della figura del santo tre corvi, che raucamente gracchiavano. Questi sinistri uccelli con le loro voci lugubri e le tonache nere da benedettini mi sono sembrati attributi propri del santo, come nell'antica mitologia altri uccelli sono sacri ad altri Dei.

I corvi hanno una parte di qualche importanza nella storia di Benedetto, dissi già che lo accompagnarono nel suo viaggio da Subiaco a Montecassino, e aggiungo ora che gli salvarono la vita. Infatti, avendo un nemico mandato a Benedetto del cibo avvelenato, essi lo portarono via, lontano, sulle rupi. Il corvo dei monti mi è sembrato un vero uccello da monaci; in ogni modo è un simbolo migliore di quello dei domenicani, consistente in un cane con la face in bocca.

Anche in un altro luogo mi sono ricordato dell'antichità, anzi di un nome celebre. Vi è nel chiostro anche un giardino di rose, sulla sommità della rupe. Un tempo erano rovi, precisamente quelli nei quali Benedetto si era avvoltolato a corpo nudo. Quando nel 1223 il famoso fondatore dell'ordine francescano visitò Subiaco, innestò alle spine delle rose, le cui discendenti stanno ancora in fiore. Col tempo si sono scoperte meravigliose virtù in queste rose. Un monaco mi disse seriamente che esse, ridotte in polvere e inghiottite, guariscono qualunque malattia o incantesimo. Il monaco non mi disse però se esse possiedono anche la preziosa virtù delle rose di Apuleio; in ogni modo non avrei potuto verificarla.


ATTRAVERSO L'UMBRIA
E LA SABINA.
(1861).


Attraverso l'Umbria e la Sabina.
(1861).

Una gita da Roma nella Tuscia romana, nella Sabina e nell'Umbria è oggi tanto più attraente, in quanto che chi viaggia in queste province, or' ora annesse al regno d'Italia, ha campo di fare molte e nuove osservazioni importanti. Invece di viaggiare con la diligenza, è assai meglio prendere un vetturino fino a Perugia. L'istituzione italiana dei vetturini sarà fra pochi anni soppiantata dalle ferrovie, e vi sarà certo chi li rimpiangerà, perchè, se non sempre comodo, questo mezzo di viaggiare ha pure i suoi vantaggi, primo fra tutti quello di far conoscere la regione che si attraversa, cosa in ferrovia quasi impossibile. Il mio vetturino trottava allegramente sull'antica via Flaminia, di buon mattino, sotto uno splendido cielo di settembre. Meraviglioso è un viaggio attraverso questa campagna; il Soratte e i monti Sabini, dalle linee vigorose, offrono a destra le più gradevoli vedute. Di paesi se ne incontrano pochi in questo deserto; dopo il terzo miglio si trova Prima Porta, Saxa Rubra degli antichi, così detta per i grossi massi di tufo rosso che vi si trovano. Questa pietra vulcanica è particolare della regione tosco-romana; essa forma pittoresche colline, scoscendimenti, mura naturali e contrafforti. Chi conosce Veio e Civita Castellana, si ricorderà di questa caratteristica che tanto si discosta da quella del Lazio.