Il Tevere scorre attraverso il paese in belle volute, piacevolmente incorniciato da lontane catene di monti. Lo si perde di vista, quando si piega a sinistra, verso Castelnuovo, per raggiungere Rignano. Lungo la strada incontrai un plotone di cavalleria pontificia, che in mezzo alla polvere trottava rapidamente; compresi subito quale scopo aveva quest'ultima commedia militare nel territorio papale.

Si sa bene che la Tuscia romana, separata per mezzo del Tevere dalla Campagna romana o Lazio, è chiamata Patrimonio di S. Pietro. A torto si fa datare questo possesso dalla donazione della contessa Matilde, la famosa paladina della gerarchia romana, che non aveva veramente dei dominî in quei luoghi, ma possedeva invece qua e là nel Lazio molti castelli. Ciò che si chiama Patrimonio di S. Pietro fu essenzialmente la parte fondamentale e più antica degli Stati della Chiesa; qui sono gli inizî del possesso, e il primo dominio temporale della Santa Sede fu Sutri, sul lago di Bracciano, dono del re longobardo Luitprando.

Nell'epoca carolingia il vescovo romano signoreggiava su tutte le attuali città della Tuscia romana, la quale era amministrata da suoi delegati col nome di Duces, Comites, Rectores. Ma a poco a poco questo possesso si perdè, e dopo la caduta del regno carolingio alcuni conti ereditarî se ne impadronirono. Ai tempi della contessa Matilde il pontefice non aveva più possessi, sia temporalmente che politicamente, nè in Tuscia, nè in Sabina; cento piccoli conti e baroni v'imperavano, in barba alle donazioni di Pipino e di Carlo. Ci vollero molte guerre e molti secoli per rimettere la Santa Sede in possesso dell'antico patrimonio.

Ci fermammo sei ore a Rignano, paese appartenente alla Comarca di Roma; al di là comincia la delegazione di Viterbo. È piccolo e di poco interesse, per quanto fosse ducato, come molti altri paesetti romani. Il primogenito di casa Massimo porta il titolo di duca di Rignano.

Nell'albergo del paese trovai un colonnello pontificio che era partito in congedo pel suo paese, Macerata, ma che era stato rimandato indietro a Narni dai piemontesi, perchè sul suo passaporto mancava il visto del console italiano. Egli mi parlò della severità delle guardie italiane di confine.

Mi disse che tutto ciò che veniva da Roma era sospetto di mene reazionarie. Correvano, anche per Rignano e gli altri luoghi vicini, voci sull'irruzione di 200 napoletani, e di una banda reazionaria che, movendo da Corneto, si preparava a passare il fiume.

Qualcuno assicurava anche di aver visto la truppa, e si temevano eccessi, come nel napoletano. Anche il mio vetturino si impensierì e decise di accorciare la tappa giornaliera, fermandosi a Civita Castellana. Era dunque il movimento di questa truppa di zuavi, o altro che fosse, che aveva determinato l'avanzata della cavalleria papalina lungo la corrente del fiume. Senza saper più nulla di positivo su questa cavalleria, nel pomeriggio continuammo la nostra magnifica gita attraverso la Campagna.

La campagna si faceva sempre più bella, di mano in mano che si avanzava verso Civita Castellana. Si passò sulla via Flaminia proprio ai piedi del Soratte, ed io potei osservare per un bel pezzo di strada il paese, la torre medioevale e la chiesa sorgenti sulla sua sommità. Quel monte, a cui Orazio e Virgilio han consacrato celebri versi, è in terra etrusca, ed è visibile anche da Roma.

Si leva isolato, in una massa rossastra, acuta e bella di pietra calcarea, di fianco al Tevere. Il suo aspetto d'isola, i suoi colori, e la gradevole forma, mi ricordarono il monte Cairo nelle vicinanze di S. Germano. La sua altezza supera i 2000 piedi.

L'archeologo lo conosce per il culto primitivo che avevano per lui gli abitanti, e lo storico per doverlo spesso ricordare nel medioevo.