Quel papa Silvestro che si lasciò regalare dall'imperatore Costantino—quando, secondo la leggenda, lo battezzò nel palazzo Laterano—Roma e tutta l'Italia, anzi tutto l'Occidente (e per quanto tempo non si è creduto a questa ridicola donazione?), quel papa fortunato visse nelle solitudini del Soratte, finchè durò l'ultima persecuzione dei cristiani. In suo onore fu eretto nel medio evo il chiostro di S. Silvestro, sulla cima del monte, e, si dice, sulle rovine di un tempio di Apollo. Per molto tempo questo chiostro fu celebre e visitato, come uno dei più antichi nella regione romana. Carlomanno, il primogenito del grande eroe franco Carlo Martello, vi vestì l'abito nel 746, ma cambiò poi l'eremitaggio con quello più bello di Montecassino, per sottrarsi alle moleste visite che non cessavano di fargli i nobili franchi, quando si recavano a Roma.

Anche altri chiostri sorsero in questo luogo: ai piedi del monte era quello di S. Andrea, ora distrutto, dove nel secolo x il monaco Benedetto scrisse una cronaca ricca di notizie storiche. Pertz la trovò a Roma nella biblioteca Chigiana e la fece stampare nei Monumenta Germaniae. Questi luoghi si possono veramente considerare, qui sui confini dell'antica Sabina, come la culla dei benedettini. Di là dal Tevere, poco lungi dal Soratte, giace anche oggi il chiostro primitivo di Farfa, oggi abbandonato, famosa costruzione longobarda, abbazia imperiale e ghibellina che diede spesso alloggio agli imperatori tedeschi che scesero nella valle del Tevere. I ricercatori di notizie del medio evo romano devono alla diligenza e sagacia dei suoi monaci il prezioso codice dei Regesti di Farfa, che la Vaticana conserva. Questa importantissima raccolta di monumenti, appendice importantissima ai Regesti di Pietro Diacono di Montecassino, è oggi una delle principali fonti d'investigazione storica. E davvero con non lieve interesse osserveremo la grandiosa campagna intorno al Soratte, se ricorderemo che più d'uno dei nostri imperatori tedeschi di qui scese verso Roma, al tempo delle lotte col papato gregoriano.

Ai piedi del monte esiste ancora il guado del Tevere che gl'imperatori solevano passare, presso l'antico Flaianum, oggi Fiano.

Molto mi dispiacque di non poter visitare il paese di Sant'Oreste, appollaiato graziosamente in cima al monte. Gli archeologi pretendono che il famoso tempio di Feronia sorgesse un giorno lassù, e che la città, costruita in quel luogo, si chiamasse Sant'Edistio, corrotto poi in San Resto e Sant'Oreste; ma è più verosimile che il nome venisse alla città da quello stesso del monte Soratte, che durante le oscurità medioevali si sarebbe poi mutato nel nome di un santo ignoto o apocrifo.

Alle sei giungemmo a Civita Castellana. Il panorama di questo luogo meraviglioso è insuperabile, più bello ancora di quello di Veio. Il paese si leva su erte rocce rossastre, coperte da piante rampicanti, simili a mura naturali; ai suoi piedi scorre il fiume Treia. È ben fabbricato, ha molti ponti, uno dei quali somiglia al nuovo ponte dell'Ariccia, pur non essendo così grandioso. La valle, stretta e bellissima, formata dalle rupi che il Treia attraversa, è ricca di singolari vedute, tali da formare certo l'ammirazione di ogni pittore. La posizione di questa città etrusca è stata scelta con rara fortuna ed acume.

Qui certo fu la primitiva Faleria. Nel medio evo, quando i saraceni resero malsicuri questi dintorni (essi distrussero una volta anche l'abbazia di Farfa), l'antichissima Faleria, abbandonata fin allora, fu ripopolata, perchè fortemente situata su una piattaforma di rupi; così si formò Civita Castellana, sede di conti per molto tempo, e spesso nominata nella storia dei papi. Il terribile avversario di Gregorio VII, Guiberto di Ravenna, antipapa col nome di Clemente III, passò qui i suoi ultimi anni, e quivi morì. Anche Alessandro III vi finì i suoi giorni. Oggi questa ospitale e spaziosa città (di soli 2400 abitanti) offre poche cose degne di nota. Da tempo antico è vescovado, come quasi ogni altro luogo un po' importante del Patrimonio di San Pietro. La cattedrale di Santa Maria è degna di esser visitata, col suo portale romanico e il vestibolo, notevole monumento del XIII secolo. Ha archi e finestre in stile gotico-romanico; colonne e un architrave a mosaico. Nel vestibolo si conservano antiche iscrizioni, la più vetusta delle quali ricorda una donazione di beni fatta alla Chiesa nel IX secolo.

La città, del resto, non ha reliquie municipali interessanti; del periodo feudale non resta che l'antico castello, costruzione della fine del secolo XV, con le armi dei Borgia; Alessandro VI lo fece costruire da Antonio Sangallo. Servì negli ultimi tempi come prigione di Stato, e molti visitatori ricordano di avervi veduto il famigerato brigante Gasparone, parente del cardinale Antonelli.[14] Io dimenticai di domandare se viveva ancora. Mi ricordo che a Roma qualcuno narrava di averlo visitato, per curiosità, e di avergli chiesto quanti omicidî avesse commesso, al che aveva egli risposto: «Non molti, forse appena una ventina».

Oggi la bandiera francese sventola sulla torre pittoresca e nera di Civita Castellana, poichè questo è il punto estremo del Patrimonium Petri verso la Sabina, e l'occupa una guarnigione di truppe napoleoniche. Alcuni soldati francesi mi dipinsero come molto triste e noioso il loro soggiorno in quel luogo solitario e remoto; ed avevano veramente ragione di lamentarsi, perchè ivi è impossibile ripararsi contro l'inclemenza del sole, che dardeggia senza pietà.

Dopo una notte di riposo, passata nel discreto albergo della Posta, che trovandosi nel punto dove convergono le strade dalla Sabina, da Nepi, Amelia e Viterbo, è abbastanza frequentato, mi accinsi a passare i confini pontifici e ad entrare negli Stati piemontesi. Il segno del confine era il Tevere, che col suo corso divide le terre del Patrimonium Petri dall'Umbria e dalla Sabina.

Partito la mattina alle cinque da Civita Castellana, giunsi in poche ore a Borghetto, pittoresco castello sul fiume, oggi l'ultimo villaggio pontificio, sotto il quale il Tevere scorre in una larga e bella valle; gli sono vicini i monti della Sabina, e con essi molte località, ora (1861) piene di piemontesi e di lombardi.