Quid tam saepe meum nobis abducere Quintum
Te juvat, et lenta detinuisse mora?
Quid Nomentani causam mihi perdis agelli
Propter vicinum qui pretiosus erat?
Sed jam parce mihi nec abutere, Narnia, Quinto;
Perpetuo liceat sic tibi ponte frui.
Verso la metà del secolo XII il ponte crollò. Al tempo degli Hohenstaufen non doveva esistere già più, perchè Parsifal Doria, generale di Manfredi, si annegò, mentre voleva guadare in quel punto la corrente a nuoto, col suo cavallo, ambedue coperti di ferro. Si costruì allora il nuovo ponte, più comodo per la sua posizione, essendo troppo grande la spesa necessaria per restaurare l'antico.
La menzione fatta del valoroso Parsifal mi rammenta un'altra grande figura di guerriero, che forma ancora uno dei vanti dei Narnesi: in Padova di fronte alla cattedrale sorge il monumento equestre in bronzo del Gattamelata, opera di Donatello, la prima di questo genere compiuta in Italia durante il Rinascimento. Fu fatta per incarico della Repubblica di Venezia, che così volle onorare la memoria di uno de' suoi più fedeli condottieri, che fino al 1441 aveva servito la bandiera di S. Marco. Erasmo Gattamelata nacque a Narni.
Un altro Narnese diede lustro alla città nel secolo XV: il cardinale Bernardino Eroli, morto nel 1479, di cui la tomba è visibile nelle grotte di S. Pietro a Roma.
La famiglia di lui, che esiste ancora a Narni ed è una delle prime del patriziato, abita un antico palazzo. Uno de' suoi membri è il marchese Giovanni, distinto antiquario, ricercatore di documenti; egli è veramente la cronaca vivente della sua città, della quale ha descritto a fondo e riunito nella sua Miscellanea Narnese le cose più notevoli. Mi trattenni alquanto in questa città, e visitai questo degno signore. La vita di un patrizio in un piccolo centro campagnolo deve essere tanto più limitata e monotona quanto più esso possiede istruzione e talento. Il marchese, lieto di ricevere un viaggiatore, tanto più poi che veniva da Roma e che si occupava di storia, mi accolse con grande cortesia, e soddisfece pienamente alle mie domande circa l'archivio municipale di Narni, come sopra gli archivi delle altre città umbre, e mi invitò ad accompagnarlo nel suo studio. Non era uno studio di disegno o di pittura, ma di fotografia. Quando vi entrai credetti di esser penetrato in un tepidario, perchè il calore era così intenso da potersi appena tollerare. Egli mi mostrò i suoi lavori, che erano invero così poco riusciti da non allettare gran che i visitatori.
Da Narni m'internai con vera gioia nell'Umbria, in questo giardino dell'Italia centrale, irrigato da vivaci corsi d'acqua, cosparso di olivi e di verdeggianti colline. Tutto vi è sereno e aggraziato; persino il dialetto degli abitanti è pieno di melodia. Non è davvero strano che la pittura umbra, così gradevolmente viva e ideale, abbia avuto nella natura la sua fonte precipua. L'Umbria fa veramente intendere che cosa sia la Toscana, ancora più bella e gradevole.
Dopo una breve corsa attraverso la campagna fertile e ricca, giunsi a Terni, patria di Tacito, famosa per le cascate del Velino, città attivissima di 9000 abitanti. Non vidi le cascate, ma girai per la città, che si presenta come un borgo abbastanza pulito, nel quale il periodo del Rinascimento e lo stile baronale pomposo hanno soffocato il medio evo caratteristico. Molti notevoli palazzi indicano che vi risiede una ricca nobiltà. Anche la vita politica ha qui uno speciale movimento.
Essendo una città di qualche importanza, più grande di Narni e, per numero di abitanti, venendo subito dopo Spoleto, Terni aspira ad avere un significato politico. L'italianizzazione vi fu accolta con entusiasmo; su molte insegne di botteghe operaie vidi già i colori bianco, rosso e verde da poco dipinti; anche sulla mia tavola all'albergo stava il tricolore. E non faremmo altrettanto noi in Germania, in analoghe circostanze?