Cresce in Italia una specie di zucca, detta cocomero, che al di fuori è verde, e, tagliato, mostra una polpa purpurea, e intorno una zona bianca: i colori italiani. A questo proposito ricordo di aver veduto questo spettacolo: un cocomeraro aveva inalberato sul suo banco un grande tricolore, sopra il quale era dipinta la dea dei cocomeri nei suoi tre colori naturali; con la scritta in trasparenza: Natura mi diè questi colori. Lo spiritoso cocomeraro faceva un degno richiamo! Anche nei dominî pontificî la coccarda del governo è di solito rappresentata da un uovo sodo tagliato in mezzo. Su questi due simboli corrono fra la popolazione dei saporiti motti di spirito.

La rivoluzione italiana ha portato con sè, come mi ha insegnato l'esperienza, una vera rivoluzione nei nomi delle strade e dei caffè, tanto che chi tornasse dopo una assenza di qualche anno nella sua città, difficilmente riuscirebbe a raccapezzarcisi. Le piccole piazze coi nomi di S. Maria, S. Paolo, ed altri, ora prendon nome da Vittorio Emanuele, e tutti gli altri santi e patroni sono ovunque sostituiti da Garibaldi, Cavour, Ricasoli, ed altri uomini della spada o del parlamento. Sarebbe interessante contare i caffè che oggi in Italia hanno il nome di Garibaldi!

Terni è ora il quartier generale del comandante Brignone e di molta fanteria di linea. Io vi trovai i muri delle strade coperti di proclami per la chiamata delle classi sotto le armi. Mi fu detto che nell'Umbria la popolazione si sottopone più volontieri che non nelle altre province dell'ex-Stato pontificio all'obbligo della leva. Anche qui però vi sono molti disertori che vanno ad alimentare la reazione nel napoletano, tanto più che la sorveglianza dei confini da quella parte è assai difficile. Ci vorrà molto tempo perchè gl'italiani si abituino al servizio militare obbligatorio. L'esenzione dal servizio militare è stata veramente un prezioso beneficio del regime papale, beneficio inestimabile per il contadino.

Grande è il numero degli emigrati romani a Terni, come del resto in tutta l'Umbria ed in tutta la Sabina. L'emigrazione sparsa nei diversi luoghi mi fu detto essere superiore a 5000 individui, ma forse questa cifra è inferiore alla realtà.

Una gran parte dei forusciti viveva finora in Rieti, ma una discordia scoppiata fra i romani ed i cittadini di quella città li ha costretti ad abbandonare il luogo ed a spargersi per l'Umbria. La loro esistenza è abbastanza difficile e penosa, perchè i comitati creati allo scopo di soccorrerli hanno mezzi insufficienti. Cospirano attivamente così vicino a Roma, dove il comitato nazionale è in relazione diretta con essi. Secondo ogni verosimiglianza sono essi che redigono i giornali umbro-sabini, come l'Italia e Roma di Perugia. Questi fogli sono letti avidamente, e molti esemplari penetrano anche nella Città dei Cesari.

Da Terni partii per Spoleto; percorsi per molte ore una regione montuosa, fresca, ricca di quercie. Si valica l'Appennino sopra Terni, o, per meglio dire, attraverso il monte Somma. La strada, assai buona, giunge fino alla sommità lungo la gola detta Strettura, salendo gradatamente. I due versanti del monte da ambo i lati sono boscosi; non si vedono paesi; solo qua e là qualche casale. De' bei buoi bianchi erano stati, per rinforzo, attaccati alla vettura, e mentre essi lentamente salivano l'erta, potei permettermi una breve camminata su quella ripida strada. L'aria era fresca e leggera: si sarebbe potuto camminare ore intere senza stancarsi. Dei briganti non c'era da temere, poichè tutta l'Umbria ne è immune. Avendo lasciato un po' indietro la carrozza, vidi d'un tratto un uomo accoccolato, nascosto in un cespuglio, che appena mi vide si mise a farmi energicamente dei segni, e precisamente quelli che soglion fare gli italiani per chiamare a sè. Io mi fermai in mezzo alla strada; l'uomo mi accennò di proseguire il mio cammino. Voleva dirmi di essere cauto? Finalmente scese egli stesso dalle rupi nella strada, e lo riconobbi per un giovane e simpatico milite della guardia nazionale.—Sembra che diffidiate di me—disse—ma io vi ho fatto cenno soltanto per dirvi che potete continuare la vostra strada e non guastare così il mio giuoco. Io debbo star qui a sorvegliare un giovane e una ragazza che stanno laggiù nella valle, e veder quello che fanno.—Il soldato mi disse queste parole un po' eccitato. Terribile cosa la gelosia! Anche quella solitudine che sembrava creata solo per pensieri e fatti patriarcali, nascondeva nel suo seno il terribile mostro! E non fu inutile la posta del giovane: dopo poco la coppia sbucò fuori da un cespuglio; la fanciulla si allontanò dall'amante e seguì la riva del torrente, mentre questi scompariva. Difficilmente sarà sfuggito ad una coltellata!

Presto raggiungemmo la cima del Somma, dove i buoi furono staccati. Di qui si scese per la strada che costeggia una gola simile a quella percorsa all'insù, e che corre per sei miglia attraverso splendidi monti; dopo poco ci si presentò meravigliosamente la vecchia Spoleto e sotto a noi la valle del Clitunno, e la pianura ove scorre il Tevere. Uscendo di mezzo ai monti, Spoleto appare bella come nessun'altra città, e sopratutto pittoresca, con la sua nera rocca, le molte torri massicce che la coronano, e le mura merlate. La luce dorata del sole la illuminava morendo, e contribuiva a dare al quadro magnifico un perfetto e grandioso carattere storico. Influisce molto vedere da un punto, piuttosto che da un altro, per la prima volta una città vetusta; la prima impressione è quella che rimane. Io non conoscevo ancora Spoleto, che racchiude in sè una storia tanto ricca, che va da Faroaldo, duca longobardo, fino all'infelice generale Lamoricière, che nel 1860 stabilì qui il suo quartier generale per la difesa degli Stati della Chiesa contro gli usurpatori.

Quando entrai in Spoleto si cancellò dalla mia mente l'imagine di ogni antico ricordo; sulla bella spianata una folla di gente elegante si pigiava; le strade erano simpatiche e linde, le case moderne, ed un'aria di sereno benessere dava l'impressione più gradevole di una vita gaia e tranquilla.

Il ducato longobardo di Spoleto fu fondato nel 570, subito dopo che Alboino discese in Italia col suo popolo. I suoi due primi duchi furono Faroaldo e Ariulfo; questi, provincia a provincia, tolsero ai greci una gran parte dell'Italia centrale, e cioè tutta l'Umbria, la Sabina, la Marsica (oggi Abbruzzo), e le Marche di Fermo e di Camerino. I papi soffrirono spesso molestie da parte del ducato di Spoleto, fondato alla fine del VI secolo. Anche quando Carlomagno pose fine al regno longobardo, rimase tuttavia abbastanza grande la potenza dei duchi di Spoleto, divenuti vassalli franchi. La Francia stessa assicurava la loro dignità; dopo la caduta dei Carolingi, Guido di Spoleto potè porsi sul capo la corona imperiale. Egli la passò quindi al figlio di Lamberto, un nobile giovane, che morì improvvisamente nell'898 per una caduta da cavallo. Guido e Lamberto ottennero la corona imperiale e furono i due imperatori nazionali eletti dal popolo italiano in opposizione ai candidati di nazione tedesca, sebbene fossero di razza franca.

Quando più tardi l'impero cadde con gli Ottoni e passò alla nazione tedesca, gl'imperatori si impadronirono del ducato, e non vi fu più a Spoleto dinastia ereditaria. In seguito Spoleto fu annesso alle terre della contessa Matilde, come anche Ancona, finchè i papi con lusinghe ed astuzie riuscirono ad impossessarsi di quel ducato, sul quale già da Carlomagno accampavano diritti. Innocenzo III, e specialmente Gregorio IX, aggiunsero alla Chiesa le Marche di Ancona, Camerino e Fermo. Così la vera presa di possesso di quei luoghi da parte della Chiesa data dal principio del sec. XIII; ma dipoi essa perdette di nuovo molte di queste terre, col volgere degli anni, e, dopo varie vicende, in pochi giorni nel settembre 1860 le perdette tutte e per sempre.