Lamoricière aveva scelto Spoleto come suo quartier generale, perchè la posizione era buona, e potevano di là mandarsi truppe in tre direzioni. Il generale Schmidt aveva il quartiere a Foligno; Pimodan stava a Terni con la seconda brigata, e De Courten a Macerata. Lamoricière si aspettava di dover ripiegare verso il sud contro Garibaldi, che era nel Napoletano, ma quando seppe del generale Fanti, capì che i piemontesi avrebbero investito l'Umbria e le Marche. Il giorno 8 settembre i volontari di Masi irruppero da Città della Pieve nello Stato pontificio e marciarono su Orvieto. Il 10 settembre Lamoricière riunì le sue milizie, e il 12 si gettò sulle Marche, seguito da Pimodan. Nella cittadella di Spoleto aveva lasciato 300 irlandesi del maggiore O'Reilly, con due cannoni. Questa piccola fortezza fu presa dai piemontesi del generale Brignone il 17 settembre; secondo le istruzioni del Lamoricière, gli irlandesi la difesero valorosamente, respinsero un assalto e si arresero solo dopo 12 ore di combattimento. I piemontesi ebbero, a detta del Lamoricière, 100 morti e 300 feriti; i papalini 3 morti e 6 feriti. È abbastanza curioso che nell'ultimo fatto d'armi di questa fortezza abbiano preso parte degli irlandesi.

Si vedono ancora le tracce di quella lotta. Ora non vi è più guarnigione, ma invece un bagno penale.

Del resto il ricordo di questi fatti si è assai indebolito nella città; la delegazione si è mutata in una sottoprefettura, dipendente da Perugia, sede del commissario generale dell'Umbria. Così Spoleto ha perduto del tutto il carattere di città capoluogo di provincia; la sede dei delegati poteva essere paragonata ad una piccola corte, e questi governi provinciali dei cardinali legati godevano d'una certa indipendenza; tutto questo ora è passato; i prefetti e i sindaci entreranno al posto delle provincie politiche d'un tempo, le quali rimarranno solo un ricordo storico.

Le strade salgono il monte con lieve pendio, e graziose piazze le interrompono qua e là. Molti luoghi sono assai pittoreschi e veramente italiani, ma spesso sporchi e mal tenuti. Si vede ancora che questa città dominò in altri tempi una ricca regione e fu centro d'una monarchia, benchè conti ora solo 9000 abitanti. Anche qui nell'architettura il Rinascimento prevale. L'alto medio evo è stato soffocato dalle epoche successive; dell'antichità romana si vedono alcuni avanzi, ed una vetusta porta presso il palazzo Gavotti ricorda Annibale che, dopo la famosa battaglia sul Trasimeno, fu respinto da Spoleto. Essa si chiama ancora Porta di Annibale o della Fuga.[17] Invano si ricercherebbero in Spoleto antichità longobarde. La mia prima domanda fu questa: dov'è il palazzo degli antichi duchi? Nessuno seppe darmi una risposta, ed anche lo storico del ducato di Spoleto, Gian Colombino Gatteschi, mi dichiarò d'ignorarlo. Così l'oblio sommerge la residenza di principi un giorno così grandi e potenti; non ne rimane una traccia, non una pietra. Solo una dubbia tradizione dice che il palazzo Arroni, sulla piazza del Duomo, occupi il luogo dove, fin dal primo duca Faroaldo (539), risiederono Ariolfo Toto, Trasmondo, Angebrando, Ildebrando, Gisulfo, Lamberto e Guido, finchè coll'ultimo della loro lunga serie, lo svevo Corrado, il ducato ebbe termine nel 1198.

Ora il duomo, uno dei più antichi monumenti di Spoleto, sorge su una bella piazza, con lo sfondo pittoresco delle vette montane. Fu edificato nel 617 dal terzo duca Teodelapio, poi più volte restaurato. È una bella ed armonica chiesa, con una torre sulla facciata in stile romanico-gotico del secolo XIII. L'atrio è moderno: è opera del Bramante. Un grande mosaico, opera del Solsterno, orna la facciata: porta la data del 1267. Si osserva in esso con stupore il primo sviluppo libero dell'arte umbra. In questa chiesa Fra Filippo Lippi, uno dei più simpatici pittori della seconda metà del secolo XV, si è eternato coi suoi affreschi nel coro, dove egli stesso giace. L'interno è quasi tutto restaurato di fresco; delle iscrizioni medioevali non ne rimane alcuna, nemmeno nell'atrio. Il duomo è oggi il più notevole monumento, l'ornamento maggiore di Spoleto, insieme con San Pietro, una chiesa di stile lombardo, degna di molta considerazione. La sua facciata è coperta di sculture, in alcune delle quali è rappresentata, in modo assai primitivo, la favola del «Roman du Renard».

Questa comunità conserva un pregevole, anzi meraviglioso affresco dello Spagna, la Madonna con i santi, ed una iscrizione su marmo, che ricorda la distruzione della città, compiuta dal Barbarossa. Trascrivo fedelmente questa iscrizione:

HOC EST SPOLETVM
CENSV PPLQE REPLETVM
QVOD DEBELLAVIT
FRIDERIGVS ET IGNE CREMAVIT
SI QVERIS QVANDO
POST PARTV VIRGINIS ANO
MCLV
TRES NOVIES SOLES IVLIVS
TVNC MENSIS HABEBAT

Molto probabilmente in questo incendio la residenza dei duchi di Spoleto andò perduta.

In special modo pittoresco è l'acquedotto gigantesco[18] che congiunge la città al monte Luco. Questo monte è diviso dal colle, su cui sorge la fortezza, da un abisso di 260 piedi; al disopra di esso è un enorme ponte di dieci archi. L'edificò il duca longobardo Teodelapio nel 604, e fu poi più volte restaurato. Se si prende la piccola strada del ponte per andare a monte Luco, si gode la vista dell'abisso vertiginoso e profondo, su cui spesso soffia un vento terribile. Questo mi costrinse anzi a rinunziare di attraversarlo. Monte Luco è il Monserrato dell'Umbria.