Dopochè nel VI secolo un santo siriaco, Isacco, ebbe fondato lassù un eremitaggio, vi sorse nel X secolo il chiostro di S. Giuliano ed una serie di eremitaggi. Di questi ne restano ancora alcuni, ma gli eremiti son da lungo tempo scomparsi. Di parecchie delle loro cappelle i cittadini di Spoleto si sono fatte delle graziose villette. Una passeggiata nei boschi di quercie del monte è un vero godimento, l'erba balsamica esala il suo aroma, le brezze agitano le millennarie cime delle quercie: appena si ode di tanto in tanto un suono, un fremito di campana: vi regna un silenzio divino. Di lassù si può rintracciare, nella sottostante campagna, la striscia bianca della via Flaminia, che sale fino alle porte della città e in lontananza si perde nella pianura.
Ma più maestosa di ogni altra cosa appare la rocca che domina la città e la pianura, e che si stacca sui monti solenni: un dado turrito, dalle linee nobili e armoniche, uno dei più bei monumenti del medio evo. Il famoso cardinale d'Albornoz, contemporaneo del tribuno Cola di Rienzo, aveva nel 1356 riedificato questo già antichissimo edificio, che fu poi terminato da Nicolò V. La memoria degli antichi duchi e dei potestà che risiedettero in questo castello è del tutto scomparsa, ma dalle finestre del fosco edificio sembra al viaggiatore di scorgere ancora la figura di una donna famosa, che fu signora di Spoleto, quella cioè di Lucrezia Borgia, figlia di Alessandro VI, la Cleopatra del secolo XV. Suo padre la nominò nel 1499 reggente della città e del distretto di Spoleto, fatto nuovo questo nella storia della Santa Sede. La bella duchessa abbandonò Roma a cavallo, con grande seguito, l'8 agosto. Dinanzi a Spoleto la ricevettero con grande onore i priori della città, e l'accompagnarono al castello, dove pose la sua residenza. Ella presentò allora ai suoi dipendenti la sua nomina, ed un Breve di suo padre così concepito:
«Amati figli, a voi salute ed apostolica benedizione. Abbiamo conceduto il possesso del castello e il reggimento delle nostre città di Spoleto e Fuligno, della loro contea e distretto, alla nostra diletta figlia in Cristo, donna Lucrezia di Borgia, duchessa di Bisceglie, per il maggior bene di questi luoghi. Fidando nella particolare intelligenza, fedeltà e rettitudine della sullodata duchessa, come in altri Brevi abbiamo dichiarato, ed anche facendo appello alla vostra abituale obbedienza a Noi ed alla Santa Sede, speriamo che riceviate la vostra nuova duchessa reggente con gli onori e la riverenza che vi impone la vostra deferenza verso di Noi. Desideriamo dunque che degnissimamente la riceviate, e che, per conservare il nostro favore e per evitare la nostra disgrazia, voi ubbidiate alla duchessa reggente Lucrezia Borgia, in generale e in particolare, per tutti quei diritti e quelle consuetudini concernenti il suo governo, e per tutti quei comandi che ad essa piacerà di darvi, come alla nostra medesima persona, con tutto lo zelo e la diligenza, per darci novella prova della vostra fedeltà ed obbedienza. A Roma, in S. Pietro, segnato coll'anello del Pescatore, 8 agosto 1499—Adriano (Secretario)».[19]
La vita di Spoleto a Lucrezia Borgia, improvvisamente chiamata a succedere agli antichi duchi longobardi, dovè certo sembrare noiosa e intollerabile. Non rimane nulla del suo governo, se non la riconciliazione avvenuta fra le due comunità di Spoleto e di Terni. Nell'archivio municipale di Trevi esiste ancora un documento sottoscritto di sua mano con questa formula: «Placet ut supra Lucrezia de Borgia». Questa donna rimase a Spoleto breve tempo. Il 21 settembre visitò a Nepi suo padre, e nel mese di ottobre tornò a Roma. Pochi mesi dopo, nel luglio 1500, le morì lo sposo Alfonso di Aragona, duca di Bisceglie, che Cesare Borgia fece prima pugnalare sulla scala vaticana, poi strangolare nel suo palazzo.
A Spoleto rimasero alcuni suoi impiegati: Antonio degli Umioli di Gualdo, dottore in diritto, e il suo segretario Cristoforo Piccinino. Il 10 agosto 1500 Alessandro VI affidava il governo della città a Ludovico Borgia arcivescovo di Valenza.
Per recarsi da Spoleto a Foligno, bisogna attraversare la famosa valle del Clitunno, dov'è il piccolo e grazioso tempio di questo dio fluviale, tempio che non ha però più nulla a che vedere con quello descritto da Plinio; sorge vicino alla stazione postale detta Le Vene, presso la sorgente di una fonte più pura del cristallo.
Intorno la campagna è ridente, con lo sfondo incantevole delle montagne umbre. Percorrendo, come ho fatto, questi dominî che appartennero ai papi, bisogna convenire che era il loro un ben prezioso Stato, di cui la corona nessun re avrebbe sdegnato. Se si sono viste con i propri occhi queste campagne e queste antiche città, si capisce che sarebbe stato necessario un sovrumano disinteresse per rinunciare a questo antico possesso ereditario. Ma nulla può contrastare ed opporsi alla forza del tempo.
Foligno ha il doppio degli abitanti di Spoleto, ed è città assai industriale: vi sono fabbriche di carta, di candele di cera e di confetti; i migliori d'Italia, almeno così dicono. Giace in una pianura che è il punto d'incrocio ed il centro delle ferrovie umbre e romane, il che non è senza importanza per l'avvenire della città.
In essa tutto è più o meno moderno; vi ho però trovato alcuni palazzi dello stile del Bramante. La cattedrale può dirsi moderna in seguito ai molti restauri; solo la facciata conserva il suo stile gotico, ed ha un antico portale. Altre chiese sono notevoli per i loro quadri; così San Nicolò, possiede un capolavoro della scuola di Foligno, un quadro di Nicolò Alunno, maestro del Perugino.