Da Foligno si va in breve tempo a Trevi ed a Spello, che è situata sopra un'altura. Queste città sono caratteristiche e medioevali; le loro nere mura turrite e le antiche porte conservano i segni di un lontano passato. Presso Spello si vedono ancora molte case in rovina, come furono ridotte dallo spaventevole terremoto del 1831. Ciò non è per vero una prova dell'attività di questa popolazione. Così ci si avvicina alla valle del Tevere, che scorre qui fra i colli di Perugia e di Assisi. Sotto Bastia lo si passa, ancora piccolo ed esiguo. Intorno la campagna appare fertile e ben coltivata, specialmente a granturco e a viti.

Passai dinanzi ad Assisi senza entrarvi, perchè pensavo di recarmivi comodamente da Perugia. La patria di San Francesco sorge solennemente su un'altura a terrazze, con le molte antichissime torri e le massiccie mura della chiesa del santo. Due miglia circa al di sotto si vede la grande chiesa di Santa Maria degli Angeli. Fu costruita nel secolo XVI sulla cappella di San Francesco, e abbattuta poi dal terremoto. Gregorio XVI la fece riedificare dall'architetto Poletti.[20] È una copia del San Pietro di Roma, in proporzioni gigantesche. Quale strano contrasto fra la città medioevale e questo edificio moderno che non porta più nemmeno traccia di slancio religioso e mistico! Visitandolo, la prima cosa a cui vien fatto di pensare è il prezzo che questo tempio deve essere costato.

Si può dire soltanto a sua lode che è assai ben situato. Nel centro esiste intatto il santuario di San Francesco: una piccola cappella gotica, che stona vivamente con ciò che la circonda. Fu edificata in questo luogo in memoria dell'apparizione delle rose che avrebbe suggerito al santo, mentre pregava devotamente, di fondare il famoso ordine. Tavole votive e doni sono appesi nell'oscuro oratorio, costellato qua e là di ceri, alla luce scialba dei quali si scorgono fedeli che pregano inginocchiati. Questa cappella è il santuario dell'Umbria. I due lati esterni sono ornati di affreschi: uno è opera di Overbeck, e, a quel che si dice, è la migliore sua composizione; l'altro, molto restaurato, è un bel quadro della scuola del Perugino, forse dello Spagna. I due quadri sono fra loro nello stesso rapporto in cui una chiesa nuova sta con una chiesa antica, o come un santo moderno sta ad uno antico, o almeno come un pittore di santi moderno ad uno antico. Ogni tempo ha la sua fisonomia, e i fiori artificiali non hanno nè profumo, nè anima. Il pittore più felice, anzi più grande, non potrebbe oggi comporre un'opera che esercitasse su di noi il fascino che esercita un Perugino, uno Spagna, un Pinturicchio.

Nel convento di Santa Maria vivono 90 francescani. La rivoluzione, come mi assicurò un monaco, non ha toccato nessuno dei chiostri di Assisi. Nondimeno questi mi apparve triste e depresso. Quanto si è detto sulle soppressioni dei monasteri dell'Umbria è inesatto. Dovunque io mi sono fermato, ho veduto monaci. L'Italia non se ne libererà mai, mai potrà bandirli del tutto dalle sue terre. Essi appartengono alla terra come i suoi fiori e i suoi animali. I cappuccini, gli zoccolanti, i benedettini, gli scolopî ed i varî altri ordini, non sono stati affatto soppressi, benchè monasteri di altri ordini siano stati chiusi per la legge Siccardi. I possedimenti della Chiesa, estesissimi nell'Umbria, sono stati sequestrati e non venduti. È però indiscutibile che qua e là si è proceduto in modo un po' troppo sommario.

Alta, su i suoi molti colli, che si levano dal fiume sottostante, di aspetto vetusto e analogo a quello di Palestrina, Perugia si mostra allo sguardo del visitatore. Appena entrati in questa città, si sente la sua imponenza, come città essenzialmente medioevale, ricca di caratteristici ricordi municipali. Città principale della regione, prospera, lieta, museo dell'arte umbra, vecchio centro di scienze e lettere, essa fu la gemma più bella del diadema pontificio, e perciò fu trattata con indulgenza e considerazione. Fin dall'epoca bizantina Perugia fu, almeno di nome, possesso della Chiesa, eppure per secoli interi si sottrasse, come altre città, al dominio di quella, e primeggiò fra le repubbliche vicine. Governata a volta a volta dai popolari (Raspanti) e dai nobili (Beccarini), ondeggiante fra guelfi e ghibellini, divenne, per queste lotte e fazioni, residenza di molti papi, mentre davano opera alla propria istallazione sulla sede di San Pietro. Il famoso papa Innocenzo III vi morì nel 1216 e vi fu seppellito sotto la stessa volta che accolse Martino IV, il quale morì per aver mangiato a cena, un sabato santo, troppe anguille del lago Trasimeno. Anche Innocenzo IV risiedette in Perugia. Vi morì pure l'infelice Benedetto XI, l'ultimo dei papi che regnarono prima dell'esilio di Avignone.

Durante il secolo XIV questa repubblica municipale fiorì straordinariamente; tutta l'Umbria le fu soggetta; nel 1370 però dovette sottomettersi nuovamente al papa. Cinque anni dopo i cittadini si ribellarono e demolirono la fortezza papale, ma alla fine di quel secolo furono ancora una volta assoggettati; non per questo cessarono le lotte intestine. Le famiglie degli Oddi e dei Baglioni, specialmente quest'ultima, ebbero una parte importante in questi rivolgimenti. Il noto Braccio Fortebraccio, che nel 1416 si fece signore della città, nacque a Perugia. Finalmente: Giulio II sottomise Paolo Baglioni, che fu poi giustiziato da Leone X in Castel Sant'Angelo a Roma. Paolo III annientò l'ultimo resto dell'indipendenza di Perugia, e d'allora in poi la repubblica fu retta da cardinali legati, che risiedevano nel nobile e antico palazzo del Comune.

Perugia ha, più di molte altre città italiane, mantenuto il suo carattere medioevale; non si trova qui quella frivolezza moderna che ha ormai invaso le città; ma v'è comune quella cortesia di modi, seria e solida, che data dal tempo dei conflitti cittadini fra la nobiltà e la borghesia. Oggi i nomi dei Braccio e dei Baglioni, dei capi-partito e dei tiranni, sono eclissati da quelli degli artisti e degli artefici. Il Perugino è lo splendore, il vanto più bello della città. A Perugia è stato completamente compreso il valore e la grandezza di quell'ingegno, che servì di base al genio di Raffaello. Ma non voglio portare nottole ad Atene, dilungandomi sull'opera di questi grandi artisti.

Perugia si divide in città alta e città bassa, collegate da strade, scale e da ponti in mattoni, dai quali si gode la mirabile vista della città e della campagna. La città alta è la vera ed antica Perugia, ed è anche la parte più bella: il pittoresco Corso, coi suoi palazzi del secolo XV ed anche del XVI, è un vero monumento della grandezza repubblicana. Le loro facciate, romanico-gotiche, si completano l'una l'altra in modo sorprendente, e sono documenti storici; si potrebbe anzi dire che ci presentano proprio i lineamenti della città, il suo volto medesimo. V'è anche il grandioso palazzo comunale, che rimonta al 1281, cupo e severo, vasto ed oscuro, di architettura moresca alle finestre e ai portali, decorato degli stemmi dei principi e delle città alleate. Ai piedi del grifone, emblema di Perugia, sono appese le catene della porta di Siena, rapite dai Perugini.

La piazza del Duomo, verso la quale è volto un lato del palazzo comunale, è ornata anche dalla grande fontana di Giovanni Pisano, e dalla statua in bronzo di Giulio III. Non dico nulla del Duomo, nè di molte altre chiese, come S. Domenico, nella quale è la tomba di Benedetto XI, Sant'Agostino e San Francesco, perchè di esse si è parlato infinite volte; e infinite volte son stati descritti i tesori conservati nei grandi palazzi privati: Conestabili, Donini, Baglioni, Bracceschi e Baldeschi, Monaldi, Penna e Cenci.

Non lungi dal Corso sorgeva la fortezza pontificia, opera di Paolo III Farnese e del suo terribile nipote Pier Luigi che straziò infamemente la città. Questo sinistro edificio fu costruito sul luogo dove sorgeva un tempo il grande palazzo Baglioni. Nel 1848 fu smantellato a furia di popolo, ed ora non resta più, per ricordarlo, che un mucchio di pietre; quel luogo fu anche teatro delle ultime lotte contro Schmidt, comandante degli svizzeri pontifici.