Le rovine di questo castello hanno un aspetto melanconico; io vi trovai una folla di persone, specialmente di giovanotti, che vi passeggiavano con evidente soddisfazione, e contemplavano con interesse i resti della loro piccola Bastiglia, mentre si intrattenevano con le narrazioni dell'ultimo assalto subíto da essa e della capitolazione alle milizie del generale Fanti.
La vecchia fortezza non ebbe mai, del resto, un importanza strategica. Fu soltanto destinata a tenere in freno i cittadini.[21] Le truppe piemontesi poterono avvicinarvisi da ogni lato e impadronirsene senza ostacoli, nè resistenza da parte della sua guarnigione. Non si sa bene che cosa si erigerà su queste rovine; un grande edificio vi farebbe certo bella figura.[22] La posizione è ottima; la vista incantevole, scorgendosi la valle del Tevere e la fila dei verdi colli. La piazza dinanzi agli avanzi della fortezza è già stata chiamata Vittorio Emanuele, in memoria, come dice una lapide, del 14 marzo, giorno in cui il Parlamento nazionale lo proclamò re d'Italia.
Una strada conduce dal castello alla parte inferiore della città. Già da lungo tempo gli spalti sono stati adibiti come luogo di passeggio. Ma questo genere di passeggio è spesso malagevole, perchè troppo ripido. Vidi con piacere i viali di castagni tedeschi, che la siccità aveva del tutto spogliati di foglie; solo qua e là presentavano alcuni ciuffi di fiori secchi sui rami. La vegetazione è a Perugia più tarda che nella valle sottostante; prima della venuta dell'inverno questa città si ammanta di neve.
E' sempre consigliabile per un forestiero visitare il passeggio di una città che ancora non conosce. Talora nei giorni di festa ci si trova la parte migliore della cittadinanza. Ma sotto questo rispetto io non posso dire molto bene di Perugia. Anche nei più bei pomeriggi la sua passeggiata mi apparve poco frequentata; le signore uscite a spasso coi mariti erano poche; in grande quantità invece le cocottes, che si aggiravano fra i viali, sfacciatamente, con un velo in testa. E' deplorevole che la rivoluzione del 1859 abbia fatto perdere a molte città italiane il decoro che le distingueva prima di quell'epoca; almeno così sembra: le città dell'antico Stato pontificio sono ora in preda alla più sfrenata licenza. Io non ricordo di aver veduto mai in altro luogo una così sfrontata mostra di ragazze quale vidi in Perugia, dove, di pieno giorno, nella strada principale, nel Corso, dei giovani non si peritavano d'intrattenersi liberamente con queste femmine. E' incredibile lo strabocchevole numero di fotografie oscene che è sparso per l'Italia, e che proviene dall'industria francese. E' altamente encomiabile la proibizione fatta in Roma per mezzo di un editto, della vendita di simili imagini. Si dovrebbe fare in ogni città la stessa cosa. Nulla corrompe tanto la pubblica moralità quanto questa licenza.
Tutto sommato, Perugia è una città priva quasi di vita. Di truppe regolari ne vidi ben poche; la guardia nazionale ha occupato tutti i posti. Le truppe volontarie, da poco arrivate, saranno, mi si è detto, incorporate nell'esercito regolare. Il loro capo, Masi, ora colonnello, fu in origine segretario di un principe Bonaparte, passò molti anni in America, dove tentò invano molte speculazioni. Nel '59 passò i confini della Toscana come capo di bande volontarie e si distinse a Montefiascone. In lui si è veramente conservato il carattere dei condottieri del medio evo.
Gl'italiani odiano il servizio militare regolare, per lo spirito indipendente del loro carattere, insofferente di ogni giogo. Vidi l'esercito di Francesco II di Napoli nel 1859, mentre si dirigeva su Aquila: appariva bene armato e ben organizzato; ma dinanzi ai volontari di Garibaldi si disperse. Ora quelle truppe disciolte si sono raccolte qua e là, sotto il comando di briganti e di avventurieri, come Chiavone, Crocco, Ninco-Nanco e Cipriani, per battersi valorosamente come briganti e come tali farsi ammazzare. Un metodo di lotta così romantico è conforme all'indole meridionale. Alle bande di Masi (composte anche di cavalleria) si uniscono sempre molti volontari, anche di Roma, fuggiti spesso ancora adolescenti dalle loro case, per servire a Perugia o a Spoleto. Nei caffè si vedono giovani ufficiali in gruppi vivaci, pieni d'entusiasmo e di patriottismo. In generale ognuno sembrava qui, come del resto in tutta l'Umbria, pieno di speranza, quantunque non si dissimulasse le difficoltà della situazione. Un nucleo di reazionari è rimasto nella regione, composto specialmente di antichi impiegati,[23] i quali sono stati lasciati quanto più era possibile nei loro uffici. La nobiltà umbra, specialmente la perugina e quella che appartiene all'antico patriziato, è rimasta in gran parte fedele all'antico regime, temendo di venir soverchiata dalla democrazia, ed anche perchè tutti i suoi interessi son legati alla Santa Sede. Essa si tiene appartata nei suoi possessi o nei suoi palazzi cittadini. La nobiltà inferiore al contrario si è unita volentieri al movimento, e così pure il basso clero.
Perugia non possiede meno di 36 fra monasteri e conventi, alcuni dei quali, quelli dei domenicani per esempio, sono chiusi; i monaci si sono prudentemente e astutamente ritirati nel territorio romano. I preti dell'alto clero sono contrari al movimento, ma si comportano con prudenza. Tutto l'episcopato umbro sta, come un sol uomo, col pontefice, e questa fermezza del clero in tutta l'Italia, salvo poche eccezioni, ha qualche cosa d'imponente e di bello. I vescovi, con le loro lettere pastorali, si sono opposti alle disposizioni del commissario dell'Umbria, in quanto quelle disposizioni concernevano i conventi, i possessi della Chiesa, l'abolizione del Foro ecclesiastico e della sorveglianza del clero sulle scuole. Questo commissario, di nome Gualterio, non ha dato nessuna importanza alle proteste, e continua imperturbabilmente l'opera sua. La stampa è libera. Nella papale Perugia ora si vende liberamente la Bibbia del Diodati, come a Firenze, e presso i librai si trovano esposte al pubblico vivacissime invettive contro il papato. La Gazzetta dell'Umbria e l'ebdomadaria Roma e l'Italia, ambedue di Perugia, contengono di continuo articoli roventi contro i preti della regione e contro i cardinali di Roma. Così l'antico regime, costretto a limitarsi ad una opposizione del tutto passiva, è soverchiato dalla potenza del nuovo.
L'università, un tempo sotto la protezione dei papi, segnalatasi sempre per valenti insegnanti, è teatro degli stessi antagonismi. Molti professori, membri della nobiltà umbra, son reazionarî; la parte giovanile invece si è gettata a capo fitto nella rivoluzione. Il ristagno negli studi è sensibilissimo, e la gioventù sempre più diserta le lezioni per prendere le armi. Naturalmente di questi perturbamenti ne risente soprattutto il mondo letterario, a cui la pace e la concentrazione sono necessarie. Niente accenna che questo stato di cose debba cessare. Perugia, come è stato detto ridendo, dovrebbe divenire la capitale d'Italia: così almeno proporrebbero seriamente alcuni cittadini, fondando i loro desiderî sul fatto che la città è il punto più centrale della penisola e per molti rispetti meritevole di tale onore.
Lo scopo del mio soggiorno in Perugia era un'accurata indagine negli archivi della città e specialmente nell'archivio dei Decemviri, al palazzo pubblico, che doveva servirmi per la storia medioevale di Roma. Ora tutti gli archivi dei conventi soppressi sono riuniti in quello municipale. Ne sono stati soppressi 22, ad eccezione di quelli dei frati questuanti e dei benedettini di San Pietro. Gli stessi conventi furono già una volta soppressi nel 1810, e molti documenti andarono perduti in quel tempo. Un professore dell'università, Adamo Rossi, mi condusse nel chiostro dei Serviti di Santa Maria Nuova, dove in più stanze sono stati raccolti gli archivi della città. Qui vidi mucchi di pergamene sovrapposte o sparse sul pavimento, alla rinfusa, spettacolo melanconico, come di un tesoro troppo grande e troppo pesante per poter essere sollevato e riordinato. Noi vi penetrammo infatti come veri ricercatori di tesori, e sollevammo nubi di polvere nel rovistarli, ma non scoprimmo un sol documento di qualche interesse: tutti avevano un'importanza strettamente locale.