L'abbandono di questo convento è incredibile; ne' suoi cortili solitari cresce l'erba; i ragni tessono le loro tele nelle sale e nei lunghi corridoi; talora un monaco muto e spettrale si aggira in quella solitudine come un fantasma del passato. Vi si sente l'odore di un'epoca tramontata per sempre.
Nel famoso e vetusto convento di San Pietro, dove vivono ancora otto monaci, abitò per due anni Gregorio IX, il grande avversario di Federico II. Conta 900 anni di vita; la sua chiesa, una bella basilica, con antiche colonne di granito, è ritenuta come la gemma più preziosa della città, ed è un vero museo della pittura umbra. Contiene splendidi quadri del Perugino, di Orazio Alfani, del Doni, dello Spagna e di altri maestri, e preziosissime copie delle opere del Perugino e di Raffaello, eseguite dal Sassoferrato. I benedettini di questo convento non si lagnavano della loro sorte; essi sembravano anzi rassegnati. Il degno abate si mostrava favorevole all'unità d'Italia, solo sperava che Roma fosse conservata al papa. Io mi accorsi che avrebbe voluto dire qualche altra cosa che non disse. A quest'abbazia è stato concesso il privilegio di rimanere intatta, come quella metropolitana di Montecassino, fino alla morte dell'ultimo monaco. Questi frati hanno ora istituito una scuola di agricoltura per cinquanta alunni.
Un giovane benedettino mi condusse nell'archivio del convento, che conserva diplomi imperiali di Enrico III, di Corrado III e di Barbarossa, e molte Bolle papali. Formava il suo vanto principale il più antico documento che Perugia possegga; il privilegio di Benedetto VII, del 978, fondatore e primo abate del convento. Quando gli svizzeri pontificî, sotto il comando dello Schmidt, nel 1859 assaltarono Perugia, fecero un'irruzione nell'abbazia e la devastarono. Gettarono all'aria i diplomi (così mi fu detto) lacerarono i sigilli delle Bolle e distrussero anche alcuni preziosi documenti. Di quello di Benedetto VII ne fu salvato un frammento, che fu poi messo sotto un cristallo alla parete dell'archivio. Un monaco ha composto sul fatto un epigramma latino, che tramanda ai posteri i misfatti del Furor Helveticus.
Io continuai il mio viaggio attraverso l'Umbria con lo scopo di far sempre nuove indagini negli archivi delle varie città, dove fui sempre ricevuto assai cortesemente, grazie alle lettere che mi aveva dato il ministro dell'istruzione, Michele Amari. Nessun altro luogo del mio viaggio mi ha lasciato un'impressione gradevole quanto la città di Todi.
Questa antichissima città umbra, in origine Tuder o Tudertum, sorge sopra un colle ridente, presso la valle del Tevere, fra vigne e olivi. Lontana dalle grandi vie di comunicazione, appare come assopita nei sogni del suo passato, in una placida tranquillità che però non è morte.
Era già notte quando, giunto con la diligenza ai piedi della collina di Todi, mi feci condurre alle porte della città per cercare una locanda. Il mio ingresso fu assai triste e melanconico; le strade strette ed oscure e la solitaria locanda alla quale fui condotto, non mi presagivan nulla di buono. Ma dovetti ricredermi la mattina seguente, quando il sole dissipò la tristezza del luogo.
In pieno giorno Todi mi apparve come una simpatica cittadina, incantevolmente situata, conservante quel carattere nettamente medioevale che ora così poche città possono vantare. Circondata di vetuste mura, in parte ancora di costruzione etrusca, questa città copre il colle su cui giace in modo da conservare alle piazze una livellazione sorprendente, a dispetto della ripidità del monte. Vecchi palazzi, brune torri medioevali, pittoreschi edifici gotici, chiese e conventi, sono sormontati dal grandioso duomo.
Sulla piazza principale sorgono gli edifici pubblici, i monumenti del tempo in cui Todi era una repubblica libera, arbitra di guerre e di alleanze, come Terni, Spoleto, ed altre città. Nel secolo XIII, il suo periodo aureo, essa era in grado di mettere in campo mille cavalieri armati; e mentre ora non conta che 4000 abitanti, ne contava allora 30,000. La sua costituzione guelfa era profondamente democratica; il governo era nelle mani delle corporazioni artigiane, che avevano una rappresentanza al Consiglio. Un potestà e un capitano del popolo, i quali stavano in carica un solo anno e dovevano essere stranieri, governavano questo Stato libero e rendevano giustizia. Si trovano nella loro lista molti nomi romani, delle maggiori famiglie del XIII secolo: Colonna, Orsini, Frangipani, Annibaldi, Cenci, Caetani, Savelli, Malabranca, e altri.
I monumenti più notevoli di questa storica repubblica sono oggi il palazzo comunale e il palazzo del governatore, ambedue sulla piazza principale. Il primo è un grande edificio in stile gotico-romanico, di belle proporzioni, con una splendida scala esterna in pietra. L'altro ha un'alta torre, ed è coronato su tutta la fronte da merli, ugualmente di architettura pseudogotica, con una potente torre. In faccia a questi è la cattedrale pure di architettura pseudo-gotica con un'alta torre, l'interno ha tre navate, la principale delle quali mostra ancora la volta gotica primitiva dell'XI e XII secolo; una quarta navata minore è stata aggiunta in tempi posteriori. Dopo il duomo, la chiesa più notevole di Todi è San Fortunato, grandioso edificio gotico del secolo XIII. San Fortunato è il patrono della città, e la sua chiesa è pittoresca, severa e solenne.
Durante il mio soggiorno in Todi passai gran tempo a San Fortunato, dove si trovano gli archivi della città. Ottenuto dal sindaco il permesso di frequentare l'archivio, l'archivista, Angelo Angelini, mi condusse in una stanza posta sotto la chiesa, presso la sacrestia. Rimosso un vecchio inginocchiatoio, ci apparve la porta che metteva direttamente nell'archivio. In esso, ammonticchiate contro la parete, stavano innumerevoli pergamene, quasi tutte in uno stato compassionevole, e in mezzo alla stanza, sopra una tavola, altre pergamene, gettate alla rinfusa, coperte di un denso strato di polvere, le quali facevano parte un tempo della biblioteca del cardinal vescovo di Albano, Bentivegna d'Acqua Sparta. Di quest'uomo fa menzione una volta Dante nel suo poema. Morì nel 1289.