La biblioteca si riduce a questo solo archivio; io vi lavorai per molte ore. Dapprima ero sorvegliato da un valletto del Comune; poi, avendo io voluto vedere in ciò un segno di sfiducia, me ne fu affidata senz'altro la chiave, con facoltà di andare e venire a mio piacere.
Allora si sparse per Todi la voce che uno straniero faceva grandi ricerche nell'archivio della città; in seguito a questa voce, mi vidi comparire dinanzi il presidente della corporazione dei sarti, con un fascio di fogli sotto il braccio, con gli statuti cioè della sua corporazione. Era un giovane correttamente vestito, dall'aspetto intelligente. «Io vengo—mi disse—a chiedere il vostro parere, trovandosi la corporazione in un grande frangente».
A queste parole repressi a stento un sorriso, pensando che cosa avessi fatto di grande nel mondo, perchè a me, uno straniero della Prussia orientale, si venisse a chiedere un parere per una corporazione di sarti dell'Umbria! Assunsi però un atteggiamento grave e solenne, come un savio greco.
Egli proseguì, lamentandosi del governo italiano che aveva osato porre la mano su tutti i beni delle opere pie e su certe rendite della loro corporazione. Evidentemente il governo aveva considerato l'ars sartorum della città come una confraternita o associazione a scopo religioso. Essa possedeva ab antiquo l'ospedale di San Giacomo.
Le rendite di questo, 360 scudi all'anno, erano state reclamate e sequestrate dal governo, contro un derisorio compenso. Il presidente della corporazione con grande facilità mi disse che la rivoluzione del 60 era stata fatta principalmente dagli operai, e che egli stesso aveva in quell'epoca preso le armi ed aveva con le truppe marciato contro Orvieto. E questa era la ricompensa!
Il governo stesso aveva raccolto quelle rendite, ed aveva con esse impinguato la cassa ecclesiastica! Il giovane presidente aveva mandato alla prefettura di Perugia i documenti atti a comprovare i loro diritti, ma questi documenti non erano stati presi in considerazione. Ora, siccome queste pergamene erano indecifrabili e in Todi nessuno aveva potuto ricavarne nulla, mi pregava di esaminarle e di dirgli poi se da esse si potevano o no rilevare i diritti della corporazione così bistrattata.
Io gli dissi di tornare il giorno seguente. Egli venne e si lasciò persuadere che quei documenti non erano che strumenti notarili e che non avevano per la corporazione che un valore di antichità: mi confessò di averlo già sospettato.
Del resto, questa corporazione dei sarti di Todi è una florida e bella istituzione medioevale, che conta già più secoli di esistenza.
Essa ha ancora un capo, console, e dodici consiglieri, fratelli. I suoi statuti sono chiaramente esposti in un volume in pergamena di sessanta fogli: datano dal 1308, ma nel 1492 furono tradotti dall'originale latino in italiano.
Trascrivo il principio di questo documento: