«El prohemio della matricola de sartori: capitolo I.

«Nel nome del Nro signor Iesu Xto et della beatissima sempre vergine Maria sua madre: et del beato sancto Michele Arcangelo, et del b. sancto Ioanni Baptista et Ioanni Evangelista, et de beati apostoli S. Pietro et S. Paolo: et de beati confessori sancto Fortunato, sancto Calisto et S. Cassiano; et de tutti i sancti et sancte della corte celestiale. Questi sono i ordinamenti et statuti iscritti dell'arte de sarturi et cinaturi della città et contado de Todi: facte et ordinate per glomini della decta arte; nel tempo dello officio de consoli, cioè delli sapienti homini Iacobuccio Dondreelle; del rione de sancta presedia, et de Cechole de Manello; del rione della valle; iscripti per me ser Francesco de maestro Iacomo publico notario della detta arte; nel tempo et negl anni del signore nell mille trecento otto: nella indictione sexta: nel tempo del pontificato del nro signore Benedecto papa duodecimo: et addì venti dua de novembre».

In Todi conobbi molte gentili persone che in ogni modo mi favorirono, fra cui Alessandro Natali, già libraio in Roma e cittadino di quella città, ora editore della «Storia di Todi» del Leoni, e della «Vita di Bartolomeo d'Alviano», famoso capitano nato a Todi al principio del secolo XVI. Questo Natali è rettore economo di Monte Cristo già monastero, ora ospizio dei trovatelli. Mi condusse in questo ospizio, che ricovera 98 fanciulli. Anche là visitai l'archivio, dove vidi molte pergamene, che riguardavano il luogo stesso, destinato una volta come ricovero pei lebbrosi.

Mi mostrò anche il convento dei Cappuccini a Monte Santo, posto su una collina, presso la città. La sua piccola chiesa possiede sull'altare maggiore un pregevole quadro dello Spagna,[24] dello stesso soggetto del quadro di Narni: l'incoronazione, cioè, della Vergine. Ambedue queste tele sono autentiche e originali. Il priore ci offrì del caffè, e mi chiese di Witte, la cui fama di dantista è giunta fino in questa solitaria cittadina. Mi fu anche mostrato un manoscritto di Fra Jacopone, di questo profondo mistico dell'ordine di Celestino, nemico animoso di Bonifacio VIII. Morì a Colazzone nel 1304, ma è sepolto a S. Fortunato. Si attribuiscono a lui le parole dello Stabat Mater, e forse non a torto. A Monte Santo trovai un monaco intento a copiare un codice che fra le altre poesie di Fra Jacopone, conteneva anche lo Stabat Mater. Però vi sono manoscritti più antichi delle poesie di questo francescano, a Venezia e a Firenze; quelli di Todi non possono rimontare oltre il XV secolo.

Tutti coloro coi quali feci relazione in Todi, mi parvero soddisfatti della loro tranquilla ed angusta residenza; al lume di luna, la sera, le signore si recano alla passeggiata sotto l'antica rocca, ora caduta in rovina. Da questa si arriva alla chiesa della Consolazione, edificata su disegni del Bramante. Non v'è in Todi una grande nobiltà feudale: le antiche famiglie son quasi tutte scomparse. Fra queste nel medio evo erano considerevoli gli Acti o Atti, gli Oddi, i Fredi, i Bentivenga, i Caracci, i Pontani, i Landi, i Corradi, gli Astancalli.

Molti palazzi ricordano ancora queste famiglie, ma sono abitati da altre o da discendenti impoveriti. Oggi che tutto è fatto per servire ai bisogni del momento, noi dovremmo sentire vergogna dinanzi a questi palazzi edificati per sfidare i secoli, palazzi che troviamo fin nelle minori città! Questo dicevo ad un tal Pierozzi di Todi, dottore in diritto e autore di commedie in versi. Oh quanti autori drammatici invidierebbero questo solitario cittadino di Todi che, nel palazzo ereditato dai padri, gode una serena e vera felicità!

A Roma mi avevano consigliato di spingermi fino ad Aspra, sui monti della Sabina, dove è un importante archivio municipale ed una superba selva. Quando fui di ritorno a Terni, risolsi di andarvi, tanto più che una buona strada da Terni conduce nelle vicinanze di quel castello. V'era però un inconveniente di qualche importanza: in Aspra non vi sono alberghi. Un abitante di Terni si occupò di trovarmi un alloggio, scrivendo in precedenza una lettera ad un suo conoscente. Noleggiai una carrozza e partii da Terni alle 4 del mattino del primo agosto. Si attraversa una regione montuosa da settentrione a mezzogiorno, su una buona strada, cosparsa di poche e piccole abitazioni e ricca invece di bei boschi di quercie. Le montagne si aprono e si allontanano a Torri, antico castello che nel secolo X appartenne alla famiglia romana dei Crescenzi, potentissima nella Sabina. Nera e pittoresca, sorge su di un colle, da dove si gode la vista del monte Soratte, della Campagna romana, dei monti della Sabina, degli Appennini, e a sinistra di un profondo scoscendimento, dominato da una rupe, sulla quale si leva un oscuro gruppo di case, circondato da mura nere e coronato di torri. Questa è Aspra, la Casperia dei Romani, vero nido di aquile, inaccessibile ed inattaccabile.

Era mezzodì, ma l'aria era lassù ancora fresca e leggiera. Dopo i molti e lenti giri che la strada fa nella valle profonda, cominciammo alfine a salire la montagna faticosamente, e giungemmo dinanzi alle mura. Qui il cocchiere si arrestò, e mi spiegò che il paese non aveva strade praticabili. Scesi allora e mi avviai verso la porta. Qual luogo spaventosamente solitario e selvaggio! Strettissime e oscure vie fra case ammonticchiate e soffocantesi a vicenda, o piuttosto che vie, letti di torrenti montani: ecco Aspra.

Era domenica. Il popolo di Aspra, vestito di giacchette grigio-azzurre, secondo il costume sabino, giocava a palla dinanzi alle case. Tutti mi guardarono con grande stupore. Mi feci condurre al Municipio, dove giunsi dopo un faticoso saliscendi. Il sindaco di Aspra, vestito con la giacchetta da operaio, mi disse che aveva ricevuto lettere che mi concernevano da Terni e da Perugia, ma che io non potevo quel giorno visitare l'archivio, essendo festa, ed essendo il segretario occupato altrove. Aggiunse che avrei trovato alloggio dal calzolaio, che teneva una specie di locanda.

Fui condotto da questo signore in una casa d'aspetto miserabile, e mi fu mostrato un buco che veniva chiamato anche camera. Aveva una finestra rotta, che sbatacchiava alla brezza vivace, ma che lasciava però vedere un panorama d'indescrivibile e sublime solennità. Io mi gettai stanco su di uno sporco letto in un angolo della stanza, ma dovetti presto rialzarmi per le punture delle zanzare e di altre bestioline maligne. Il mio ospite mi pose presto dinanzi un pranzo, che io non toccai, e, disperato, dichiarai che non potevo rimanere in quel luogo. Mi affrettai a tornare dal sindaco, che mi accompagnò dal suo segretario. Uniti tutti e tre sotto un arco che congiungeva due strade, tenemmo consiglio. Finalmente quei nobili signori risolsero di aprirmi l'archivio, e di andare in cerca di un alloggio possibile in qualche buona famiglia; della prima cosa s'incaricò il segretario; della seconda il sindaco. Il segretario mi condusse dunque al Comune, un fabbricato massiccio ma non molto antico, e mi fece entrare in una stanzetta, nella quale si trovavano due armadii con le preziose memorie del Comune. Vi trovai molti documenti che concernevano il Senato romano medioevale, poichè Aspra formava in quel tempo una comunità indipendente, come altri paesi sabini dei dintorni, ma sotto la giurisdizione del Campidoglio, che vi mandava i suoi rettori, o podestà. Vi erano anche—strano a dirsi—dei documenti apocrifi del secolo X.