Al cader della notte il segretario tornò per dirmi che una delle migliori case del paese era pronta ad accogliermi. Mi condusse, infatti, in una casa d'aspetto decoroso. Una signora, giovane ed alta, mi ricevette, e mi disse che la sua casa si onorava di ospitare uno straniero. I suoi modi erano distinti e civili, come il suo abito. Mi accompagnò nella mia camera, facendomi traversare un deserto e tetro salone, dove poche settimane prima era caduto un fulmine; le finestre e il camino avevano sofferto, come la parete esterna che si era spaccata, e lasciava scorgere il cielo azzurro. Nulla era stato fatto per riparare in qualche modo a quello sconcio. Antiche armi familiari mostravano che la casa era stata un giorno fra le maggiori del paese.

L'aspetto poco confortante del salone mi rese curioso di vedere la camera. La signora ne aprì la porta: era abitabile ed aveva un buon letto romano. Comparve il fratello della signora, un bell'uomo, cacciatore accanito dei boschi sabini; indossava la divisa di capitano della guardia nazionale. Fui invitato in modo assai cortese a fare quello che più mi piaceva, in piena confidenza; ed io accettai le loro offerte, alla condizione che mi permettessero di fare i miei pasti presso l'ospite primitivo, al quale ero stato indirizzato da Terni, al che essi gentilmente acconsentirono. Passai in Aspra due piacevoli giornate, nonostante l'orribile impressione ricevuta sulle prime. Lavorai nel piccolo archivio dal mattino alle cinque della sera, ciò che suscitò in tutti una straordinaria meraviglia. Andavano e venivano intorno a me dei curiosi; mi salutavano amichevolmente, ma con stupore, non avendo visto da molti anni un forestiero. Io mostrai al segretario una preziosa pergamena del tribuno Cola di Rienzo, diretta alla comunità di Aspra. Mi pregò di fargliene una traduzione italiana, che gli dettai, e che fu posta come memoria nell'archivio. Nel pomeriggio mi recai con questo signore e col maestro del paese, un laico, al convento dei Cappuccini, dove si festeggiava una ricorrenza. Il convento è bello e solenne, sopra un monte coperto di quercie. Alcune donne stavano inginocchiate nella piccola chiesa, tutta avvolta nell'ombra. Sul portale erano altre persone, fra cui le donne del mio compagno, e alcune fanciulle, delle quali una di straordinaria bellezza, una creatura di sedici anni appena, nel fiore della sua primavera, ma grave e pensosa. Felice l'abitante di Aspra, che potrà accogliere quell'essere incantevole nella sua casa fumosa, battuta dalla folgore! Mi presentarono a quelle signore, fra le quali divisi dei fiori artificiali che avevo preso al monastero, e che furono assai graditi. Dove vidi mai io un panorama così superbamente bello, quale potei godere dall'alto del monte dei Cappuccini? Dinanzi a me il Soratte grandioso, e la valle del Tevere, i colli umbri, la Sabina, il Lazio, la Campagna romana: tutta questa regione immersa nella porpora del tramonto, pareva un'apparizione fantastica. Sui monti vicini regnava una maestosa solitudine, rotta da cupi castelli e da città. Verso occidente, lontano molte miglia, si scopriva una piccola altura, presso la quale un'altra ne sorgeva a forma di cupola: monte Mario e la cupola di S. Pietro. La sera di Pasqua anche il popolo di Aspra gode dell'illuminazione di questo monumento meraviglioso; esso lo scorge, all'estremo orizzonte, come una sfera di fuoco. Dal tetto del convento contammo ben 28 paesi, più o meno vicini, dei quali nominerò alcuni pochi, perchè si possa intendere la straordinaria ampiezza di quella veduta: il Soratte, Civita Castellana, Ronciglione, Caprarola, Collevecchio, Montasola, Stimigliano, Magliano, Roccantica, Poggio Sabino, La Fara, Poggio Mirteto, Montopoli, Torrita sul Tevere, che sembrava una striscia d'argento, Filacciano, Cantalupo, monte Gennaro, Tivoli, Palestrina, i monti Albani.

Quando tornammo ad Aspra, il sindaco stava sulla porta della sua casa, e ci invitò ad entrare. Il bravo uomo si chiamava Asprone; poteva perciò vantarsi di incarnare perfettamente la comunità, di cui si trovava a capo. Conobbi anche sua moglie, un'opulenta matrona. Dovetti, solo, sedermi sul canapè, mentre la moglie del sindaco mi serviva un piatto di ciambelle sabine. Quindi il sindaco, accesa una candela, discese in cantina, e tornò poco dopo recando un grosso bocale di terracotta colmo di vino. Bevemmo abbondantemente, ed io brindai alla prosperità di Aspra e del suo magistrato, la qual cosa commosse molto i miei ospiti. Parlarono con meraviglia della mia strana velleità di andare in un luogo così remoto e perduto fra i monti, per ricercare e leggere antiche pergamene. Mi pregarono di tornare presto, ma per molte settimane, per tutto l'autunno.

Quando lasciai il sindaco, il segretario mi pregò di fare anche a lui l'onore di una visita: evidentemente non voleva cederla in gentilezza al suo superiore. La sua giovane moglie mi ricevette nella sua modesta abitazione, con un bambino al petto, del tutto scoperto, e così rimase a sedere vicino a me per tutta la visita. Altro vino e altre ciambelle mi furono offerte. Più tardi presi congedo dai proprietari della casa che così ospitalmente mi aveva accolto; anche da loro ricevetti calorosi inviti di ritornare, ed una lettera per dei loro parenti romani. Quando la mattina dopo mi alzai, un lume ardeva ad una finestra della casa, ma nessuno si mostrò. Un asinello mi aspettava alla porta, ed io partii da Aspra lieto e soddisfatto di aver trovato nei cuori di quella popolazione l'incanto stesso della natura meravigliosa che li circondava. Attraversata una bella regione montuosa, giunsi a Passo Corese, dove presi la posta e feci ritorno a Roma.

NOTA.

Questo capitolo porta la data del 1861, ma quanto si riferisce alla gita nell'Umbria e nella Sabina è invece notato sotto l'annata 1864 nei Diari romani del Gregorovius, tradotti da Romeo Levera e pubblicati dall'Hoepli nel 1895, ai quali rimandiamo il lettore poichè completano la narrazione, avvertendo che negli stessi Diari poche note appena ci informano sulla fermata a Perugia e sul viaggio da Roma a Firenze nell'agosto 1861.


IL GHETTO
E GLI EBREI DI ROMA.
(1853).