Il Ghetto e gli ebrei di Roma.
(1853).

Ammassato in un cupo e triste angolo dell'Urbe, rimpetto al Trastevere, abita qui da più secoli, quasi reietto dal resto del genere umano, il popolo degli ebrei di Roma. Di essi tratteranno queste pagine, che l'autore ha ricavato parte da scritti antichi e moderni, parte dalla bocca degli stessi ebrei. Più volte chi scrive ha percorso il Ghetto romano, e la sua popolazione, unica antica rovina vivente fra le rovine della città, gli è sembrata degna di attento studio.

L'arco di Tito al Foro rappresenta il trionfo del distruttore di Gerusalemme. Nel fregio di quest'arco il sacro fiume Giordano è rappresentato da un vecchio portato su di una lettiga; e sotto la volta dell'arco, sotto il quale non passerà mai un ebreo,[25] il vincitore ha fatto scolpire gli oggetti tolti al Tempio di Gerusalemme, il candelabro a sette braccia, la tavola d'oro, l'arca dell'alleanza, e le trombe d'argento per l'anno del giubileo. Sono trascorsi quasi 1800 anni da che l'arco fu eretto, e di quella Roma che dominava il mondo intero non restano che rovine, polvere, simboli morti del culto antico. Ma se ci si dirige dall'Arco di Tito verso il Tevere e si percorre il Ghetto, si vede qua e là, su qualche casa, il candelabro a sette braccia scolpito nel muro. E' la stessa imagine che si è veduta sull'arco di trionfo; ma essa sta qui come testimonianza vivente della religione d'Israele, poichè ancor oggi abitano qui i discendenti di quegli ebrei che Tito portò seco a Roma. Entrando nella Sinagoga ebraica si scorgono sulle mura le stesse sculture, le tavole della legge, la tavola d'oro del Tempio, le trombe del giubileo. Il popolo ebreo tuttora esistente, e non distrutto, innalza oggi le sue preghiere all'antico Jehova, dinanzi alle stesse imagini che un giorno Tito portò a Roma. Jehova dura ancora, dopo scomparso Giove Capitolino.

Ivi è il portico di Ottavia. Rovinati e cadenti, i suoi grandi archi, i suoi pilastri si drizzano sempre a lato del Ghetto. E' di là che Vespasiano e Tito partirono col corteo trionfale per celebrare la loro vittoria su Israele. Fra gli spettatori eravi pure un ebreo, Giuseppe Flavio, il famoso storico, che non ebbe vergogna di assistere al trionfo del vincitore della sua gente e di scriverne una particolareggiata relazione.

Dobbiamo a questo vile cortigiano ebreo la descrizione del trionfo.

«Dopochè—egli narra—l'esercito verso sera fu entrato in città, venne ordinato sotto il comando de' suoi capi dinanzi al tempio d'Iside; ivi passarono la notte i due capitani Tito e Vespasiano, che sul fare del giorno ne uscirono, coronati di alloro e vestiti di porpora, per recarsi al portico di Ottavia, dove attesero i senatori, i primi magistrati della città e i cavalieri più nobili. Di fronte al portico era stato innalzato un palco, su cui stavano sedili d'avorio; i due imperatori vi presero posto e allora le truppe proruppero in evviva e presero a vantare le loro geste. I soldati erano senz'armi, vestiti di seta e coronati di alloro. Vespasiano dopo avere ascoltato gli applausi, fece fare silenzio, e, sorto in piedi, si velò il capo e pronunziò una preghiera di ringraziamento. Tito fece lo stesso. Dopo la preghiera Vespasiano rivolse alcune parole ai convenuti, e congedò i soldati, perchè si assidessero ad un banchetto, che, secondo l'uso, era stato preparato dagli imperatori. Quindi l'imperatore tornò alla porta detta del Trionfo, perchè vi si passava sempre in queste occasioni; quivi mangiarono, vestirono gli abiti trionfali, offrirono un sacrifizio agli altari eretti presso la porta; dopo di che ebbe luogo la marcia trionfale, che attraversò il teatro, affinchè il popolo la potesse meglio godere».

Augusto aveva fatto costruire in onore di sua sorella Ottavia quel magnifico portico a due file di colonne. Una parte della facciata esiste ancora ed è addossata al mercato del pesce, che confina col Ghetto, presso la chiesa di S. Angelo in Pescheria, ch'è un'antica basilica, la cui storia si riconnette con quella degli ebrei, perchè nel medio evo erano costretti ad ascoltarvi le prediche. E' veramente un caso senza esempio nella storia che presso quei portici di Ottavia, là dove Vespasiano e Tito passarono in trionfo, reduci dall'avere sconfitto gli ebrei e distrutta Gerusalemme, i discendenti d'Israele ponessero la loro sede in Roma. Intorno a quel portico, una volta magnifico ed ora sepolto sotto le immondizie, il popolo degli ebrei fa i suoi affari.