Sulle lastre di marmo delle sue sale e de' suoi templi, i figli dei prigionieri di Gerusalemme vendono oggi il pesce, senza che nessuno di essi pensi neppur lontanamente all'importanza che ebbe un giorno questo luogo nella storia d'Israele.
Il Ghetto romano è fra tutte le comunità israelitiche d'Europa la più importante, per i rapporti storici del popolo d'Israele con l'Urbe. Altre, soprattutto quelle della Spagna e del Portogallo, e la Sinagoga di Amsterdam, offrono un più vivo interesse, ma tutto teologico, a causa delle loro scuole talmudiche; nessuna però è tanto antica e tanto importante quanto la Sinagoga romana: questa rappresenta la più vetusta radice del cristianesimo nella capitale stessa del mondo cristiano.
Se si pensa che qui, in questa stessa Roma, il popolo ebraico si mantiene da oltre 1800 anni, non si può fare a meno di rimanere stupiti dinanzi alla sua forza di resistenza. Sembra quasi incredibile che una razza così maltrattata, benchè rinnovata per l'aggiunta di nuove famiglie, tuttavia quasi sempre della medesima stirpe decadente, abbia potuto sopravvivere, attraverso i secoli, in quegli stretti vicoli, in mezzo a quell'atmosfera appestata, conservandosi per secoli sempre la stessa, quasi vivendo una vita tutta propria.
Fin dal tempo di Pompeo gli ebrei si stabilirono in Roma. Cacciati parecchie volte dalla città sotto i primi imperatori, vi fecero sempre ritorno, ed ai tempi di Tito si stabilirono dove sono tuttora, nel luogo per essi il più pericoloso del mondo, sotto gli occhi dei loro nemici, prima, di quei Romani che avevano distrutta Gerusalemme, poi, sotto quelli dei Papi, rappresentanti di quel Cristo che essi avevano posto in croce. Fin dai tempi di Pompeo furono fatti segno al disprezzo, e finalmente, radunati in un ghetto come una corrotta tribù di paria, si tennero uniti strettamente rimanendo sempre gli stessi, per secoli e secoli e sopportando la terribile uniformità del loro stato.
Essi vissero senza speranza, ma pure sperando, secondo il carattere del popolo d'Israele, cui i profeti promisero il Messia. Impotenti a lottare apertamente con i loro nemici, si trincerarono nel triste e possente appoggio della miseria, della consuetudine e della tenacità di propositi tutta propria della razza ebraica. La loro forza nel soffrire appare tanto più meravigliosa in quanto che essi non si confortavano, come i martiri, nel pensiero di una ricompensa in un'altra vita.
La natura stessa sembra che abbia dotato questa fra le più infelici classi umane dei più forti istinti di vita. Forse qualunque altra stirpe in tali condizioni sarebbe scomparsa, incapace di sopportare un disprezzo così profondo; ma gli ebrei ne furono capaci, e si conservarono, indistruttibili, nel centro stesso del cattolicismo. Segregati dal consorzio civile, gli ebrei non tentarono mai di mescolarsi fra le altre razze; anche i loro tardi nipoti sono oggi stranieri ai cristiani della città, nè più nè meno di quello che lo furono i padri loro ai tempi di Pompeo. Allora e sotto gl'imperatori, sebbene tenuti in grande disprezzo, erano trattati al pari delle altre sètte orientali, al pari dei siriaci, degli egiziani, dei persiani, e non vivevano appartati come oggi. Tra le molte sètte religiose dell'antica Roma gli ebrei costituiscono la sola che si sia conservata, e conservata senza variare.
La storia degli ebrei di Roma è, nei primi tempi almeno, difficile a ricostruirsi, scarse essendo le testimonianze degli scrittori romani.
I rapporti fra Roma e Gerusalemme datano dal giorno in cui Pompeo entrò in questa città, e, spintovi dalla curiosità, sordo alle preghiere dei giudei, osò penetrare nel sacro tempio. Pare sia stato Pompeo a portare per il primo schiavi ebrei a Roma; certo a quel tempo erano già in questa città liberti ebrei ed altri loro concittadini, trattivi probabilmente dal desiderio di lucro. Essi vivevano liberamente, praticavano pubblicamente i loro riti religiosi, ed i principi e le principesse ebraiche, onorati allo stesso modo degli altri principi dell'Asia, poterono qualche volta presentarsi in Senato ed al palazzo imperiale; allora vi erano ancora principi ebrei.
Il felice Erode venne più volte a Roma ed entrò nell'intimità dei Cesari con tutti i titoli della sua regale dignità; fu accolto ai loro banchetti, e prese posto nel loro palco a teatro. Così pure si videro nel Palatino Archelao e la principessa Salome, Antipa e Antipatro; parecchi principi ebrei furono pure educati alla corte imperiale di Roma, fra cui Agrippa, nipote di Erode, l'avventuriero che fu compagno di studi di Druso e amico intimo di Caligola. Il giovane ebreo libertino era appena uscito dalla prigione, dove era stato rinchiuso per debiti, che Tiberio lo gettò di nuovo in carcere e ve lo lasciò a languire sei mesi, finchè la morte dell'imperatore lo venne a liberare e Caligola lo nominò re degli ebrei.
E' nota la parte brillante che ebbe in Roma Berenice, sorella e amante di suo fratello Agrippa il giovane, ultimo re degli ebrei. Dopo la distruzione di Gerusalemme, ebbe stanza nel palazzo di Tito, ma nonostante i suoi intrighi, non riuscì a salire sul seggio imperiale.