Dopo Erode Agrippa, nessun altro ebreo occupò più una posizione importante in Roma, fino al pontificato di Gregorio XVI, che, per ragioni facili a capirsi, fece la più lusinghiera accoglienza, nello stesso Vaticano, al barone Rothschild.
Mentre i principi della Giudea si succedevano a Roma, molti dei loro correligionari si erano già stabiliti nella città. Cesare fu loro favorevole, come lo provano i lamenti che essi levarono in suo onore, allorchè cadde sotto il pugnale degli assassini. Augusto pure lasciò loro completa libertà di dimorare in Roma e di attendere ai loro affari; dicesi che alla sua morte abbiano pianto una settimana. A quell'epoca non si era peranco assegnato loro uno speciale quartiere della città, sebbene Filone narri che Augusto aveva donato agli ebrei una parte del Trastevere. Abitavano un po' dappertutto; la maggior parte però nell'attuale Trastevere, dove sorgeva la loro più antica Sinagoga. Secondo la tradizione romana, fu là che abitò l'apostolo Pietro, presso la chiesa di Santa Cecilia, dove dimoravano pure molti ebrei. Un'altra tradizione vuole che egli abbia dimorato anche sull'Aventino, nella casa dei santi Aquila e Prisca, due sposi ebrei convertiti al cristianesimo.
Nella curiosissima opera di Filone, intitolata «L'ambasciata a Caio», si può vedere sino a qual punto Augusto fosse clemente con gli ebrei. Il dotto alessandrino afferma che Augusto trattò sempre con dolcezza gli ebrei, conferma che essi abitavano nel grande quartiere del Trastevere, erano per lo più schiavi liberati e non furono costretti a mutare le consuetudini dei loro padri. La liberazione di quegli ebrei è tuttora ricordata da un bellissimo sepolcro sulla via Appia, che porta i nomi di due ebrei, Zabda e Akiba. Augusto sapeva, continua Filone, che gli ebrei possedevano delle sinagoghe, nelle quali si radunavano ogni settimana per essere ammaestrati nella sapienza dei loro padri. Tollerava pure che essi, alla nascita di un primo figlio, inviassero a Gerusalemme denaro, perchè si facessero sacrifici in favore del fanciullo. Eppure egli non li cacciò mai da Roma, nè li privò del diritto di cittadinanza romana: non mutò nulla nelle loro sinagoghe e nelle loro adunanze. Arrivò sino ad ornare il Tempio di Gerusalemme di doni preziosi e offrirvi delle vittime; e rispettò il sabato a tal segno che ordinò che non si facesse agli ebrei la distribuzione del grano in quel giorno, ma bensì nel giorno seguente, non potendo essi il sabato dare nè ricevere denaro, nè altro.
Filone fu inviato, nell'anno 40 dell'èra cristiana, dagli ebrei di Alessandria, alla testa di un'ambasceria, all'imperatore Caligola, per protestare contro le crudeli persecuzioni che essi soffrivano da parte degli abitanti di quel grande centro commerciale. Egli narra come Caligola ricevesse questa deputazione nelle sua villa di campagna: l'imperatore correva come un pazzo da una camera all'altra, dando ora ordini di nuove costruzioni, ora per far disporre e collocare antiche imagini, mentre gli ebrei lo seguivano attraverso la casa, fra le risa dei presenti. L'imperatore poi domandò loro con scherno perchè non mangiassero carne suina. «I gridi ed i fischi di quelli che ci beffavano—dice Filone—erano così forti, che pareva di essere in un teatro». Abbiamo, dunque, fin dall'antichità, un esempio di quelle scene che si ripeterono in Roma in ogni tempo, nel medio evo ed anche in epoche più recenti, per esempio, allorquando gli ebrei, schierati a Monte Giordano o davanti all'arco di Tito per prestare omaggio al nuovo papa, rimanevano esposti ai fischi dei monelli ed agli schiamazzi del popolaccio.
Caligola aveva una ragione tutta sua di essere irritato contro gli ebrei. Gli era venuta la fantasia di far erigere una sua statua di colossale grandezza, nella quale era rappresentato come un Dio, nel santuario di Gerusalemme; avendo saputo che il popolo ebraico, solo al mondo, s'era rifiutato di rendergli gli onori divini, ordinò dunque, a Petronio, governatore della Fenicia, di compiere il suo desiderio. Allora, se si deve prestar fede a Giuseppe ed a Filone, tutta quanta la Giudea, vecchi, giovani, donne, fanciulli, si riversò in massa sulla Fenicia; simili a una nuvola coprirono il paese; ed erano tanti e tali i loro lamenti e i loro pianti, che quando tacevano, l'eco li ripeteva ancora a lungo nell'aria. Si gettarono ai piedi di Petronio e lo supplicarono di ucciderli tutti quanti, dicendo che non avrebbero mai permesso un simile sfregio al tempio del loro Dio. Questa scena fu una delle più grandi tragedie di un popolo, delle quali si abbia memoria, e questa resistenza morale contro Caligola è una delle più belle pagine della storia ebraica, più luminosa delle geste di Davide e di Salomone.
Petronio rimase commosso e scrisse all'imperatore per distoglierlo dalla sua idea. L'amico d'infanzia di Caligola, il re Agrippa, si recò egli stesso a Roma ad intercedere in favore del suo popolo. Narra Filone che il suo terrore per la minacciata profanazione del tempio, fu tanto, che fu portato via svenuto, e poi cadde in una pericolosa malattia. Infine scrisse a Caligola una splendida lettera, in seguito alla quale il pazzo tiranno, cui il mondo intero elevava templi, altari, statue, abbandonò l'idea di far innalzare la sua effige nel santuario di Gerusalemme.
La morte repentina di Caligola preservò gli ebrei di Roma dalla sua vendetta. Disgraziatamente Filone non ci dice nulla delle loro condizioni in quell'epoca. Essi occupavano già il Trastevere e vi avevano formato una sinagoga di liberti, della quale è fatta menzione sotto questo nome negli Atti degli Apostoli (I, 9).
Dacchè i misteri cristiani penetrarono in Roma, gli ebrei e i cristiani furono confusi in una stessa setta comune, errore facile a spiegarsi, perchè questi ultimi erano per la massima parte ebrei convertiti. Così subirono anche le stesse persecuzioni. Nell'anno 51 furono gli uni e gli altri da Claudio scacciati dalla città. Già prima, Tiberio, dietro consiglio di Seiano, li aveva fatti una volta deportare in Sardegna, sotto l'accusa di usura sfrenata. Ma essi seppero ritornare e mantenersi in Roma; il loro numero aumentò a tal segno, che sotto i primi imperatori salì a oltre 8000, cifra che, se esatta, supererebbe del doppio il numero degli ebrei che abitano attualmente la città.
Quando Tito ebbe finito di distruggere Gerusalemme, fece condurre a Roma una turba di ebrei prigionieri, parte dei quali fu condannata a morte ed il resto vi si stabilì.
Stimo opportuno continuare la descrizione del trionfo di Tito, affinchè il lettore, a cui sia ignoto Giuseppe Flavio, possa avere un'idea di quello stupendo spettacolo. «È cosa difficile—dice Giuseppe[26]—descrivere la varietà di questo spettacolo, la sua magnificenza sotto ogni riguardo, sia per splendore d'oggetti, sia per la loro ricchezza e rarità. Tutto ciò che vi può essere di più prezioso e di più peregrino, comparve in quel giorno a provare la grandezza dell'impero romano. Si videro oggetti ornati d'oro, d'argento e di avorio, e non già in piccol numero, ma in tanta copia da sembrare il corso di un fiume. Si videro abiti tinti della più fine porpora, o ricamati mirabilmente in Babilonia, pietre scintillanti incastonate in corone d'oro ed in altri gioielli, ed in tanta abbondanza, da non crederle vere. Seguivano le imagini degli Dei, di proporzioni gigantesche e lavorate divinamente; e poi stoffe rare di tutte le specie, animali rarissimi, ecc. Coloro che prendevano parte al corteo indossavano abiti