Nella quattordicesima satira Giovenale si lagna della superstizione che spingeva i Romani ad accostarsi al giudaismo:
Quidam sortiti metuentem sabbata patrem,
Nil praeter nubes et coeli numen adorant,
Nec distare putant humana carne suillam
Qua pater abstinuit; mox et praeputia ponunt:
Romanos autem soliti contemnere leges,
Judaicum ediscunt, et servant ac metuunt ius,
Tradidit arcano quodcumque volumine Moses.
A quel tempo gli ebrei solevano già predire la buona ventura, vendere filtri d'amore e sortilegi. Giovenale infatti ne parla nella satira sesta.
Quum dedit ille locum, cophino foenoque relicto,
Arcanam Judaea tremens medicat in aurem,
Interpres legum Solymarum, et magna sacerdos
Arboris, ac summi fida internuntia coeli,
Implet et illa manum, sed parcius. Aere minuto
Qualiacumque voles Judaei somnia vendunt.
In questi versi Giovenale descrive così vivacemente gli ebrei, che ci sembra di aver dinanzi veramente un tipo di vecchia strega. Ai tempi di Domiziano le ebree uscivano spesso, durante la notte dalla valle d'Egeria per introdursi nella casa di qualche voluttuosa dama romana, e ciò si è ripetuto sino ai nostri giorni. Numerose donne del Ghetto vagavano per la città dicendo la buona ventura, spiegando alle nobili signore i sogni della notte, o vendendo loro filtri d'amore. Appunto a queste pratiche si riferisce una bolla di Pio V, con la data del 1569, che comincia con le parole: Hebraeorum gens sola quondam a Domino electa. Questo decreto che bandiva gli ebrei da tutte le città degli Stati della Chiesa, eccettuate Roma ed Ancona, è un importante documento storico; ne riporto alcuni passi che corrispondono ai versi di Giovenale; «Privato de' suoi sacerdoti e dell'autorità della sua legge, scacciato dal paese dove Dio nella sua misericordia l'aveva primitivamente stabilito, dal paese in cui scorreva il latte e il miele, da più secoli il popolo della Giudea erra per il mondo, odiato, coperto di disprezzo, rivolto a mestieri vergognosi e infami, pronto sempre a discendere sino alla più abbietta schiavitù per guadagnare di che vivere». Poi la bolla papale parla dei loro mestieri. «Senza fermarsi a parlare dell'usura, con cui spogliano di ogni loro avere i cristiani, noi li denunziamo a tutti come ricettatori, autori o complici di furti, come soliti a nascondere, a trasformare gli oggetti rubati, sia profani che sacri, per renderli irriconoscibili. Molti di essi s'introducono, con la scusa del commercio, nelle case di donne oneste, provocandole ad ogni sorta d'impudicizia, e peggio ancora, dannandone l'anima con artifizi diabolici, con vane profezie, con stregonerie, con arti magiche e sortilegi, facendo credere che son capaci di predire il futuro, squarciare i veli, trovare tesori, scoprire oggetti celati e rivelare tante e tante altre cose ancora che non è dato ai semplici mortali di conoscere».
L'origine del disprezzo in cui furon costantemente tenuti in ogni tempo gli ebrei in Roma dipende certo dagli ebrei stessi; essi provocarono sempre il riso de Romani quasi fossero delle caricature. E' indiscutibile—senza con ciò voler recare offesa a molti bravi e degni ebrei e tanto meno all'intero popolo di Israele—che agli occhi di un europeo il tipo prettamente ebreo presenta un non so che di bizzarro che lo rende ridicolo, come ridicola doveva essere la grottesca danza di Davide dinanzi all'arca, cotanto ingrata anche agli occhi di Micol. Si aggiunga a questo l'idea di esser la nazione prediletta da Dio, l'opinione generalmente radicata in essi che la storia abbia dato loro ragione in questa pretesa; finalmente il disprezzo verso tutte le altre credenze, il ribrezzo di avere un contatto con ogni altra razza umana, tutto ciò fece scontare a questo popolo la pena del suo amor proprio nazionale, della sua ripugnanza ad avere rapporti con gli altri uomini, infino a tanto che furono dai cristiani confinati in un ghetto.
Poco si sa sulle condizioni degli ebrei a Roma sotto i successivi imperatori. Quando Adriano ebbe di nuovo distrutto Gerusalemme e migliaia di ebrei furono venduti per suo ordine sui mercati della Siria, la colonia di Roma aumentò considerevolmente per le immigrazioni. Essa continuò ad abitare nel Trastevere. Il suo cimitero era situato dinanzi alla porta Portese, presso il Gianicolo; lo si scoprì nel XVII secolo. Gli ebrei ne possedevano un altro davanti alla porta Appia. Si può vederlo oggi presso S. Sebastiano, nella vigna Rondanini, dove è stato rimesso alla luce nel 1857. Si compone di catacombe che sembrano del III secolo e assomigliano in tutto nella loro disposizione a quelle cristiane di Roma. I sarcofaghi ebraici sono talvolta decorati d'imagini, vi si vede spesso scolpito il candelabro dai sette bracci. Gli epitaffi degni di nota non sono mai in ebraico, ma in latino od in greco, ciò che prova che gli ebrei di Roma in quell'epoca si erano appropriati la lingua che si parlava intorno a loro. Anche i morti di quelle catacombe devono avere appartenuto alle due sinagoghe di Roma, di cui la più antica fu fondata al tempo di Pompeo e la più recente era essenzialmente alessandrina. Disgraziatamente la storia degli ebrei a Roma in quel periodo è sepolta nell'oscurità.
Quando il cristianesimo diventò religione di Stato la posizione degli ebrei divenne ancor peggiore, perchè al disprezzo che essi ispiravano nei Romani si unì l'odio dei cristiani. Costantino per il primo vietò loro di tenere al proprio servizio cristiani, e da allora ciò fu come un precetto di separazione fra le due comunità. Il codice teodosiano prescrisse poi leggi ancora più severe per impedire la fusione degli ebrei e dei cristiani; proibì che si celebrasse in tutto l'impero la festa di Haman, in cui i giudei avevano l'abitudine di rappresentare il loro nemico sotto i tratti del crocifisso per poi bruciarlo in mezzo ad alte grida.
Al tempo del sacco di Roma per opera di Alarico, gli ebrei del Trastevere soffrirono crudelmente. Fra i tesori rubati dal re visigoto vi furono anche i vasi del tempio di Salomone che egli aveva presi a Roma come preda; alcuni però gli sfuggirono, perchè più tardi Genserico ne trovò ancora quando giunse a Roma. Trasportati a Cartagine, caddero nelle mani di Belisario e furon da questi riportati a Bisanzio. Gli ebrei allora, come afferma Procopio, li reclamarono all'imperatore Giustiniano, che li fece portare in una chiesa di Gerusalemme. Strana storia, invero, quella di questi tesori del Tempio, portati altra volta a Roma da Tito! Ancora nel medio evo, al tempo in cui furon redatte le «Mirabilia Urbis Romae» circolava su ciò una leggenda, si credeva cioè che l'arca dell'alleanza, il tabernacolo, il candelabro dai sette bracci e gli abiti di Aronne fossero conservati come reliquie nel Laterano.
Al tempo dei Goti è menzionata una volta la Sinagoga di Roma; il popolo la saccheggiò e il nobile Teodorico fece una legge a protezione degli ebrei.