Per Gregorio XVI gli ebrei fecero dipingere dal pittore Pietro Paoletti di Belluno, concittadino del nuovo papa, un libro che conteneva tutti gli emblemi e tutte le poesie, e fattolo riccamente legare lo presentarono al pontefice, che volle mandarlo in dono al Capitolo della sua città natia. Anche a Pio IX, attualmente regnante, venne presentato un libro simile, nel quale il rabbino di Roma, versatissimo nella letteratura ebraica, e abilissimo calligrafo, a quanto mi assicurarono i suoi correligionari, raccolse preziosi emblemi, e sentenze bibliche, scelte con molto criterio ed il libro era tanto riccamente legato ed ornato, che costò circa cinquecento scudi.

Tali erano le cerimonie che, secondo gli usi e le costumanze di Roma, si compivano dagli ebrei nell'occasione della elezione dei papi. Se non che, anche in altre località avevano luogo funzioni analoghe. Troviamo nel dizionario del Moroni la minuta descrizione delle solennità, colle quali gli ebrei di Corfù festeggiarono la nomina di un nuovo arcivescovo. Quando nel 1780 Francesco Maria Fenzi fece il suo solenne ingresso in quella città, gli ebrei gli prepararono uno spettacolo veramente originale. Apriva la marcia un ebreo vestito all'italiana col bastone del comando, e lo seguivano altri tre, con lunghi bastoni, questi rappresentano i patriarchi; venivano quindi dodici giovanetti, vestiti all'italiana, i quali raffiguravano le dodici tribù, ed avevano tutti in mano un pomo d'argento, e quindi altri dieci giovani, con mantello sulle spalle, che rappresentavano i dieci rabbini savi, conservatori della legge mosaica ai tempi dei Cesari. Seguivano ancora altri undici giovanetti, che portavano mazzi di fiori, i fratelli di Giuseppe, accompagnati da quattro servitori, come se stessero per presentarsi al re Faraone; subito dopo otto uomini, portanti vasi e palme, gli otto conservatori del precetto della circoncisione; quindi ventiquattro ebrei, il doppio del numero delle tribù, con vassoi e vasellami d'argento, coi guanti alle mani che raffiguravano il fiore d'Israello. Seguivano ancora quattro ebrei, con voluminose parrucche e bastoni; un gruppo di quarantotto ebrei con berrettone di pelo, fra i quali sei cantori che cantavano salmi; indi una quindicina di giovanetti, che portavano sul petto l'urim ed il thummim; poscia un nuovo gruppo con frutti e palme, finalmente di nuovo altri cantori. Venivano dopo i quattro grandi sacerdoti Mosè, Aronne, David e Salomone, a cui tenevano dietro i leviti. Poscia i tre giovanetti della fornace ardente. Chiudeva la marcia un gran rabbino decrepito, che pareva la quaresima ambulante; vestito tutto di bianco, e a fianco del quale stavano due altri vecchi, con in mano ciascuno un vassoio pieno di foglie di fiori. Il Pentateuco tutto adorno di campanelli, di frutti, di corone di argento, era posto sotto un baldacchino bianco, portato da quattro fra gli ebrei più ragguardevoli. Il libro della legge venne aperto in sei diversi punti della città, e ricoperto di foglie di fiori tolte dai bacili, e sempre colle più vive manifestazioni di gioia degli ebrei. Le foglie, che cadevano a terra, erano raccolte dalle donne ebree, che se le riponevano, quasi sacre reliquie, in seno. La processione era divisa in quattro sezioni, in memoria delle quattro schiavitù d'Egitto, di Babilonia, di Roma, e della presente. L'arcivescovo finalmente venne ricevuto da sedici ebrei, sopra un palco eretto in vicinanza del Duomo, e riccamente parato; egli portava la mitria, e teneva in mano il pastorale; un ebreo postosi il cappello in capo, e gettato via il mantello, pronunciò un breve discorso di complimento, cui monsignore fece cortese risposta.

Come appare chiaro, una simile processione, avente tutta l'impronta nazionale ebraica, poteva farsi bensì a Corfù, ma non avrebbe potuto mai aver luogo a Roma. In quest'ultima città, dove il culto cristiano sfoggia appunto in processioni pubbliche, una processione nazionale ebraica, avrebbe fatto conoscere con troppa evidenza al popolo che la pompa cattolica in gran parte non è di origine antica propriamente cristiana, ma piuttosto una specie di riproduzione delle antiche processioni degli ebrei. Non era però questa la vera ragione, per la quale gli ebrei in Roma non comparivano in forma cotanto solenne; sarebbe superfluo accennarlo. I monelli di Roma avrebbero preso a sassate una esposizione pubblica dei riti mosaici, e Dio sa di quanti lazzi, di quanti frizzi quella sarebbe stata oggetto. Inoltre si sarebbero guardati bene gli ebrei di fare sfoggio di oro e di argento, e quando comparivano davanti ai papi lo facevano coll'aspetto della miseria, timidi, tremanti, in apparenza propriamente servile.

Ma torniamo alle sorti degli ebrei sotto i successori di quel Paolo II che primo li fece correre nel carnevale. Ora oppressi, ora trattati con una certa indulgenza, come da Paolo III della famiglia Farnese, la loro sorte peggiorò sotto il pontificato di Paolo IV. Questo, fanatico napoletano, della famiglia dei Caraffa, introduttore della tortura e della censura a Roma, zelante inquisitore, appena salito sulla cattedra di S. Pietro, pubblicò, nel 1555, la bolla Cum nimis absurdum, che regolava la condizione della corporazione israelitica di Roma. Revocò tutti i privilegi concessi antecedentemente agli ebrei; vietò ai loro medici di curare i cristiani, proibì loro di esercitare le arti, il commercio, le industrie, di possedere beni immobili; accrebbe loro i tributi e le imposte. Vietò loro perfino di assumere il titolo di don col quale, secondo l'usanza di Spagna e di Portogallo, si onoravano gli ebrei più distinti. Allo scopo di separarli e di distinguerli totalmente dai cristiani, prescrisse non potessero uscire dal Ghetto se non col cappello e con un velo, entrambi di colore giallo, il cappello per gli uomini, il velo per le donne. «Imperocchè, dice la bolla, è cosa assolutamente assurda e sconveniente che gli ebrei i quali per propria colpa sono caduti in ischiavitù, abusando insolentemente della misericordia loro dimostrata dai cristiani, abbiano l'impudenza di abitare promiscuamente con questi, di non portare verun distintivo, di tenere i cristiani al loro servizio e perfino di acquistare case».

Finalmente Paolo IV stabilì il Ghetto, quartiere per l'abitazione obbligatoria degli ebrei. Fino ai suoi tempi avevano questi goduto, tuttochè non fosse loro espressamente garentita, della libertà di abitare dove più loro piacesse in Roma. Come era naturale, raramente risiedevano nel centro della città, nè fra i cristiani che li odiavano, e si erano stabiliti per lo più nel Trastevere, e sulle sponde del fiume, fino al ponte di Adriano. Ora il papa assegnò loro un angusto e separato quartiere, come era stato fatto a Venezia, che comprendeva poche strette e malsane strade presso il Tevere, e che stendevasi dal ponte Quattro Capi fino alla Regola. Il quartiere era chiuso da mura con porte. Ebbe dapprima il nome di vicus judaeorum e più tardi quello di Ghetto: questo deriva probabilmente dalla parola talmudica ghet che significa «separazione». Fu nel giorno 26 luglio 1556 che gli ebrei presero possesso del loro ghetto, piangendo e sospirando come i padri loro quando venivano tratti in schiavitù.

Paolo IV fu per gli ebrei di Roma il crudele Faraone che li espose a tutti i mali derivanti dalla mancanza di spazio, e da una località bassa e umida, per la vicinanza del fiume, il che dava origine ad un intero esercito di piaghe d'Egitto. Allorquando morto il cupo Caraffa nel 1559, il popolo romano, per sfogare contro di lui la sua rabbia, si sollevò, saccheggiando il palazzo dell'inquisizione e la Minerva, sede dei domenicani, si videro gli ebrei, uomini per natura timidi, che non avevano preso mai parte alle rivoluzioni, neppure ai tempi di Cola di Rienzo, sbucare dal loro quartiere, per imprecare essi pure alla memoria del papa defunto. Un ebreo ebbe perfino l'ardire di mettere sulla statua di papa Paolo in Campidoglio il suo vergognoso cappello giallo; il popolo rise, atterrò la statua, la fece a pezzi e la testa del papa con la tiara fu fatta rotolare nel fango. È facile immaginarsi quale sorte fosse riserbata agli ebrei, dopo stabilito il nuovo tribunale dell'Inquisizione. Parecchi ebrei furono bruciati sulla piazza della Minerva, a Campo de' Fiori, dove solevano avere luogo gli Autos-da-fè. In quell'epoca venne bruciato anche Giordano Bruno.

Rinchiusi nel Ghetto, gli ebrei non ne erano punto proprietari, poichè le case appartenevano ai Romani, e vi avevano stanza pure famiglie distinte, come i Boccapaduli. Erano quelli proprietari; gli ebrei soltanto inquilini. Perchè potessero rimanere perpetuamente rinchiusi in quelle strade, era mestieri assicurare loro un modo durevole di starvi, poichè senza di questo gli ebrei si sarebbero trovati esposti a due pericoli: mancanza di tetto, qualora i proprietari non avessero voluto averli più per inquilini; impossibilità di pagare, o aggravio incompatibile, quando i proprietari avessero voluto aumentare le pigioni. Si promulgò pertanto una legge,[29] che ordinava dovessero i romani restare padroni delle case affittate agli ebrei, ma averne questi il possesso a titolo enfiteutico; non potessero i proprietari espellerli, sempre che avessero pagata regolarmente la pigione, nè si potesse aumentare questa; fosse lecito agli ebrei praticare nelle case quegli ampliamenti od innovazioni che ritenessero di loro convenienza. Il diritto derivante da quella legge ebbe il nome che porta tuttora di jus Gazagà. In forza di questo l'ebreo rimaneva proprietario assoluto del suo contratto di locazione, poteva lasciarlo in retaggio ai congiunti o ad altri, lo poteva alienare, e ancor oggi è ritenuta cosa vantaggiosa possedere per diritto di Gazagà un contratto di locazione trasmissibile per eredità, ed è molto ricercata quella giovane ebrea, che può recare in dote al suo sposo un tale documento. In forza di questa legge benefica fu assicurato agli ebrei un tetto.

Pio V, Ghislieri, nel 1566, confermò la bolla di Paolo IV, promulgò ordini severi per impedire agli ebrei di vagare per la città e perchè venissero di notte rinchiusi nel Ghetto. All'Ave Maria le porte di questo venivano irremissibilmente chiuse, e gli ebrei còlti fuori andavano soggetti a punizione, sempre quando non riuscissero con danaro a corrompere i guardiani. Nel 1569 lo stesso papa proibì agli ebrei di abitare altre città degli Stati della Chiesa, eccetto Roma ed Ancona, poichè prima erano stati tollerati pure a Benevento e in Avignone.

Questo editto era stato promulgato appena, che Sisto V lo revocò, facendo brillare tra le miserie del Ghetto un raggio di umanità. Questo grande papa, rinnovatore di Roma, dove pressochè ogni strada, ogni edificio ricorda il suo nome, sentì compassione del popolo d'Israele; pubblicò nel 1586 la bolla Christiana pietas, infelicem Hebraeorum statum commiserans, con la quale rese gli antichi privilegi agli ebrei. Permise loro di abitare nello Stato romano, cioè in tutti i luoghi murati, città e castella dell'agro romano. Loro concesse facoltà di esercitare qualunque commercio o negozio, ad eccezione di quelli del vino, grano e carne; permise loro di trafficare liberamente con i cristiani, di valersi parimenti dell'opera di questi, vietando loro unicamente di tenere al servizio persone cristiane. Si prese pensiero di migliorare le loro abitazioni; lasciò ad essi facoltà di aprire scuole o sinagoghe quante volessero; parimenti permise loro di fondare biblioteche ebraiche; prescrisse non si potessero chiamare gli ebrei in giudizio nei giorni delle loro feste; abolì l'obbligo di portare il segno di Giuda; vietò che si battezzassero a forza i bambini degli ebrei; e che si aggravassero di tasse straordinarie gli ebrei in viaggio; diminuì le imposte loro assegnate, riducendole ad un modico testatico, e al pagamento di una somma fissa per l'acquisto dei palii del carnevale. Diede per tal guisa Sisto V l'esempio al mondo di un papa propriamente cristiano, la cui memoria sarà benedetta in ogni tempo; e tornerà sempre a lode del suo nome, quanto, per impulso d'animo generoso, operò a vantaggio degli ebrei.

Finalmente questa volta nella lotteria era toccato un buon numero agli ebrei, ma appunto, perchè era una lotteria, poteva tutto ad un tratto venirne fuori uno cattivo. Infatti pochi anni dopo la morte di Sisto V, Clemente VIII, Aldobrandini, revocò tutte queste liberali disposizioni e rinnovò l'editto Caraffa, ripiombando gli ebrei nella desolazione.