Nè solo rimasero in questa misera condizione per tutto il secolo XVII, ma la loro miseria nel secolo XVIII aumentò per gli editti di Clemente XI e di Innocenzo XIII. Questi vietò agli ebrei qualunque commercio, ad eccezione della vendita dei cenci, panni usati e ferri vecchi, o come dicevasi volgarmente stracci-ferracci, e soltanto Benedetto XIV nel 1740 permise loro di aggiungervi la vendita di panni nuovi, alla quale attendono tuttora assiduamente e con profitto. Si videro pertanto fino da quel tempo gli ebrei aggirarsi per le case con le loro vecchie mercanzie e si è udito fin da allora per le strade risuonare il grido «aeo!» col quale annunciavano il loro meschino commercio.
Ancor oggi si sente spesso in tutte le strade di Roma il malinconico grido del povero ebreo, che con un sacco sulle spalle lancia il suo «Ròbbi vè!»
Il secolo XVII, nel quale i Medici accordarono tante agevolazioni agli ebrei in Toscana, fu forse l'epoca più infelice per il Ghetto di Roma. Trovo in un libro romano del 1677 (Stato vero degli ebrei in Roma; Stamperia del Varese) la notizia che a quell'epoca il numero degli ebrei era di 4500, fra i quali si contavano 200 famiglie agiate. L'autore dice che nel secolo XVI il Ghetto pagava 4861 scudi annui di tributi, e che nel secolo XVII non ne pagava più che 3207. Sebbene quello scrittore sia grandemente ostile agli ebrei, non avrei argomento per tacciarlo di non esser veritiero. L'autore asserisce che ad onta delle incessanti lagnanze che gli ebrei andavano movendo di continuo, il Ghetto era ricco; e che, pagati tutti i tributi, risparmiava ogni quinquennio 19,470 scudi, e che possedeva un capitale di un milione di scudi. Non c'è dubbio che vi erano in quell'epoca ebrei ricchi a Roma, e che in mezzo ai manutengoli dei ladri, e ai negromanti del Ghetto, v'erano degli usurai che accumulavano interessi sopra interessi. Nessun papa riuscì mai a impedire questa piaga dell'usura nel Ghetto; i nobili indebitati proteggevano gli ebrei, e mentre il Ghetto era oggetto di disprezzo generale, il patrizio romano, il cardinale e talora il papa, accoglievano con complimenti nel loro palazzo, l'usuraio dal giallo berrettone. L'autore di quello scritto dice che gli ebrei avevano estorto coll'usura ai cristiani 235,000 scudi, e che non passava sera, in cui non entrassero per le porte del Ghetto nelle case degli ebrei almeno 800 scudi usciti dalle tasche dei cristiani. Quel popolo astuto sapeva far danari con qualsiasi mezzo; e l'usura degli ebrei dava alimento all'odio dei cristiani per essi. Giovanni di Capistrano aveva una volta fatto offerta di una flotta ad Eugenio IV per trasportare gli ebrei di Roma di là dal mare. «Ora che egli è morto, dice il nostro autore, sarebbe a desiderare potesse mandare dal cielo una flotta a papa Clemente IX per purgare Roma di tutti quei ribaldi». I Rothschild del Ghetto romano in quell'epoca esigevano d'ordinario il diciotto per cento. Oggi ancora il danaro degli ebrei fa le loro vendette sui cristiani; ancor oggi nel Ghetto s'impresta ad usura. Tutti colà si agitano, si muovono per guadagnare, per fare danaro, e come potrebbe essere altrimenti? Un giorno che passavo in una strada del Ghetto, una povera donna che cuciva dei cenci, mi chiamò dicendomi: «Signore, che cosa comandate?» Volendo provare la sua presenza di spirito, risposi subito: «cinque milioni!» E la donna di rimando: «Sta bene! quattro per me, e uno per voi!»
Nel XVIII secolo si esigeva con rigore che gli ebrei assistessero in certi giorni determinati ad una predica, destinata a convertirli. Già Gregorio XIII nel 1572 aveva prescritto dovessero ascoltare la predica una volta per settimana. Un ebreo, convertito, come ben si può immaginare, era stato il promotore di questa usanza, certo Andrea, che con tutto il servilismo di un convertito, aveva insistito vivamente presso papa Gregorio per la promulgazione di quell'editto. Si vedevano pertanto al sabato comparire nel Ghetto gli sbirri che spingevano a furia di frustate in chiesa gli ebrei, uomini, donne e fanciulli, al di sopra dei dodici anni. Dovevano assistere alla predica, per lo meno cento uomini e cinquanta donne, e più tardi il numero fu portato a trecento. Alla porta della chiesa una guardia contava questi uditori forzati, e nell'interno della chiesa stessa la polizia li sorvegliava, e se un qualche ebreo sembrava distratto, o sonnecchiava, era destato da un colpo di frusta. La predica era fatta da un frate domenicano, dopo che si era tolto dall'altare il Santissimo Sacramento; e il sermone versava sul testo dell'Antico Testamento che gli ebrei avevano in quello stesso giorno udito leggere e spiegare nella loro sinagoga, e che veniva commentato nel senso del dogma cattolico, allo scopo di far conoscere agli ebrei la verità cristiana. Queste prediche da principio venivano fatte in S. Benedetto alla Regola, ma più tardi ebbero luogo in quella chiesa di S. Angelo in Pescheria, dove Cola di Rienzo aveva tenuto i suoi primi discorsi infuocati ai Romani.
Queste prediche vennero ridotte a poco a poco a cinque sole per anno, e stavano per andare addirittura in disuso, allorquando Leone XII, il gretto Genga (1823-1829), volle rinnovarne l'obbligo. Oggi però, anche questa barbarie è scomparsa; venne tolta di mezzo, a quanto mi si disse, nel primo anno dal pontificato liberale di Pio IX.[30]
L'ebreo convertito, acquistava come di diritto la cittadinanza romana, con tutti i vantaggi che sono a questa inerenti. Non era raro che ebrei appartenenti al Ghetto si facessero battezzare, e questi, come suole avvenire di tutti coloro che abbracciano una nuova religione, erano i più fanatici nel volere ottenere conversioni che non quelli stessi che li avevano convertiti. Si possono leggere ancor oggi sul frontone di una chiesa che sorge rimpetto al Ghetto, presso il ponte Quattro Capi e dove sta dipinta una crocifissione, scritte in ebraico ed in latino le parole del secondo versetto del capitolo sessantesimo quinto d'Isaia: «Io stendo tutto il giorno le mie mani verso un popolo disobbediente, il quale batte una via che non è la retta». E questa esortazione fu fatta incidere da un ebreo convertito.
Secondo l'uso del medio evo, gli ebrei che si battezzavano in Roma, assumevano il nome dei loro padrini; e siccome per lo più si ricercavano questi fra le famiglie più distinte della città, ne avveniva che gli ebrei in certo qual modo si infiltrassero nel patriziato romano più antico. Vi furono dei Colonna, dei Massimi, degli Orsini, ebrei ed anzi, si pretende ora a Roma che parecchie famiglie patrizie, le quali vanno superbe del loro titolo principesco, dopo essersi spente, siano state continuate dagli ebrei di Trastevere.
Anche al giorno d'oggi, in cui sono scomparsi gli antichi maltrattamenti contro gli ebrei, si osservano per il battesimo solenne di uno di questi, o di un turco, le solennità che furono anticamente in uso. Hanno luogo ogni anno, nel sabato santo, nel battistero di S. Giovanni in Laterano, e siccome questa cerimonia sembra sia considerata come obbligatoria e deve aver luogo ad ogni costo, quando manca un catecumeno da battezzare, fa venire un turco od un ebreo da fuori. E' perfino accaduto che giudei o turchi si sian fatti battezzare più volte per lucro. Nel 1853 assistei al battesimo di un'ebrea. Essa stava presso la fonte battesimale avvolta in bianchi veli, con un cero acceso in mano, simbolo della luce che l'aveva rischiarata, e dopo essere stata unta sulla fronte e sulla nuca degli olii santi, ricevette il battesimo in quella vasca di Costantino, dove Cola da Rienzo si era tuffato un giorno nell'acqua di rose; e quindi fu ricondotta processionalmente al Laterano. Il cardinale che l'aveva battezzata, la cresimò davanti all'altare, quindi espresse al popolo la sua gioia per il grande miracolo compiutosi sotto i suoi occhi, in forza del quale, una creatura umana, in preda poco prima ai demoni e condannata all'inferno, tutto ad un tratto si era rivestita della innocenza di un bambino, ed immersa nella pura luce celeste.
Anticamente si parlava con maggiore energia; infatti il gesuita Stefano Menochio, nel suo libro Stuore, stampato in Venezia nel 1662; asserisce che gli ebrei puzzavano nella stessa carne, e che quel cattivo odore spariva immediatamente in seguito al battesimo. Narra, con tutta ingenuità, che perfino l'imperatore Marco Aurelio si lagnò del cattivo odore degli ebrei, e che questo fatto è incontestabile, e che appunto gli Agareni si fecero battezzare per non puzzare come cani.
Leone XII, accordò agli ebrei il diritto di acquistare case, purchè ne possedessero di già l'Jus Gazagà. Ampliò pure la periferia del Ghetto, includendovi la via Reginella ed una parte della pescheria, in guisa che venne ad avere otto porte, che erano chiuse e guardate la notte. Durante la dominazione francese in Roma, fu tolto il sequestro degli ebrei nel Ghetto, essi ebbero facoltà di stabilirsi in qualsiasi parte della città e di esercitarvi ogni commercio. Ma Pio VII, nel 1814[31] chiuse di nuovo il Ghetto, e le cose tornarono come prima fino al papa oggi regnante.