quei visi di color bruno gialliccio, che non ricordano in alcun modo la bellezza di Rachele, di Miriam o di Lia. Solo di quando in quando ti sorprende il lampo dello sguardo di un occhio nerissimo e profondo che si solleva dall'ago e dal cencio, quasi a dire: «Ogni ornamento è scomparso dalle figliuole di Sion. Quella che era principessa fra i pagani, che portò la corona nella sua patria, è ora condannata a servire e piange tutta la notte per modo che le lagrime le rigano le gote; non v'è chi si muova a pietà di essa; tutti la disprezzano, e sono diventati suoi nemici. Il popolo di Giuda è nel servaggio, condannato alla miseria, ai più duri servigi; abita fra gl'infedeli, tutti lo maltrattano, non ha nè quiete nè riposo. La collera di Dio si è tremendamente aggravata sopra la figlia di Sion!»

Non è però oggetto di queste pagine descrivere le miserie del Ghetto, del resto miserie eguali, se non maggiori si trovano in tutte le grandi città del mondo, anche fra le nazioni più civili. Nè si deve credere che per quanto riguarda le strade e le abitazioni, il Ghetto di Roma sia di effetto più ripugnante dei quartieri più poveri di Parigi, Londra o Berlino. Aggiungo volentieri che a Roma gli ebrei sono caritatevolissimi gli uni verso gli altri; che l'agiato soccorre largamente il povero; che lo spirito di famiglia, dote caratteristica e costante del popolo d'Israello, vi si mantiene più vivo che forse in qualunque altra comunità di ebrei, e come parimenti sia un fatto, che questi uomini sobri e laboriosi sono raramente processati per delitti. Ciò che colpisce maggiormente chi si aggira nel Ghetto, è l'angustia, la sporcizia di quel laberinto di strade, di vicoli fiancheggiati tutti da case altissime. I poveri ebrei sono quasi come sovrapposti e ammucchiati in un colombario e tanta angustia di abitazione fa più impressione che altrove in Roma, città che siede in una vasta pianura, caratteristica propriamente per gli ampî spazî vuoti, per le dimensioni in ogni cosa grandiose della sua architettura, per i suoi palazzi colossali e pei suoi conventi in gran parte deserti.

Sono meno infelici quegli ebrei che abitano la parte superiore del Ghetto, e particolarmente la via Rua. Questa strada, più ampia delle altre, con case abitabili, si potrebbe in certo modo considerare come il Corso del Ghetto, perchè anche sotto una stessa legge, anche nella servitù l'uomo fa valere i diritti della disuguaglianza. Nella via Rua abitano gli ebrei che hanno in tasca il migliore titolo di Gazagà; taluni vi posseggono case, e sono addirittura agiati. Qui stanno le più belle botteghe dei negozianti in pannine a principiare dalle più ruvide e grossolane fino alle stoffe più preziose. Gli ebrei che riescono a diventar ricchi, si portano volontieri, a quanto mi si assicurò, ad abitare in Toscana.[35] È poi cosa singolare che sulle insegne nel Ghetto si leggano pochi nomi prettamente ebraici. Gl'israeliti di Roma hanno preso in gran parte nomi di città italiane, come Asdrubale Volterra, Samuele Fiano, Pontecorvo, Gonzaga. Parlano pure in generale l'italiano,[36] e non mi è mai accaduto di sentirli conversare fra loro in lingua ebraica; anche nel modo di vestire non si distinguono dal resto della popolazione e neppure alle loro feste mi venne fatto di notare costumi orientali.

La parola di festa, accoppiata a quella del Ghetto, suona quasi ironia, se si pon mente alla storia ed alla condizione attuale degli ebrei; per questa stessa ragione però un tale spettacolo non può a meno di riuscire attraente anche in questa Roma, dove le feste sono così numerose. Nei giorni in cui le strade di Roma sono animate da tutte queste feste, in cui tutti godono, ammirano, in cui il denaro circola largamente, mentre tutte le strade, tutte le piazze sono adorne di arazzi, di fiori, mentre da ogni casa i lumi splendono, e le carrozze succedono alle carrozze, i pedoni ai pedoni, il popolo d'Israello seduto innanzi la sua porta nel suo Ghetto, riman tetro e solitario, continua ad affaticarsi nel suo lavoro, col sudore della sua fronte, senza toglier gli occhi dai mucchi dei suoi cenci.

Ma arrivano anche le sue feste. Allora il povero rigattiere lascia in disparte i suoi stracci, indossa i suoi abiti migliori e raddrizza la sua incurvata persona. Ed in ciò credo debba consistere la poesia delle feste, da cui sprigiona il loro più vero significato, esse non compiono appieno la loro vera missione se non quando strappano l'uomo dal lavoro quotidiano, sciogliendolo in certo modo dai vincoli della servitù, trasformandolo in un altro uomo ideale, non più soggetto alla miseria, alla preoccupazione continua dei mezzi di campare la vita. Questo popolo singolare, quando si raduna nei giorni delle sue feste, dovunque si sia, in qualsiasi parte più remota o più inospitale del mondo, si considera quale l'antico popolo d'Israello, quale il discendente diretto di Abramo e d'Isacco, il fiore dell'uman genere, che Iddio di sua propria mano volle porre sulla terra. Ho assistito nel Ghetto alla festa di Pasqua; seppi per caso che era prossima, passeggiando pel Ghetto, e scorgendo davanti a tutte le porte i rami di cucina rilucenti di pulizia, e tutte le fonti occupate da gente che lavava, puliva arredi e masserizie domestiche. Mi si disse che ciò si faceva a motivo della festa di Pasqua, che era imminente.

Dopo le grandi solennità cristiane della settimana santa e della Pasqua, in S. Pietro e nella Cappella Sistina, che in presenza di tanti capolavori dell'arte si possono ritenere per le funzioni più imponenti del culto cristiano, riesce attraente lo assistere in quello angusto ed oscuro quartiere del Ghetto, ad una festa di Pasqua, e di rinvenire le antiche basi, appena mutate, del culto cattolico di Roma. Sono propriamente quelle le radici di questo culto, e quanto più l'albero crebbe e si è sviluppato ed esteso con magnificenza, tanto più le radici si sono sepolte nella notte.

La sinagoga romana comprende cinque scuole in uno stesso fabbricato, la scuola del Tempio, la Catalana, la Castigliana, la Siciliana, e la Scuola nuova. Il Ghetto di Roma trovasi dunque diviso in cinque sezioni, ognuna delle quali rappresenta le nazionalità diverse degli ebrei di Roma, i cui padri o risi devano fin dall'antichità a Roma, o son venuti dalla Spagna o dalla Sicilia. Mi si disse che la scuola del Tempio sola discenda direttamente da quelli portati a Roma da Tito. Ogni sinagoga ha la sua scuola, nella quale i ragazzi imparano soltanto a leggere, scrivere e contare; non vi si insegnano però le scienze; ciascuna ha il suo santo dei santi, dove si conserva il Pentateuco.

All'esterno la sinagoga si distingue non solo per le sue iscrizioni, ma anche per la sua architettura. Gli ebrei hanno ornato il loro tempio quasi di nascosto e di notte tempo. Pare abbiano tolto qua e là, tra la prodigiosa quantità di marmi, di cui abbonda la città eterna, un paio di tronchi di colonne, di capitelli, ed alcuni frammenti di marmo per adornare il loro tempio. Nel mezzo alcune colonne corintie sorreggono un frontone; nel fregio sono raffigurati in istucco il candelabro a sette braccia, un'arpa ed una cetra.

Un rabbino mi aveva invitato ad andare la sera nella sinagoga, dove, mi aveva detto, si sarebbero cantati i vespri, assicurandomi che avrei potuto sentire un oratorio ben eseguito. Venuta la sera, gli ebrei si accalcavano alla porta della sinagoga. Vidi tra la folla parecchi romani, fra i quali alcuni sacerdoti. Ci fecero aspettare forse una buona mezz'ora, e non mi dispiacque l'attesa, ed il veder aspettare gli altri, poichè questo era un segno di giustificata indipendenza, dato almeno una volta da una razza oppressa e disprezzata. Finalmente le porte si aprirono, e salito per una stretta scala, arrivai nell'interno del tempio.