Avevo veduto la sinagoga di Livorno forse la più ricca del mondo, ma mi era sembrata assai meno degna di osservazione di questa del Ghetto romano. L'edificio di Livorno è ampio e sobrio; le sale del tempio di Roma sono piccole, pittoresche, bizzarramente decorate e di aspetto esotico. Nella occasione della festa di Pasqua le mura erano state ricoperte di tappeti di stoffa rossa ricamata in oro, sui quali si leggevano dei versetti dell'Antico Testamento. Nello stesso modo per le feste cattoliche si ornano le chiese in Roma con tappeti e stoffe dorate; è un uso orientale, preso in prestito dal tempio di Salomone. La gran sala della sinagoga aveva un aspetto imponente e maestoso. Il soffitto è a cassettoni come quello delle basiliche romane, ma essi sono soltanto delle imitazioni dipinte. Intorno al fregio si trovano bassi rilievi di stucco, che rappresentano i varî oggetti riferentisi al culto israelitico. Vi si scorgono il tempio di Salomone, rappresentato con tutte le sue porte, le sue sale e i suoi altari, il Mar Rosso, l'arca santa, coi cherubini, gli abiti e la tiara sacerdotali, da cui traggono origine i costumi primitivi dei vescovi e dei papi; vasi, piatti, pale, cucchiai, bacili, padelle e sedili, finalmente tutti gli strumenti musicali, timballi, tamburi, arpe, cetre, flauti, le trombe del giubileo, cornamuse, cembali, finanche il sistro d'Iside egiziaca, che si osserva così di frequente nelle statue del Vaticano. L'immaginazione degli ebrei, come si vede, volle circondarsi qui di tutti i ricordi del tempio di Gerusalemme.
Nella parete a settentrione si apre una finestra di forma circolare, divisa in dodici campi distinti per varietà di colori, simboleggianti le dodici tribù d'Israello; e la forma riproduce quella dell'Urim e Thummim, ornamento formato da pietre preziose, che d'ordinario soleva portare sul petto il gran sacerdote. A ponente sta il coro, di forma semicircolare, con una tribuna in legno per il primo cantore e per i cantori. Stanno su questa il candelabro d'argento e altri vasi pure d'argento, di figura strana, che servono a ornare il Pentateuco. Di fronte, nella parete a levante trovasi il Santo dei Santi, un tempietto a colonne corinzie con bastoni sporgenti, che ricordano quelli usati per portare l'Arca dell'alleanza. Il tutto è ricoperto da una tenda ricamata; in cima ad ogni cosa campeggia il candelabro a sette braccia. Il Pentateuco, rotolo voluminoso in pergamena, sta rinchiuso nel Santo dei Santi. Lo si porta in giro processionalmente per la sala, e dal pulpito lo si presenta ai quattro punti cardinali, mentre gli ebrei alzano tutti le braccia, e prorompono in grida. Questo è in certo modo l'equivalente dell'elevazione per gli israeliti. E' il Dio più possente della terra, che ancor oggi signoreggia il mondo, non col Verbo ma con la Lettera, non coll'amore ma con la Legge. Il giudaismo è la più positiva fra tutte le religioni, e per questo motivo dura oggidì tuttora. Di fronte alle forme infinitamente varie, riccamente fantastiche della chiesa cattolica, che ha introdotto nel mondo una nuova mitologia, si rimane colpiti del carattere così differente di questo culto di Jehovah, rigido, senza imagini, senza fantasia ammirabile nella sua assoluta semplicità.
Gli ebrei seggono nel loro tempio, davanti al loro Dio col capo coperto dal cappello o da una berretta, quasi fossero pari d'Inghilterra, o si trovassero alla borsa. Regna la più perfetta disinvoltura nel canto e nella preghiera; ognuno canta quando vuole, o chiacchiera col suo vicino. Il primo cantore sta davanti al coro. Mi fece senso la fretta, colla quale si cantavano, o meglio si mormoravano tutte le preghiere. Le donne stanno in una galleria superiore, protette da una graticciata e sono invisibili.
In un'altra sala si cantavano i vespri. Anche questa era addobbata, e scintillante di lampade. Il soffitto di essa non era piatto come quello dell'altra, ma bensì a piani sovrapposti e terminava in una cupola di forma bizzarra. I cantori sedevano nel coro, dietro al rabbino o primo cantore. Questi era vestito di un lungo abito nero, e portava in capo una berretta sacerdotale nera, molto alta, dalla quale scendevano ai due lati i lembi di un velo bianco. La semplicità di questo costume mi stupì e mi fece pensare all'antico costume sacerdotale degl'israeliti, la cui magnificenza rifulge ancora nel costume attuale del papa. Ogni qualvolta il gran sacerdote nel tempio di Gerusalemme si accostava al tabernacolo, vestiva una tunica bianca di lino, con una sopravveste a frange, di colore turchino. Campanelli di oro e palline di granate stavano appese alle frange. La tunica era fermata da una fascia a cinque striscie, di oro, porpora, giacinto, scarlatto e bisso. Gli ricopriva le spalle una specie di manto degli stessi colori, riccamente ornato d'oro, fissato sul petto da fibbie d'oro, a foggia di scudo, ornate di sardoniche, sul petto portano l'Urim e il Thummim formato di dodici pietre preziose. Aveva in capo la tiara di bisso intessuto di giacinto, attorno alla quale correva una fascia d'oro, su cui stava scritto «Jehovah». In tal guisa è descritto da Giuseppe il costume del gran sacerdote, e si capisce che il suo aspetto dovesse essere imponente.
I cantori eseguirono assai bene il vespro, mentre il rabbino pronunciava di tanto in tanto qualche preghiera coprendosi il volto con il velo, per palesare la sua afflizione. I canti erano armoniosi, però non di stile antico, e piuttosto nel gusto di un oratorio moderno. Vi erano belle voci di giovanetti, bassi stupendi, talchè anche in questo vespro del Ghetto si poteva riconoscere l'influenza di Roma. Anche il popolo d'Israele può menar vanto del suo miserere. Quella povera gente andava superba, ed era felice di saper fare essa pure una produzione artistica nel suo povero quartiere sperduto. Le lodi che loro si manifestavano erano accolte con vero compiacimento. Avendo espresso il mio elogio sentii il mio vicino, un giovinetto ebreo, ripetere con premura ai più lontani l'elogio. «Che cosa ha detto?» «Bene, bene, stupendamente eseguito. Avete proprio una cappella Sistina».
Ma è tempo di finire. Valessero se non altro queste pagine ad invogliare qualcuno a scrivere la storia completa degli ebrei di Roma. Sarebbe argomento assai più interessante e meritevole di studio, che non le sterili dissertazioni sopra punti insignificanti di archeologia. Uno studio sul Ghetto romano potrebbe servire moltissimo a chiarire lo sviluppo successivo del cristianesimo in Roma, e varrebbe non poco a completare nel modo più utile la nostra conoscenza della storia della civiltà.[37]
L'autore di questo scritto non ebbe per iscopo di trattare soltanto la questione civile degli ebrei di Roma, ma piuttosto di rappresentare la vivacità del contrasto fra il cristianesimo storico e il giudaismo storico nella città eterna. Il carattere di questa metropoli, quale attualmente si presenta ad un osservatore attento, porta l'impronta dei tre grandi periodi della civiltà del genere umano: il paganesimo, il giudaismo e il cristianesimo. A malapena si possono distinguere, talmente sono connessi, e talmente il culto cristiano ha riuniti in sè l'elemento giudaico e quello pagano. Per non
far parola di questo ultimo, percorrendo Roma, visitando le sue magnificenze, ad ogni passo traspare lo spirito, la forma del giudaismo, perfino nei capolavori dell'arte cristiana. Parlando della scultura, qual'è la più sublime creazione in marmo del genio cristiano? Il Mosè di Michelangelo, sulla tomba di papa Giulio II. Parlando della pittura, le stanze e logge di Raffaello, la cappella Sistina, innumerevoli chiese e musei sono pieni di rappresentazioni e di scene dell'Antico Testamento. Parlando della musica, quali sono i pezzi più sublimi, che si eseguiscono durante la settimana santa nella Cappella Sistina? Le Lamentazioni di Geremia ed il Miserere, canti degli antichi ebrei. E di questo popolo, cui la sorte affidava i documenti stessi della umanità, e al quale il cristianesimo ha tolta una parte del suo patrimonio, continua a vivere in quest'angolo del Ghetto, a due passi da San Pietro, una reliquia delle più antiche e storicamente notevoli.
Ma anche questo popolo disprezzato ha voluto vendicarsi a modo suo del mondo cristiano, poichè a tutti gli altri simboli della sua religione che ha trasmesso al mondo moderno, uno potentissimo ne ha aggiunto che resta il più potente di tutti ed è il vitello d'oro, attorno al quale danza il mondo intiero, come è profetato, scritto e rappresentato nei libri di Mosè.