Per solito i teatri di burattini danno tre rappresentazioni ogni sera. Cominciano all'Ave Maria, e alla prima che è sempre breve, tiene dietro una seconda cui si dà il nome di Camerata lunga.[43] Rinunciamo ad essere spettatori della Camerata lunga, e preferiamo recarci all'altro teatro di burattini in piazza Sant'Apollinare.

Dovremo, per andarvi, attraversare la fiera di piazza Sant'Eustachio, in mezzo ad una sterminata folla che grida, fischia, strilla, schiamazza in modo da assordare. A Roma non si usa, come da noi, fare i regali la vigilia di Natale; si è scelto un giorno più adatto, quello della Epifania, in cui i re magi offrirono i doni a Gesù bambino. Per festeggiare questa ricorrenza, comincia il 6 gennaio una fiera dietro il Panteon.[44] Le strade che vi portano offrono merci di ogni natura, specialmente giocattoli, di apparenza quasi sempre elegante e graziosa. Ve n'è tale quantità da soddisfare tutti i ragazzi del mondo. Una folla immensa percorre queste strade; alcuni battono tamburelli, altri soffiano entro conchiglie a foggia di corno, altri ancora battono l'una contro l'altra delle tavolette, e specialmente poi tutti fischiano entro fischietti di gesso, simili a balocchi da ragazzi, che raffigurano pulcinelli, ballerini, cani, uccelli. Ragazzi vestiti da pulcinella percorrono le strade a schiere, fischiando a squarciagola. Il chiasso è indiavolato, tutti fischiano, fanno rumore, ed anche persone serie cedono all'esempio, e si vedono col fischietto alla bocca. Queste migliaia di voci stridenti producono un effetto tale da far impazzire anche un filosofo. Strano a dirsi! Quello stesso impulso che spinge talora gli uomini a dissimulare la loro fisonomia dietro una maschera, li porta anche a mascherare la loro voce e la loro lingua e ad emettere i suoni più strani.

Siamo intanto giunti al teatro di piazza S. Apollinare. Questo secondo teatro di fantocci, che ebbe dapprima il nome di teatro Fiano,[45] e che al tempo dell'ultima repubblica romana fu rinomato per la figura satirica di Cassandrino,[46] attualmente sostituita da quella, politicamente innocente, di Pulcinella, è come abbiamo già notato un teatro di burattini inciviliti. Le marionette recitano qui innanzi ad un pubblico decente, su di una scena piccola, ma molto convenientemente disposta, ben dipinta, con tutto quanto occorre per una accurata rappresentazione. Gli spettatori possono prendere posto nella piccola sala della platea, o sul palchettone. Si pagano tre baiocchi pei posti nella prima, cinque pel palchettone, e questi prezzi non permettono l'ingresso alle classi inferiori. Gli spettatori appartengono al ceto medio, ed anche a quello distinto, che non rifugge dal procurarsi qualche volta il piacere di una recita di burattini. Il proscenio è bene illuminato, vi è una piccola orchestra che eseguisce pezzi di musica negl'intermezzi, ed il sipario è nuovo ed elegante. Anche qui si recitano drammi romantici, come quello conosciutissimo del Volfango fiero; però i personaggi sono vestiti pulitamente e con eleganza; i cavalieri portano belle armature, le dame abiti di seta e di velluto; ma per lo più vi si recita la commedia in abito nero e guanti gialli, drammi familiari, farse, commedie d'intrigo, in cui talvolta si fanno figurare ricchi inglesi. Pulcinella è vestito come suo fratello del teatro di piazza Montanara, e serba la stessa natura; però le sue maniere sono più civili, più adatte al diverso ambiente, in cui vive. La sua destrezza però è somma, giacchè quando siede riesce anche ad incrociare le gambe l'una sull'altra, e a muovere i piedi, come hanno abitudine di fare gl'inglesi. Nelle nozze, o in altre occasioni solenni, i cavalieri e le dame siedono, con tutta gravità, sopra cuscini, e assistono ad un ballo che l'orchestra accompagna colla musica. La destrezza e la grazia, di cui fanno prova questi fantocci in tali balli, è in verità meravigliosa, poichè non solo eseguiscono i passi più difficili, colla leggerezza e col garbo che potrebbero spiegare la Cerrito, o Pepita, ma tutti i loro movimenti, tutti i loro atteggiamenti, la convenienza con la quale s'inchinano, ringraziano, salutano, movendo le braccia, hanno qualche cosa di sorprendente. Nulla si trascura di quanto può contribuire alla riuscita di un'azione coreografica. Tutti questi fantocci si muovono, si agitano in allegra polka, si librano come farfalle, girano in punta di piedi e ogni ballo finisce sempre con un quadro plastico e qualche volta con un fuoco di artificio. In una parola, l'arte di far danzare i fantocci raggiunse nel teatrino di S. Apollinare il non plus ultra.

Abbiamo così veduto almeno una parte lieta di questa Roma seria, malinconica, severa, e Pulcinella giulivo e festoso in mezzo a tutte queste rovine, sopra tutte queste catacombe, nè più ne meno dei grilli che cantano fra l'erba dei ruderi del palazzo dei Cesari, e delle rondini che cinguettano sulla tomba di Cecilia Metella.

Vorrei ora accompagnare il mio lettore ancora nel teatro popolare di piazza Navona, ma sento la voce di un ragazzo che predica e che mi tenta ad entrare nella antica e bella basilica di Ara Coeli, in Campidoglio. Qui predicano mattina e sera ragazzetti tanto maschi che femmine, nella settimana che precede la festa dell'Epifania; in questo giorno terminano le prediche. Non è troppo forte il distacco da un teatro di burattini a una predica fatta da ragazzi dai sei agli otto anni. Anche qui, centro dello spettacolo è sempre un fantoccino, il santo bambino di Ara Coeli, adorno di una splendida corona tempestata di pietre preziose.

In una cappella della chiesa è rappresentata con bell'arte la grotta di Betlemme e l'adorazione dei Re Magi venuti dall'Oriente; i personaggi sono di cera, nè mancano gli accessorî delle pecore e del paesaggio. La Madre di Dio è seduta nella grotta e tiene in grembo il bambino, cui i re, inginocchiati, presentano i loro doni. All'esterno sta inginocchiata contro una colonna una figura con un mantello scarlatto, pantaloni larghi alla turca e turbante in capo, che stende le braccia verso il bambino, in atto di preghiera. Dalla parte opposta, parimenti contro una colonna, è una donna di alta statura, di aspetto distinto, che pare additi il santo bambino a quel mezzo turco che le sta contro. Nella persona di questo si volle rappresentare, niente meno, l'imperatore Augusto, e nella donna la Sibilla che secondo una delle leggende più profonde del Cristianesimo predisse ad Ottaviano, in una visione, la venuta di quel bimbo, destinato a signoreggiare il mondo.

Di faccia alla grotta, nella navata opposta della chiesa, s'innalza un pulpito, dove salgono a predicare, l'uno dopo l'altro, ragazzi dai sei ai dieci anni, per la durata di circa cinque minuti, e ciò per quasi due ore, alla presenza di forse qualche migliaio di persone. Sale pel primo sul pulpito un grazioso ragazzetto, e dopo essersi fatto il segno della santa croce, prende a recitare, con tutti quei gesti e quegli atteggiamenti, propri dei ragazzi quando declamano, una predica sulla venuta al mondo del Salvatore. Dopo di lui viene un ragazzo più grande, vestito da chierico, che disimpegna ancor meglio la sua parte. Grida in modo enfatico, scaglia i fulmini della sua eloquenza, nè più nè meno di cappuccino, gesticolando quanto un tiranno di compagnia drammatica. Si capisce che ha disposizione naturale per la mimica; ogni volta che nella predica ricorrono le parole: capo, occhio, orecchio, porta istintivamente la mano al proprio capo, all'occhio, all'orecchio. Dovendo nominare il suono dell'arpa, si atteggia immediatamente nel modo di chi volesse suonare quello strumento. Questa maniera di accennare fanciullescamente colla mimica le cose di cui fa parola, riesce molto divertente, e ottiene l'approvazione di tutti gli uditori, alcuni dei quali sono venuti per devozione ad ascoltare le prediche fatte dai ragazzi, e altri per divertirsi come ad un teatro di burattini. Nessuno di quei ragazzi è menomamente imbarazzato, anzi i più sembrano andar superbi di dover comparire innanzi a tanta gente e, superata l'impressione del primo momento, la loro voce diventa sempre più sicura, i loro gesti sempre più teatrali. Molti oratori in parlamento avrebbero motivo di augurarsi la disinvoltura di quei bambini nel parlare in pubblico, e pochi oratori poi si possono vantare di avere un uditorio composto di persone appartenenti a tante nazioni, quanto quello di questi fanciulli in Ara Coeli.

Dopo i maschi vengono le femmine, graziose ragazzine ricciolute, coi cappellini guarniti di piume e i vestitini di raso. S'inginocchiano un momento, fanno il segno della croce e cominciano il loro sermone. È curioso, a dir vero, sentire quelle creaturine parlare del peccato di Adamo, dal quale ci ha redenti il Signore; della credenza nella vita eterna; del Verbo che si è fatto carne in Gesù Cristo; della sua morte per cui mezzo ha salvato il genere umano. Sarebbe come se i burattini di piazza Montanara, i piccoli paladini che rappresentano con tanta enfasi azioni eroiche, parlassero in onore di Gesù Cristo e snudando la spada contro i mori, sfidassero a battaglia tutto l'esercito degl'infedeli; o se le damine di quelle scene, interrompendo le loro declamazioni sentimentali, cominciassero tutt'ad un tratto a vantare le delizie dell'amor divino.

Vedendo questi piccoli oratori, si crederebbe che anche i loro sermoni e le cose che dicono, dovessero esser puerili, e si dovessero considerare come un passatempo, cui si dovesse, in certo modo, assistere col microscopio; ma la cosa è molto diversa; sono vere e proprie prediche in istile solenne, cui non manca l'apparato di erudite citazioni. E non è raro udire ragazzine, talvolta di poco più di sei anni, corroborare le verità che bandiscono, colla autorità dei Santi Padri, e dire: così asserisce, così c'insegna S. Paolo, S. Bernardo, S. Agostino, Tertulliano.

Credo stia scritto in qualche luogo: «Quando taceranno i profeti, parleranno i bambini, e quando taceranno i bambini, i sassi diranno amen!» Del resto in qualche luogo ora cominciano a parlare i tavolini; ma l'uomo serio, e veramente religioso, non può a meno di restare colpito da questo culto di ragazzi in Ara Coeli, e considerarlo come una metamorfosi del cristianesimo. Che cosa direbbero S. Pietro e S. Paolo, se capitassero mai in quella chiesa, e vedessero qual risultato abbiano avuto le loro predicazioni?