Osserverò soltanto che la signora Enrichetta Beecher Stowe, autrice della Capanna dello zio Tom, che esaltando oltremisura la precocità del nostro secolo, ci presentò nella sua Evangelina, di cinque anni, un predicatore metodista, per non dire addirittura un genio del cristianesimo, potrebbe trovare nello spazio di un'ora in Ara Coeli, per lo meno dodici piccole Evangeline, che per di più hanno studiato e conoscono tutti i Santi Padri.
I ragazzi intanto che hanno sorriso all'immagine del bambino, in braccio a Maria come ad un fantoccio, finita la predica, s'inginocchiano e recitano una preghiera al bambinello. Una ragazzina gli dice: «O dilettissimo fra tutti i fanciulli, degnati di volgere i tuoi occhi sopra di noi e di gettare uno sguardo di misericordia sopra noi peccatori!». La considerazione di cui gode in Roma il bambino di Ara Coeli è immensa, e vi si rannoda anche una leggenda. Anni sono una giovane inglese, s'innamorò a morte di lui; andava ogni giorno in chiesa per visitarlo, e la sua passione andò tant'oltre, che un bel giorno si decise a rapirlo. Fece fare in segreto un altro bambino identico, un bimbo lattante, lo portò in chiesa, e lo sostituì a quello legittimo che si portò a casa. Ma giunta la notte tutte le campane della chiesa e del monastero presero a suonare; i monaci uscirono e trovarono il bambino inginocchiato fuori della porta del tempio, in atto di volere bussare. Esso era fuggito dalla casa dell'inglese, ed era ritornato; questa è la leggenda del bambino d'Aracoeli. Dopo d'allora la sua reputazione crebbe, e lo si vede anche spesso uscire in carrozza, quando lo portano a far visita a qualche ammalato.[47] Nell'ultima rivoluzione di Roma ebbe anche la sua parte: il popolo aveva fatto a pezzi ed incendiato le carrozze dei cardinali, ed aveva anche tirato fuori dalla rimessa la vettura di gala del Papa, che voleva distruggere. Alcune persone assennate, o del partito favorevole al Papa, tentavano opporsi a quell'atto vandalico e per salvare la carrozza del Santo Padre proposero di offrirla in dono al bambino di Ara Coeli. Nessuno dei repubblicani si arrischiò a contraddire questa proposta, e il bambino venne messo solennemente in possesso della carrozza papale, ed anzi, per provare che era diventata veramente sua, i frati lo mandarono un giorno a spasso sul Corso, nella carrozza papale.
Stiamo ora a vedere: La processione si muove, il bambino è tolto di grembo alla divina
Madre; lo si porta in giro per la chiesa e sulla scala esterna, da dove lo si mostra al popolo, quindi la processione lo riporta nella sua nicchia. Vi sono stupende teste artistiche tra quei frati francescani di Ara Coeli, che, mezzo sepolte nella tonaca, somigliano a un blocco di travertino romano che esca di terra, con una iscrizione mezzo cancellata; vi sono teste che paiono di bronzo, altre voluminose come quella dell'imperatore Claudio, e faccie piene come quella di Nerone.
E basti delle prediche dei bambini.
Andiamo invece al teatro popolare Emiliani, l'infimo tra tutti quelli di prosa. La compagnia drammatica Emiliani, non meno che i burattini di piazza Montanara, ha posto le sue tende in località adatta al suo repertorio, cioè in piazza Navona.[48] In questa grande piazza, la più bella di Roma, e che fu lo stadio di Domiziano, hanno luogo nel mese di agosto le feste popolari, poichè allora si chiudono le fontane, si inonda la piazza, e la popolazione deve attraversarla in carrozza, quando non preferisca passarla a guado, come certuni fanno per divertimento.[49] Nel mezzo della piazza sorge la magnifica fontana fantastica del Bernini, composta di un rozzo scoglio, ai cui angoli stanno le statue colossali di quattro divinità fluviali: il Nilo, il Gange, il Danubio, e il Rio della Plata, e in cima a tutto sta l'obelisco del circo di Massenzio. Due altre fontane versano le loro acque alle due estremità della piazza. Intorno all'obelisco, nel tratto della piazza compreso fra le due fontane laterali, si raduna ogni giorno da mattina a sera grande quantità di gente, poichè lo occupano venditori di castagne arrostite, erbivendoli, fruttivendoli, rigattieri, ferravecchi, e la piccola borghesia accorre a comperare quanto le occorre. La folla richiama sulla piazza ciarlatani, giocolieri, domatori di belve; e squilli di tromba annunziano di tanto in tanto gli spettacoli offerti al pubblico. Di quando in quando si sente anche risuonare sulla piazza una voce potente, che grida «ai biglietti! ai biglietti!» Sulla porta del teatro, che non si distingue da quelle delle case vicine se non per un enorme cartellone, stanno venditori di pasticcini e di semi di zucca, che tengono la loro merce in vista, su banchi elegantemente arredati. La folla si avvicina alla cassa e si compone per lo più di persone del medio ceto, di bottegai, di piccoli possidenti, che sono in grado di spendere da tre a cinque baiocchi per passare una sera al teatro.
La sala è disposta in tutto come quella del teatro di piazza Montanara, ma è più grande. Il contegno degli spettatori della platea che accompagnano una musica scordata pestando i piedi, fischiando, o battendo il tempo colle dita sulla spalliera dei banchi, rammenta più di una volta il pubblico del teatro di piazza Montanara. Qui le donne, sono di più e l'allegria, secondo il lodevole costume del popolo italiano, non passa mai i confini della decenza. Si possono vedere sui banchi della mamme che allattano tranquillamente le loro creature, mentre si godono la rappresentazione, cui prendono viva parte. Si alza la tela, sulla quale è dipinta una scena di satiri, col vecchio Sileno ebbro, e siccome non sappiamo che cosa si reciti, è necessario stare attenti. Compare un vecchio usuraio che attira a sè la cantiniera di un reggimento, alla cui mano pretendono un cadetto ed un sergente. Questi fa la parte del buffone, non fa altro che bere continuamente acquavite. Mentre sta sulla scena, arriva un personaggio pallido, piuttosto alto, con baffi e basette, che calza stivaloni. Dice, a parte, essere venuto per visitare i suoi soldati, il che ci fa nascere il dubbio possa essere, se non addirittura un re, almeno un gran generale. Mentre passeggia su e giù per la scena, arricciandosi i baffi, e facendo risonare gli speroni, cava di tasca un'enorme tabacchiera, fiutando tabacco di continuo, talchè in breve ne ha coperti i risvolti dell'uniforme. Il personaggio misterioso si presenta al sergente come un povero veterano, e gli chiede che cosa potrebbe fare per lui nel caso avesse bisogno di denaro. Allora il sergente gli fa vedere la lama della sua spada confessandogli di aver venduto quella di acciaio, che ha sostituito con un'altra di legno; in quel mentre arriva lo strozzino. Il vecchio Federico, poichè il marziale veterano con baffi e basette è proprio lui in persona, gli vende la sua tabacchiera d'oro, per il prezzo derisorio di un federico d'oro.
Nell'atto seguente il sergente ubriaco dorme su di una seggiola e giunge un tamburino che lo desta, battendo un gran colpo sulla sua cassa. Compaiono sei cacciatori pontifici che arrestano l'usuraio ed appare allora il vecchio Federico in grande uniforme, con enormi mostre gialle, sempre con baffi e basette, e con un immenso cappello a lucerna. Il sergente ubriaco non tarda ad alzarsi ed a mettersi in posizione, ma vacilla continuamente, il che eccita una viva ilarità nel pubblico, mentre il vecchio Federico fa finta di non avvedersene, ed accenna a voler punire severamente tanto l'usuraio, che il sergente. Vuol far decapitare il primo, e il sergente stesso deve procedere a questa esecuzione colla sua propria spada. L'usuraio, dopo infinite preghiere e suppliche, si rassegna alla sua sorte e si è già messo ginocchioni; il sergente pure, dopo molte difficoltà, si persuade ad eseguire la sua parte: colloca la sua vittima nella posizione più adatta, poi si inginocchia e prega la Madonna di assisterlo in quel duro frangente. Finalmente quando si rialza e si apparecchia a dare il colpo, grida tutt'ad un tratto: «Miracolo! Miracolo! Guardate, la Madonna ha tramutato in legno la lama della mia spada!» Segue il generoso perdono del vecchio Federico che condanna però l'usuraio a mantenere per tre giorni il reggimento a tutte sue spese. Il vecchio Federico vien chiamato alla ribalta, e con adatta concione invita il pubblico rispettabile a voler onorare il teatro della sua presenza per il domani a sera, dovendosi rappresentare Artaserse Re di Persia, annuncio che è accolto con viva soddisfazione.
Questa bella commedia dimostra come il vecchio Federico rimanga, quasi un mito, vivo anche nella memoria del popolo italiano che ancor oggi nei tedeschi distingue gli austriaci dai prussiani. Della Prussia non conosce che la storia del vecchio Federico che considera come un secondo Attila, e come vincitore degli austriaci.