Gli attori del teatro di piazza Navona sono mediocrissimi, li direi inferiori a quelli delle compagnie che recitano sui teatri più meschini della Germania, e specialmente la parte femminile non si distingue certo per bellezza. Ogni rappresentazione del teatro Emiliani termina o con un ballo, o con una pantomima, o con quadri viventi, come la morte di Abele, Ahasvero o l'Ebreo errante, Virginia Romana, Salvator Rosa fra i briganti, o altre simili scene.
Una sera il cartellone recava l'annuncio di uno spettacolo molto promettente, intitolato Ravanello spaventato da un morto parlante. Doveva essere cosa straordinaria ed allegra assai. Era la storia di Don Giovanni, travestita in romanesco volgare. Il protagonista conservava, come nel dramma spagnolo, il suo vero nome, chiamandosi don Tenorio, ma Leporello assumeva il nome di Ravanello; Donna Anna, Don Ottavio ed il Commendatore non mutavano nome, nè carattere. In questa parodia popolare Don Giovanni non è per nulla rappresentato come un Faust della sensualità, ma unicamente come uomo leggiero, privo di senso morale. Il suo carattere si svolge in un'azione qualsiasi. Egli ammazza il Commendatore per vendetta, introducendosi notte tempo nella stanza di lui. Più tardi nel cortile della chiesa ha luogo la scena dell'invito della statua, a cavallo, come nell'opera di Mozart, soltanto mancano i frizzi di Leporello. Il Commendatore compare al banchetto, con una faccia ridicolamente orribile, da diavolo infarinato. Don Giovanni, atterrito, invita lo spettro a prender posto a tavola ed a servirsi. «Non mangio, risponde l'ombra». «Vorreste udire della musica?» replica Don Giovanni. «Sì» risponde lo spettro. Allora la musica suona per alcuni istanti, mentre Don Giovanni e il Commendatore stanno l'uno di faccia all'altro senza dir verbo. Questa scena è bella e produce profonda impressione, perchè la musica vi ha la parte di potenza celeste, quasi voce di un Dio invisibile, quasi annunzio del giudizio tremendo che sta per colpire Don Giovanni. Appena cessata la musica, il Commendatore invita a sua volta don Giovanni a pranzo a casa sua, cioè fra le tombe, e Tenorio, da vero caballero, non attentandosi a declinare l'invito, risponde che andrà.
Lo troviamo quindi solo fra le tombe: in mezzo ai monumenti è apparecchiata una tavola ricoperta d'una coltre nera, sulla quale stanno fiaschi e bicchieri; la mensa è adorna di teschi umani. Tutt'a un tratto l'arrivo dello spettro è annunciato, come nella prima scena, da alcuni colpi sotterranei e subito si erge solenne la sua bianca figura. «Mangia!» grida lo spettro. Don Giovanni impaurito si ritira e risponde con voce tremula: «Non posso mangiare». «Vuoi sentire la musica?» «Sì», risponde don Giovanni. Segue una breve pausa, durante la quale si ode solamente la musica; i musicanti, quattro suonatori di corno ed uno di contrabbasso, fanno tutto il loro possibile per produrre un'armonia infernale, ed era facile, riconoscere, dalla fisonomia degli spettatori, che raggiungevano pienamente il loro intento. Non appena tace la musica, lo spettro comincia a parlare, e rivolge in tuono cappuccinesco una viva esortazione a Don Giovanni, perchè rientri in sè stesso, pensi alla salute dell'anima e si volga a Dio. Ma Don Giovanni, con alterigia di cavaliere, rifiuta di convertirsi. Allora viene il colpo di scena finale: il Commendatore prende Don Giovanni per mano, s'apre una botola, da cui salgono fiamme terribili di pece greca, e Don Giovanni, appena vede la voragine, novello Curzio, si slancia eroicamente tra le fiamme.
Nell'ultima scena si vede l'inferno stesso, colle fiamme rappresentate da fuochi di bengala, e in mezzo ad esse Don Giovanni quasi nudo, incatenato, coi capelli irti, sdraiato per terra e tormentato da alcuni diavoli, ministri della inquisizione infernale. Il dannato urla: «Sono già mille anni che soffro! Non c'è proprio più salvezza?» E i diavoli tra le quinte rispondono: «Nessuna! Nessuna!» Scende la tela. Questa è la riduzione del Don Giovanni ad uso del popolo. Essa non tende che all'effetto morale; tutta l'allegria e lo spirito sono scomparsi, e Ravanello è diventato una figura insignificantissima, poichè i lazzi, con cui comincia, cessano alla metà del dramma.
Sapevamo che in questo teatro Emiliani si rappresentavano anche di tanto in tanto tragedie, e non ci siamo voluti privare del piacere di assistere alla recita della più commovente, forse, fra le tragedie italiane, la Francesca da Rimini. Il famoso episodio dantesco non ha ispirato soltanto pittori, ma anche poeti, molti dei quali tentarono portarlo sulle scene, quantunque poco si presti all'effetto drammatico. Byron stesso dice nei suoi diarii di aver pensato a prendere la Francesca da Rimini ad argomento di una tragedia. E' un peccato che non lo abbia fatto, perchè, quando anche non avesse prodotto opera adatta ad essere rappresentata, era tal poeta da scrivere cosa stupenda. La grande semplicità dell'azione rende disagevole lo sviluppo drammatico, e richiede un sommo poeta che senta e sappia parlare il linguaggio delle passioni. Silvio Pellico fu l'unico che fino ad un certo punto vi sia riuscito. Nella sua Francesca da Rimini l'azione si svolge bene; i caratteri sono nobili e ben disegnati, quantunque non sia grande l'effetto drammatico. Essa è ritenuta opera classica in Italia, e viene rappresentata tanto nei grandi che nei piccoli teatri. In questi giorni era rappresentata contemporaneamente qui in Roma in due teatri: al Valle integralmente, ed in quello Emiliani ridotta a parodia.
Andiamo a quest'ultimo. Gli attori recitano in dialetto romanesco, cioè nel più puro linguaggio dei Trasteverini. Francesca da Rimini è travestita, o per dire più esattamente, è ridotta trasteverina. Sarebbe come se si recitasse l'Ifigenia del Goethe in basso tedesco, o il Faust nella traduzione in lingua volgare fiamminga del Bleeschauer. Da noi non sarebbe possibile fare una caricatura di una tragedia classica; non sarebbe possibile trovare un teatro, per quanto piccolo e meschino, che si arrischiasse a presentare al pubblico, ad esempio, la Maria Stuarda, ridotta a parodia. Le tragedie da noi non diventano ridicole che qualche volta, quando sono male rappresentate; ma non vengono mai ridotte tali a bella posta.
Nel teatro di piazza Navona tutto contribuiva a rendere lo spettacolo ridicolo: il dialetto adoperato dagli attori, ed il loro modo già per sè stesso deficiente di recitare, particolarmente della Francesca. Recitando seriamente le parti loro in quel dialetto ridicolo, convertivano, per così dire, il coturno in pantofola e rassomigliavano ai personaggi di Piramo e Tisbe.[50] Il vecchio Guido da Polenta si era fatto una gobba, e recitava come un folletto con brache di velluto e in maniche di camicia. L'infelice Francesca aveva un aspetto esuberante di salute, da fare invidia a qualunque serva o campagnola. Lanciotto e Paolo sembravano due volgari attaccabrighe. Tutti però declamavano con grande serietà, seguendo l'originale passo passo, i pensieri elevati della tragedia non erano soltanto voltati in dialetto, ma trasformati nel senso non meno che nella forma. Era sempre la stessa tragedia, ma ridotta, in forza del diritto del carnevale, a una farsa. Anche Melpomene si era in certo modo mascherata, facendosi i baffi col carbone.
Lo straniero che non capisce la differenza fra la lingua italiana ed il dialetto trasteverino, non ride che per la parodia dei modi tragici; ma il romano ride pure pel dialetto. E' un divertimento di carattere tutto locale. Quando il vecchio sire di Ravenna disse, per esempio a Francesca: «Statte mosca» l'ilarità fu generale e rumorosa. Domandai ad un giovanetto seduto presso di me, che era convulso dal gran ridere, la ragione di tutta quella ilarità: «Mosca» mi rispose, vuol dire «zitto» in trasteverino.[51] Invece di niente i trasteverini dicono nientaccio, ed anzi le terminazioni in accio ed in uccio sono caratteristiche del loro dialetto, e non mancano mai di eccitare le risa. Questo dialetto, come buona parte dei dialetti italiani, aggiunge volentieri in fine la particella ne ed ama raddolcire le finali in are ed ire, dicendo andane, partine, in vece di andare, partire. Sostituisce parimenti volentieri la r alla l, dicendo, ad esempio, der teatro invece di del teatro.[52] Del resto, anche l'espressioni erano ridotte a forma volgare. Lanciotto, per esempio, dice una volta a Paolo: «Bada; ti voglio triturare come un salame». La tragedia di Silvio Pellico termina coi versi:
«basta, onde tra poco
Inorridisca al suo ritorno il sole».
che in dialetto diventano: «venga al suo ritorno la tremarella al sole». Il passo di Dante, in cui Paolo e Francesca narrano che leggevano la storia di Lancillotto e di Ginevra, fu tradotto «noi leggevamo un giorno la bella storia di Chiarina e di Tamante» che è una canzone côrsa, diffusa per tutta Italia, e che si vende, stampata su foglio volante, su tutti i muriccioli. «Che cosa direbbero mai Dante e Silvio Pellico, domandai a un mio vicino, se potessero vedere la loro favola ridotta a questo modo, su queste scene?». Il vicino mi fissò meravigliato e quando parve avesse capito il mio pensiero: «Eh, rispose, si vuol ridere!» E invero, ho vedute poche cose più ridicole della scena, in cui Lanciotto uccide Paolo e Francesca; nella quale mentre sono entrambi già stesi a terra, Paolo dice all'amante «Checca! Perdono!.. Ohimè, essa è crepata, ora devo crepare anch'io!» e il sire di Ravenna gobbo, in maniche di camicia e brache di velluto, avvicinandosi ai cadaveri esclama: «Non più sangue, perchè non venga la tremarella al sole!». Cala la tela.