Dimostra in primo luogo in che consista il grasso lucido. «Si vorrà sostenere, egli dice, che questo grasso lucido, contiene sali alcalini, sostanze corrosive. Ora domando io, credete voi che un uomo vivente possa trangugiare impunemente del vetriolo? Credete voi davvero che un uomo possa mangiare acido solforico? Ebbene, voglio darvi una prova convincente; mangerò alla vostra presenza questo grasso lucido, esso non mi ucciderà, non mi darà alcun disturbo, ma al contrario mi procurerà la stessa soddisfazione che potrebbe darmi la polenta più squisita». Detto fatto, il professore trangugia una discreta quantità di grasso lucido, dopo di che l'uditorio rimane profondamente scosso e persuaso che il grasso lucido certo non contiene vetriolo. «Compratelo dunque, urla il grande filosofo, approfittate di questo solo e unico grasso lucido eminentemente economico, indispensabile e innocuo. La scatoletta non costa che tredici baiocchi. Ma che ho detto? Tredici baiocchi? Sono dodici! Guardate! Anzi ve la do per dieci!».
E per dimostrare che il grasso rende lucida qualsiasi sostanza, agguanta un pezzo di carta e lo vernicia con singolare destrezza, e con un sorriso di compiacenza; afferra quindi un giovinotto, e sempre declamando e gesticolando gli lustra una scarpa. Il giovane è raggiante di soddisfazione, quasi non è ancor persuaso della fortuna toccatagli, poichè non gli è accaduto mai, dacchè è al mondo, di avere una scarpa lucida. «Vedete, dice il professore, questa scarpa pareva poco fa la scarpa di un porco, ora riluce come l'argento; un bambino appena nato potrebbe ridurla così, senza la menoma fatica». Il giovinetto se ne va con una scarpa lucidata e l'altra no, e non alza l'occhio per tutta la strada dalla sua scarpa lustra, come se volesse specchiarsi nella sua felicità.
Questa rappresentazione del grasso lucido ci mette in grado di frequentare la buona società, e di andare anzi ad una festa da ballo.
Questa non si darà nè presso il duca Torlonia, nè in casa del duca Braschi; ma sarà più interessante e più degna di osservazione che non un ballo in appartamenti principeschi e nei costumi dell'epoca di Luigi XIV. Sarà il così detto ballo dei modelli, in una vasta e deserta sala di via Claudiana.[62]
Vi è in Roma una classe di persone, la cui vita è tanto strana e singolare, che potrebbe fornire ai novellieri migliori argomenti, che non la vita di quella Maria dei Fiori, e di quelle grisettes che la moderna letteratura francese innalzò a ideali della bellezza muliebre e al grado di muse della poesia. Le persone che troveremo a questo ballo sono modelli degli artisti, tanto uomini quanto donne, che hanno la triste sorte di dover stare parecchie ore della giornata nella immobilità più perfetta. Campano la loro esistenza in grazia delle belle e caratteristiche forme del corpo. Si presentano in tutti gli atteggiamenti possibili. Una ragazza rappresenterà oggi la Venere dei Medici, domani Diana, Arianna, la Madonna, una Baccante, la Maddalena, Psiche, una dea, una schiava, Miriam, una vestale; oggi sarà nuda, domani tutta velata; vestita dei costumi più ricchi e più svariati: ora da turca, ora da greca, ora da donna di Albano, o della campagna romana, o da antica romana. La povera creatura deve ridursi ad una specie di statua, il cui incarico è di rimanere quanto più sia possibile immobile, nella posizione assegnatale dall'artista che la tratta quasi come un manichino, facendole muovere gambe e braccia, e tutto il corpo fino a che l'abbia ridotta a quella attitudine che desidera.
Oltre le grandi accademie, dove si tiene in giorni ed ore determinate la scuola di disegno, vi sono anche accademie private che provvedono modelli, e nelle quali si può avere accesso pagando una modica retribuzione. La più famosa è quella di Nicola di via Claudiana che ha una particolare abilità nel fare il modello, e nell'arte della rappresentazione plastica può gareggiare col migliore commediante.[63]
Una sala di disegno del modello offre uno spettacolo veramente nuovo e singolare; non l'avevo veduta mai nemmeno dipinta, e il vederla in natura, mi persuase che potrebbe dare argomento ad un bel quadro di genere. In una squallida sala il modello, sia uomo che donna, sta immobile come una statua, su di una specie di piedistallo. Intorno a lui seggono i disegnatori disposti ad anfiteatro, e talvolta salgono ad un centinaio, appartenenti a tutte le nazionalità, francesi, inglesi, tedeschi, americani, polacchi, russi, danesi, belgi, italiani. Ognuno ha davanti a sè un tavolinetto e un piccolo lume, e copia il modello ora seduto, ora in piedi, di fronte, a tergo, di fianco; chi lo disegna a matita, chi col gesso, altri ancora all'acquerello, taluni addirittura da principianti, altri mediocremente, alcuni in modo eccellente. Gli uni lo disegnano tal quale è, gli altri lo abbelliscono, e quella specie di statua assume diversi caratteri, come uno scritto affidato a diversi copisti. Questa sala fa pensare ad una tipografia, dove ogni compositore, seduto, colla sua lampada innanzi, getta a capo chino il suo sguardo alternativamente sul manoscritto e sulla composizione. Nel vedere i movimenti simultanei di tutti quei disegnatori silenziosi, collo sguardo di continuo rivolto verso il modello che sorge immobile dal suo piedistallo come un idolo, mentre da una parte non è possibile trattenere il sorriso, dall'altra si prova compassione per quella povera creatura, bersagliata da continui ed incessanti sguardi, condannata a un supplizio di genere nuovo, quello di farsi vedere e lasciarsi disegnare.
Già da due ore la vittima si trova nella stessa posizione; la sua faccia è accesa; l'occhio infuocato, tutti i suoi lineamenti e la respirazione affannosa accennano a stanchezza. Che penserà mai quella statua vivente? Probabilmente a nulla. Di quando in quando spunta sulle sue labbra un sorriso, e si capisce che le chiude convulsamente per non prorompere in uno scroscio, che d'un colpo guasterebbe la sua posizione. Forse si sente ridicola; forse le sembrano stupidi e ridicoli tutti quei disegnatori; forse la fisonomia di uno scarabocchiatore biondo sembrò buffa alla giovane romana, ed eccitò la sua ilarità.
Il proprietario di quella sala dà in carnevale, in onore dei modelli, una festa da ballo, alla quale essi prendono parte in costume, e vi sono invitati gli artisti e i loro amici; anche gli stranieri possono procurarsi un biglietto d'invito.
Per avere un'idea delle danze nazionali dei romani, per vederle eseguite in tutta la loro varietà, in tutta la loro grazia, bisogna assistere ad uno di questi balli, offerti ai modelli. Lo spettacolo è reso ancor più attraente dalla varietà dei costumi, tra i quali primeggiano quelli della campagna romana, e i migliori sono quello di Albano, e l'altro così ricco di Nettuno. Anche l'orchestra, composta di mandolini e di tamburelli, ha carattere completamente nazionale. Anche d'ottobre si può vedere la gioventù romana eseguire nelle osterie e nei campi le sue danze nazionali, perchè nel tempo delle vendemmie accorrono fuori delle porte, specialmente della porta Angelica, numerose brigate di ragazze e di giovanotti; e si possono vedere suonare il tamburello, e ballare alle falde di Monte Mario, sulle strade, o nelle osterie. Talora alla sera queste ragazze rientrano in città, cantando, e quando si vedono passare per le vie, talune con un tirso adorno di fiori, altre con fiaccole, cantando vivaci ed allegre canzoni si crederebbe di veder passare un corteo di Menadi o di Baccanti.