Ed ora, lettori miei, voglio presentarvi un personaggio romano, che sta esposto rigido e morto sul suo letto di parata fra le torce che ardono, contemplato avidamente a bocca aperta da numerosa folla, particolarmente di popolani, che non osavano innalzare i loro sguardi verso di lui, mentre era vivo e che si levavano timidi e rispettosi il cappello quando passava nella sua carrozza di gala. Era un cardinale, ora giace in una sala del palazzo della Consulta, steso sul letto funebre rivestito delle sue principesche vesti rosse. Che meschino apparato per un uomo che governò lo Stato romano, ed il cui nome fu congiunto agli avvenimenti più grandi della storia contemporanea! La sala è piccola e non è delle più pulite. Le stoffe di seta nera del letto funebre sono vecchie, logore, macchiate, rappezzate in più punti, e di certo hanno già servito a più di un cardinale. Ardono due ceri, un sacerdote ritto contro un leggìo recita le preghiere per i morti. La folla entra ed esce; nella maggior parte sono operai, donne e ragazzi, che contemplano con indifferenza il viso livido del cadavere, che rammenta una colonna rotta, di porfido rosso, di un qualche tempio antico. La testa è voluminosa, marmorea, con pochi capelli bianchi; i suoi tratti denotano una volontà ferrea e una rassegnazione tranquilla. Poco mancò che si posasse nel 1846 su questo capo la tiara pontificia, oggetto delle sue lunghe speranze; quando morì Gregorio XVI, nessuno dubitò della elezione a Sommo Pontefice di questo rinomato uomo di Stato, ministro di Gregorio, arcivescovo di Genova, gran priore di Malta, abate di Farfa, antico nunzio pontificio a Parigi, molti dei cardinali erano sue creature, il suo partito a Roma era esteso e potente; radunatosi il conclave, alla prima votazione raccolse la maggiore quantità di voti. Egli non dubitava affatto della sua elezione e, tranquillo sul suo esito, già pensava al nome che avrebbe assunto. Ma l'elezione al papato è come una lotteria; a questo cardinale toccò un biglietto bianco. Un sacerdote che aveva bussato un giorno alla sua porta a Genova, chiedendogli protezione e appoggio, il povero conte Mastai Ferretti ottenne la tiara pontificia, ed il vecchio Lambruschini si dovette inginocchiare innanzi a lui, e baciare i piedi di Sua Santità. Ora è qui esposto Lambruschini, il genovese altero, inflessibile, che non aveva mai ceduto a nessuno, che aveva regnato per Gregorio: uomo di grande energia, di natura dispotica, di un rigorismo monacale, inaccessibile a tutte le passioni umane, preoccupato unicamente della signoria della Chiesa, uno dei pochi superstiti del tempo antico, della vecchia scuola. Vide cinque papi sulla cattedra di S. Pietro, il sesto gli tolse la tiara. A quali solenni avvenimenti non aveva egli assistito dalla rivoluzione francese a quella di Roma del 1848! Quante persone, imperatori, re, principi regnanti e spodestati, non aveva conosciuto! Invecchiato nel culto della teocrazia, promotore indefesso dello assolutismo della Chiesa, gli era toccato assistere all'ultima rivoluzione che Pio IX stesso aveva provocato colle riforme; decrepito, sull'orlo della tomba, aveva dovuto fuggire da Roma come un malfattore. Lo avevo visto molte volte nelle solennità della Chiesa, accasciato per gli anni, incurvato, tremante, dignitoso come un patriarca, seguire vacillante la processione, o entrare nella cappella Sistina. Tutti gli occhi erano rivolti su di lui, e la folla mormorava «Quello è Lambruschini!» Ed ora il mendicante cencioso, il povero operaio, lo contemplano sul suo catafalco, e ripetono franchi e liberi da ogni timore: «Ecco Lambruschini!» Ora giace là, oggetto indifferente, estraneo al mondo, alla storia, fantoccio ormai dimenticato che ha sostenuto la sua parte, e che deve cedere il posto ad altri. Tutta questa pubblicità, questa esposizione di un cadavere, ha qualche cosa che incute terrore, e mi spingeva quasi a rivolgere un ultimo discorso al defunto cardinale, mentre stavo pensando al suo grado eminente, alla sua grande attività, alla sua vecchiaia, e contemplavo con rispetto la sua salma.

Ma chi si dà pensiero della vita o della morte d'imperatori, re, papi, cardinali, o di qualsiasi altra persona, qui in Roma? In mezzo a tutte queste grandi rovine della storia universale, tutto quanto in altri luoghi sarebbe grande, solenne, qui diventa piccolo, meschino, come una rappresentazione di marionette; poichè qui impera quasi un tanfo di porpora e l'aria è come impregnata di nomi d'imperatori e papi defunti.

Proseguendo a passare in rivista questo mondo di fantocci dove dovrò condurre i miei lettori? Sul Corso, dove pendono da ogni finestra tappeti rossi gallonati d'oro; dove mille belle donne sorridono dai balconi, gettando un nuvolo di fiori, che cadono a terra come quelli della pianta di pesco, quando il venticello di primavera agita i suoi rami. Rechiamoci alla chiesa di S. Antonio presso le terme di Diocleziano, dove si dirigono in lunga fila cavalli bardati in varie fogge, dove potremo ammirare le carrozze del papa e la sua bella mula bianca, e lo stupendo equipaggio del duca Boncompagni-Ludovisi tirato da sedici cavalli, che l'abilissimo cocchiere guida da solo stando in serpa.[57] Ma tutto questo attrae meno folla che la comparsa meravigliosa del grasso lucido.

La nostra attenzione però si concentra su quella lunga fila di persone che camminano solennemente a due a due, e che sembrano tuttora appartenere al medio evo come altrettante figure dipinte da Giotto, dal Ghirlandajo, o da Sandro Botticelli. Tutti questi uomini, vestiti di una lunga tonaca rossa, hanno la testa coperta da un cappuccio a punta, che scende fino a ricoprire anche la loro faccia, con due aperture per gli occhi; camminano tutti a piedi scalzi. Hanno i lombi cinti da un cilicio, alcuni portano croci, ma i due spettri rossi che aprono la marcia portano in mano teschi umani e ossa di morto.[58] Mormorano preci camminando. E' la compagnia dei Sacconi rossi; la loro figura è proprio bizzarra, e riconduce ai tempi antichi. Ma vi sono anche confraternite di altri colori, e passeggiando la sera per Roma è facile imbattersi in cortei funebri, nei quali i fratelli portano cappuccio nero, o celeste, e sono vestiti di bianco o di giallo. Queste figure si possono vedere ogni giorno per Roma, e quando s'incontrano nei quartieri più deserti e più antichi della città, come le regioni Monti, Campitelli, o in Trastevere, o soltanto quando i cappuccini precedono il feretro colle loro tonache color tabacco, colle loro barbe inargentate, portando un cero acceso, preceduti alla lor volta dalla croce, le piazze e le strade deserte della città assumono un aspetto indicibile di morte e di malinconia.

Il culto di Roma, anzi tutta la vita interna della città, ha il carattere di una processione; e questa è davvero la città delle processioni. E quando non si fanno processioni, che cominciano principalmente nei mesi di maggio e di giugno, vi sono altre comitive che vanno a due a due per le piazze della città, e danno loro un aspetto solenne. Osservate: sono ragazzine che camminano processionalmente, guidate e dirette da monache. Sono vestite di nero con un fazzoletto bianco al collo, portano una cuffia bianca con nastri neri; precedono le più piccine, quindi in linea crescente arrivano giovani dai diciotto ai venti anni. Sono allieve di un istituto, che vanno alla passeggiata. S'incontrano con una camerata di giovanetti, pur essi condotti a passeggio guidati da preti. Anche questi camminano a due a due, disposti del pari in linea crescente. Vestono abito nero, portano il cappello a cilindro anche i più piccoli, e questa schiera di trenta a cinquanta ragazzi, vestiti in questo modo severo, che li fa sembrare nani invecchiati, produce un'impressione che eccita l'ilarità. Quando s'incontrano questi ragazzi neri con quelle ragazze nere, si lanciano a vicenda sguardi pieni di desiderio; ma si passano a fianco senza dir parola. Poverini! Non parlano, non odono, sono sordomuti gli uni e le altre, e soltanto a segni possono comunicarsi i loro pensieri.

Sarebbe impossibile enumerare tutte le corporazioni e le comunità che s'incontrano per Roma, procedenti così due a due, nella loro uniforme. Sono centinaia, in questa città, le provincie del socialismo clericale, centinaia i falansteri ecclesiastici, da superare la fantasia di Goethe o di Fourier.

Ecco, compare un'altra comitiva di giovani vestiti di una specie di caftan alla turca, col colletto diritto, filettato di rosso, fra loro vi sono due mori, e molte faccie olivastre, abbronzate, parlano tutte le lingue dell'Europa, dell'Africa, dell'Asia; parlano il cinese, l'indostano, il persiano, l'abissino, il copto, le lingue del Malabar e dell'Orange: sono allievi del collegio di Propaganda, futuri missionari. Questi altri invece che s'avanzano, dalla capigliatura bionda e dall'abito tutto rosso, parlano tutti tedesco; sono allievi del Collegio germanico.[59] Ed ecco ancora altri collegi dalle vesti turchine, nere, bianche, sono inglesi, scozzesi, allievi del Collegio Nazareno, o dell'altro dei nobili. Chi li potrebbe nominar tutti?

Intanto questo grasso lucido che ci ha sempre seguito e accompagnato, vuole oramai che si parli di lui; deve però avere ancora un tantino di pazienza, perchè abbiamo da vedere ancora un altro spettacolo curioso. Venite meco, o lettori, sulla piazza di S. Giovanni in Laterano, e ricordate che siamo nello splendido mese di giugno; qui deve svolgersi una gran processione: vi saranno tutti gli ordini religiosi, innumerevoli confraternite, parecchie belle ragazze con coroncine d'argento in capo, e abiti che non sono cuciti, ma tenuti insieme unicamente a forza di spilli come un mosaico;[60] vedrete croci gigantesche oscillare nell'aria, non sostenute dagli uomini che le portano, ma che si appoggiano soltanto su di una borsa di cuoio che i portatori recano sul petto, e ciò malgrado son maneggiate con tale destrezza che ogni giocoliere invidierebbe.[61] Questa processione sterminata passerà in mezzo all'ospedale di S. Giovanni tra una fila di letti, sui quali sono donne e ragazze malate, che riceveranno la benedizione. Avete visto o sentito mai, lettori miei, nulla di simile? Ragazze ammalate che ricevono visite non solo dai loro cari, ma dal popolo romano, da tutti i Quiriti? Le porte dell'ospedale sono aperte, dovunque sono fiori e fronde, alabardieri svizzeri stanno impalati sulla soglia imponenti e rossicci come garofani o gigli rossi, ma a nessuno è vietato l'ingresso: entrano le persone a centinaia; entriamo noi pure. Qual vista! Dove siamo mai? Passiamo pian piano, non ci è permesso fermarci presso i letti. Osservate, quanto è bella e ariosa la corsia, con quanto gusto è decorata! Oggi la malattia celebra la sua festa e prende in prestito dalla salute belletto e ornamenti, poichè in questa Roma tutti vogliono fare la loro comparsa almeno una volta, tutti avere la loro festa, la gente ricca e felice, i mendicanti, gli storpi ed anche i morti. Guardate la doppia fila di letti, come sono puliti e bianchi, come sono ornati di tappeti rossi, gallonati d'oro e di fiori artisticamente disposti. Ogni letto pare una poesia di Matthisson, o di Geibel. In ognuno sta seduta o coricata languidamente una ragazza o una donna, vestita di lini candidi come la neve. Molte hanno l'aspetto aggravato, ma molte appariscono più belle per la malattia. Osservate quella ragazza, come la sua fisonomia è trasformata dalla convalescenza, e come splende pel fascino incontrastabile della debolezza; i suoi occhi nerissimi scintillano come illuminati dalle reminiscenze. Non tarderanno a riacquistare tutto il loro splendore. Vorreste arrestarvi, o miei lettori? Ma non è permesso; ai piedi di quel letto, custode dell'onore, sta un giovane soldato armato di fucile, tal quale come se fosse di sentinella ad una polveriera. E là, dove sta seduta quella ragazza, cui l'ardore della febbre imporpora le gote e i cui sguardi si perdono quasi vaganti nello spazio, là siedono le vecchie infermiere, vestite di giallo, simili alle Parche. Usciamo, usciamo, che questa stanza è più pericolosa della stessa malaria, al lume di luna. Potrete ora dire di avere visto una scena di spedale, di questa singolarissima città di Roma.

Come potremmo intanto sfuggire al grasso lucido! Ecco un circolo di persone, in una strada qualunque, dal cui centro sorge una voce che declama. Andiamo a quella volta, che cosa troviamo? Il legittimo grasso lucido. Scorgiamo sull'angolo di una casa un cartellone rosso, attaccato or ora: ci affrettiamo a leggerlo; che cosa sarà mai? Il legittimo grasso lucido. Siamo seduti al caffè Ruspoli, un ragazzetto s'aggira per le sale, offrendo un foglietto agli avventori. Che cosa vi sta scritto? Il legittimo grasso lucido. Questo legittimo grasso lucido ha dunque esso pure un diritto incontestabile di attirare a sè l'attenzione generale, e certo non è poco merito l'aver inventato, nell'anno 1850 dalla nascita di Cristo, una vernice lucida; che non contiene nè vetriolo, nè alcun'altra sostanza corrosiva, e che non solo ammorbidisce in sommo grado qualunque cuoio, ma possiede per di più la virtù di aumentarne la durata in modo incredibile e meraviglioso. Una tale invenzione è degna di esser esposta al pubblico, ai piedi dell'obelisco, in faccia al Panteon. Stanno là, presso un tavolo coperto di scatolette di latta, contenenti la preziosa vernice, due oratori popolari che parlano per ore intere, con un fiume di eloquenza che mai non si arresta nel suo corso, della eccellenza del grasso lucido. Se si desse al più grande fra tutti i filosofi l'incarico di dire qualcosa in lode di un lucido da scarpe, in due minuti avrebbe finito; ma quest'uomo con un abito unto e con un panciotto di velluto, che sembrano anch'essi coperti di grasso lucido, parla ore intere senza mai fermarsi, sulle materie che compongono il grasso lucido, sui suoi pregi, e non divaga mai dal suo tema; trova sempre nuovi argomenti, nuove idee, nuove immagini, riferentesi al grasso lucido, e al rapporto che ha con l'economia domestica, con la civiltà umana, con le varie specie di corami, col tempo, con la temperatura, col sole, con le stelle, con la sua influenza sull'anima umana.

Fin dalla prima mezz'ora cadono le bende dagli occhi degli uditori, cominciano quasi a persuadersi delle specialità, dell'eccellenza del grasso lucido; a poco a poco giungono a capirne l'immensa importanza, e, quasi quasi, non riescono a spiegarsi come abbiano potuto vivere fino a quell'istante privi di quel ritrovato sublime. Intanto l'oratore continua a spolmonarsi. Gorgia, Protagora e Carneade non hanno mai vantato tanto la giustizia, quanto egli il grasso lucido. Meriterebbe che si istituisse nella Università di Padova una cattedra, dalla quale potesse parlarne ex professo; egli si dà già per professore e membro di parecchie accademie scientifiche, come pure il suo collega; e additando questo, avverte che il signor professore ha scritto non meno di undici volumi intorno al grasso lucido. «Non è vero, professore, che hai dimostrato nel tuo decimo volume, che questo insuperabile grasso lucido, unico in Europa, possiede la proprietà di ammorbidire il più duro cuoio di bue, e di renderlo soffice come un velluto?». Il professore risponde di sì e siccome l'altro è rauco, e non può ormai più continuare, comincia a sua volta a vantare i pregi dell'incomparabile specialità.